The last trip: Dylan, Stones e Co.

(Indio, Ca., Desert Trip 14-15 Ottobre 2016)

Sono stata al Desert Trip a Indio California, una sera Bob Dylan e i Rolling Stones, l’altra Neil Young e Paul McCartney, secondo weekend della maratona Woodstock Revisited 50 years later, con la prima esibizione di Dylan premio Nobel, che non ha detto una parola (come previsto) e sullo schermo in b/n dava le spalle al pubblico.

Faccio parte della generazione che ha imparato l’inglese per capire le strofe complesse di Bob D (e chi ha mai imparato l’italiano per leggere Baricco?), quella che si è persa per un soffio Woodstock o l’Isola di Wight. Questa volta era tutto organizzato alla perfezione, senza il fango e la pioggia del ‘69, pubblico di tutte le età tranquillo, relaxed alla californiana, fine concerto a mezzanotte, tasso di droga imparagonabile agli anni d’oro… un po’ di fumo di canne qua e là. Ma neanche il merchandising e la paccottiglia da ex hippies.

 

 

Rolling Stones e McCartney come previsto: show molto ben architettato, perfetta messa in scena, è teatro sulla loro storia. McCartney un grande classico che ha avuto l’esperienza musicale più incredibile del ‘900, e tenta l’impossibile armonia del tutto, folla e deserto, vecchi e giovani, si riconcilia con il suo passato, onora i morti, però è ancora lì in pista per tre ore, anche a duettare con Rihanna (“finalmente sento cantare quelli sotto i 50 anni”) e Neil Young.

I Rolling Stones col pilota automatico, ma che volo! Nonostante tutto, senza vedere le rughe in primo piano, riescono sempre a scatenare persino i 60enni, un’onda travolgente. Uno scoppio di energia istintiva che ancora nessun altro ha saputo riprodurre in salsa diversa, inimitabile, perciò lo fanno ancora loro con le stesse note.

Mick ha detto: “catch us before we croak”, beccateci prima che schiantiamo.

Paul: un concerto così “once in a life”… “for you, for me twice” (2 weekend).

 

 

Noi accampati per ore a 35° nel deserto californiano, intorno le palme altissime al vento e dietro il palco una luna piena gialla da sballo, seduti sulle coperte da picnic, in un’atmosfera che solo gli Americani sanno creare: di assoluta tranquillità in 85.000. Gente che gira, mangia e beve, non sta lì a rubarsi il posto migliore: una scampagnata (da noi sarebbe un incubo). Quel loro saper attraversare il deserto sulle carovane, dormire all’aperto coi falò, i grandi spazi dove non vedi nulla, s’intrattenevano con noi come col vicino durante il bbq del 4 Luglio. Moltissimi avevano i fazzoletti da cowboy, chissà perché tirato su come quando si cavalca nella sabbia (il deserto era la cornice ma noi eravamo in un gigantesco campo di polo). E poi c’erano i country-hippie-fricchettoni (di tutte le età); nella storia americana questo spirito è a tutt’ora l’unico antidoto alle loro peggiori paranoie. Capire le parole di Bob Dylan di per sé è indice di complessità culturale, è una sfida intellettuale, e questa è già una garanzia di civiltà interiore. Lo è per ogni ragazzino che ha cercato di capire quelle strofe incredibili, le ballate di quel cantante un po’ stonato dalla voce nasale che irrompe sulla scena, diverso da tutti, e non si lascia mai definire da 50 anni. Dietro c’è la tradizione folk, che è ancora molto sentita dagli americani, e il grande blues che ispira lui e gli Stones.

 

 

Al tramonto le luci del deserto diventano psichedeliche, realtà aumentata dalla location, poi quando Paul suona le canzoni di Sgt Pepper, la psichedelia è anche sugli schermi, ma non nelle vene come ai tempi.

Neil Young ha regalato semi di marjuana (organic) a chi stava sotto il palco, ha preso da un cestino campagnolo (da organic vegetables) tantissimi sacchettini bianchi perfettamente confezionati e li lanciava uno ad uno sul pubblico, ripetendo: “to break the law”.

Esperienza da fare con quella che Bob definirebbe: “the first few friends I had", quelli a cui non devi spiegare nulla (Bob Dylan’s Dream).

 

La vena non è la nostalgia, nessuno torna giovane o vuol rivivere i tempi che sono andati e basta, né il pubblico né le star, ma ormai sono dei grandi musicisti che sanno cosa si può dare, hanno tutt’ora la forza fisica di cantare e ballare per 2-3 ore (Mick e Keith ancora devono rendere nota la formula chimica che permette ad ultrasettantenni di scatenarsi sul palco in quel modo). Da anni nelle loro band hanno altri musicisti più giovani, dei veri professionisti, che fanno il lavoro duro, tra virtuosismi e lunghi assolo di chitarre elettriche e batteria da far tremare tutto. Bob Dylan del suo Neverending Tour una volta ha detto. “sono costretto a farlo, la musica che sento in giro non mi piace”.

 

Nella Woodstock Revisited ci sono negozi di LP accanto ai caricatori di iPhone, figli millennial che accompagnano volentieri i genitori ai festival rock, anche perché nei loro Ipod c’è questa musica.

La mia impressione è che questa “congiunzione fuori dal tempo”, un miracolo di sopravvivenza musicale – molti di loro hanno detto “non avremmo mai pensato di essere qui dopo 50 anni” –, non si potrà ripetere, che questo sia stato davvero “the last trip”.

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