L’architettura come esperienza

L’esperienza dell’architettura, l’ultimo libro di Henry Plummer, ha per soggetto lo spazio fisico costruito dall’uomo; uno spazio artificiale che spesso si mescola con quello esistente, naturale, integrandosi a esso e attingendo da esso come al proprio necessario alimento, e che tuttavia dal proprio essere artificiale – ovvero letteralmente “inventato”, creato ex nihilo – trae i suoi esiti migliori. 

 

Nello specifico il discorso di Plummer si focalizza su quegli spazi – in un numero ricorrente di casi – apparentemente modesti e minori, il cui significato essenziale consiste nello svolgere una funzione semplice ma assolutamente basilare: servant spaces, spazi serventi, come li avrebbe chiamati Louis I. Kahn. Si tratta di pavimenti, scale, passerelle, paraventi, porte, finestre, sedili e altre “specie di spazi” che non arrivano ancora a formare un edificio o un luogo nella sua interezza. Sono soltanto porzioni dell’uno o dell’altro, necessari “passaggi” che li compongono e che al tempo stesso li dispongono nello spazio, rendendone possibile l’uso. Ma è proprio in questi “passaggi” che Plummer trova la chiave per leggere l’architettura in un modo interessante e a tratti sorprendente. 

 

L’attenzione di Plummer è attratta preferenzialmente dagli oggetti “d’autore”, opere uniche e spesso straordinarie dove quegli spazi votati all’esercizio delle loro umili funzioni assumono caratteri eccezionali: la scala e la piattaforma che arriva a sfiorare il pelo dell’acqua nella Casa sulla Cascata di Frank Lloyd Wright, a Mill Run in Pennsylvania; i gradini sfalsati nella Tomba Brion di Carlo Scarpa, a San Vito d’Altivole; la grande porta girevole del Convento di Sainte-Marie de La Tourette di Le Corbusier, a Éveux, vicino a Lione; i piani di travertino rialzati della Farnsworth House di Ludwig Mies van der Rohe, a Plano, Illinois. In altri casi si tratta invece di spazi “comuni”, pubblici, anonimi, pur se dotati di qualità e caratteristiche notevoli, o a volte addirittura eccezionali, come le strade lastricate di ciottoli a Gordes, in Francia, le scale del centro storico di Sperlonga, il sistema di terrazze delle case di Santorini, o ancora come gli spazi interni ed esterni dei templi o delle case tradizionali giapponesi (in particolar modo della Villa imperiale di Katsura, a Kyoto). 

 

In tutti questi casi, gli edifici (o le loro parti) fatti oggetto di analisi non costituiscono altrettanti “esempi” di un discorso teorico dotato di una propria autonomia, quanto piuttosto la verifica – o meglio ancora, l’inveramento – di esso; e ciò per la ragione che lo spazio in generale – e quello architettonico in particolare – coinvolge una dimensione esperienziale che spesso viene messa in secondo piano dagli storici e dagli studiosi di architettura, e a cui invece Plummer dedica pagine acute e penetranti. Non è un caso d’altronde che il libro si apra con una citazione da La politica dell’esperienza dello psichiatra e psicanalista scozzese Ronald D. Laing: «L’ambiente che ci circonda ci offre continue possibilità di esperienza, oppure ce le riduce. Il significato umano fondamentale dell’architettura proviene da ciò. [...] L’azione personale può spalancare nuove possibilità di arricchire l’esperienza o può precluderne; o agisce prevalentemente in modo da convalidare, rassicurare, incoraggiare, sostenere, favorire, oppure in modo da invalidare, rendere incerti, scoraggiare, minare, reprimere. Può essere creativa o distruttiva. [...] Se siamo privati dell’esperienza siamo defraudati dei nostri atti; e se i nostri atti ci sono, per così dire, sottratti come giocattoli dalle mani dei bambini, siamo privati della nostra umanità».

 

 

È proprio il campo dell’umano – e di un homo faber particolarmente abile e maturo – quello che Plummer affronta nel momento in cui si concentra su alcuni dettagli degli edifici che in altre circostanze e ad altri studiosi erano finora sfuggiti. Si tratta di dispositivi, meccanismi, «ingegnosi elementi cinetici», come egli li chiama, che si possono trovare in spazi domestici o in altri ambienti: chiavistelli, serrature, maniglie e altro ancora; piccoli “aggeggi” che di sovente non arrivano ad avere neppure un nome, e che invece sono in grado non solo di assolvere alla loro funzione ma anche di modificare – e di improntare fortemente di sé – la qualità di uno spazio. È il caso dei “gizmo” di Tom Kundig, architetto americano, noto ma sicuramente (ancora) estraneo alle celebrazioni della storia dell’architettura, ai quali Plummer si accosta con la stupefatta curiosità che si potrebbe riservare all’Odradek kafkiano: «I dispositivi che animano lo Studio House di Kundig a Seattle, nello Stato di Washington, vanno da un’alta porta d’ingresso che dalla tettoia si scinde in una combinazione di porte-finestre a una cucina-isola con porte di cemento che scorrono su ruote di bronzo guidate da binari d’acciaio posti sul pavimento.

 

Ancora più grande è un macchinario a manovella che attiva una parete vetrata girevole nella Chicken Point Cabin in Idaho: grazie a un preciso bilanciamento tra ognuna delle mezze pareti e a una serie di ingranaggi meccanici, la finestra in acciaio e vetro di sei tonnellate può essere facilmente aperta da una persona sola. Più ambiziose sono le persiane di acciaio artificialmente arrugginite che possono essere aperte a scorrimento simultaneamente sui quattro lati al Delta Shelter, nella parte orientale dello Stato di Washington, grazie a una grande ruota manuale la cui energia è trasmessa e ampliata da alberi di trasmissione, ingranaggi a ruote dentate cilindriche e cavi». Vi è un’indubbia fascinazione in questi meccanismi tanto ingegnosi quanto apparentemente inutili. Ed è sintomatico in tal senso che lo stesso Plummer accosti questi “gizmo” alle sculture di Jean Tinguely (ma lo stesso si potrebbe dire di molte altre opere surrealiste o dadaiste). 

 

Altre pagine interessanti sono riservate allo Storefront for Art and Architecture, la galleria progettata da Steven Holl a New York all’inizio degli anni Novanta: vera pièce de résistance dell’architetto americano che ritraduce le esperienze neoplasticiste nei primi decenni del Novecento in una versione di alto bricolage, del resto non estraneo alle migliori realizzazioni dell’architetto e designer olandese Gerrit Rietveld. Così come alla suprema arte degli incastri e delle cerniere è dedicata una parte significativa dell’opera di Carlo Scarpa, maestro indiscusso nella creazione di sorprendenti meccanismi messi al servizio dello spazio architettonico, cui nella trattazione è riservato uno spazio adeguato. 

 

Lo sguardo di Plummer a tratti ricorda quello del grande storico dell’architettura inglese Reyner Banham, che – unico tra quelli della sua generazione – aveva estratto dal corpus dell’architettura moderna, già fortemente carica di proiezioni ideologiche e di implicazioni costruttive – un fronte di attenzione per i dettagli tecnologici e le soluzioni ambientali capaci di rinnovare in maniera sostanziale – e non solamente estetico-formale – la qualità dello spazio. Ma per altri versi il libro di Plummer fa ritornare alla mente anche i lavori di Gaston Bachelard: non soltanto evidentemente quella Poetica dello spazio che tematizza i riflessi psicologici e psichici che gli ambienti fisici sono in grado di suscitare sull’essere umano, ma anche quei saggi e scritti a carattere miscellaneo che sono stati raccolti nel volume intitolato Il diritto di sognare: affondi tanto delicati quanto penetranti nella materia lavorata, nell’universo del concreto, che si tratti del bulino di Flocon o del ferro delle sculture di Chillida (autore, quest’ultimo, che anche Plummer considera). E per semplice contagio, fa venire in mente anche La vita delle forme di Henri Focillon, che è in grado di percepire e di farci notare il brulicare dell’operare artistico umano quasi al di là – o piuttosto al di sotto – dello strato superficiale della materia.

 

La vena “poetica” del libro di Plummer è espressa del resto non soltanto mediante le ricorrenti citazioni di autori appartenenti al mondo della letteratura, ma anche attraverso i titoli dei capitoli in cui questo è suddiviso: “Piani di agilità”, “Meccanismi di trasformazione”, “Spazi di versatilità”, “Profondità della scoperta”, “Campi di azione”. È in particolar modo in quest’ultimo che Plummer allarga il suo orizzonte visivo per abbracciare una scala più vasta. Si legga il testo che introduce al capitolo: «Laddove le opportunità architettoniche proliferano intorno a noi ci è offerta un’idea di libertà apparentemente illimitata. La struttura che ci circonda è fertile e ricca di inviti all’agilità, alla trasformazione e alla scoperta, presentandoci un campo di azione ad ampio raggio. Queste possibilità dell’ambiente circostante sono particolarmente evidenti nei paesaggi incontaminati e nelle grandi città, ma si rivelano anche in edifici con masse straordinariamente porose e cavità ininterrotte. In queste forme spugnose e ricche di eventi non c’è fine al corso delle azioni che gli individui possono cogliere e decidere da soli. Questi edifici sono essenzialmente “opere aperte” e “forme aperte”, a causa del loro continuum spaziale e dell’ampia gamma di prospettive, offrendo infiniti “futuri aperti” che si è in grado di scegliere e di guidare».

 

E proprio su questa scala più vasta, tuttavia, che il libro di Plummer pare muoversi in maniera al tempo stesso meno originale e meno arguta. La lettura degli spazi urbani, delle piazze italiane «grandiose e intime», delle scalinate monumentali e di altri elementi cittadini di incanalamento, raccolta e connessione rivela forse la provenienza statunitense dello studioso, osservatore incantato ma anche lievemente superficiale di questi fenomeni. Si potrebbe dire che in questi casi emerge un’attitudine “purovisibilista” che nelle letture più ravvicinate di oggetti o parti di oggetti architettonici invece non si rivela. E facendo riferimento alla sopracitata «idea di libertà apparentemente illimitata», presuntamente indotta dagli edifici e dai contesti urbani (cui si può aggiungere l’idea che le persone costituiscano una «fonte di potere nello spazio»), va detto che anch’esse rientrano nell’impostazione critica di cui Plummer è portatore, che non prevede alcuna lettura politica in un senso allargato della città e dell’architettura; ciò che ne costituisce un indubbio limite. Senza con ciò nulla togliere alle molte pagine del libro che sanno restituirci la meraviglia nell’osservare il mondo artefatto che ci circonda.

 

Una breve notazione, infine, riguardo al titolo del libro, in particolar modo rivolta al lettore italiano: L’esperienza dell’architettura richiama inevitabilmente – per chi abbia un po’ di memoria – il titolo di un altro libro, significativo e storicamente importante: Esperienza dell’architettura di Ernesto N. Rogers, pubblicato nel 1958 sempre da Einaudi. Si trattava di una raccolta di saggi e di editoriali dell’allora direttore della rivista «Casabella-Continuità», attraverso la quale Rogers intendeva propagare il messaggio di cui la sua stessa architettura era portatrice: un’idea di necessaria relazione (mutuata dalla filosofia dell’amico Enzo Paci) tra le “cose” del mondo e i soggetti operanti al suo interno; un’idea che, proprio in merito alla dimensione urbana, anche in virtù delle dure prove cui egli – ebreo e antifascista – era stato sottoposto nel corso della sua vita, forniva di essa una lettura per nulla ingenua e incantata.

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