Laura Ingalls Wilder e la casa nella prateria

“Tutto quello che ho raccontato è vero, ma non è tutta la verità”. Quando Laura Ingalls Wilder lo spiegò, in un discorso alla Detroit Book Fair nel 1937, non ci si fece molto caso. L’autrice di La piccola casa nella prateria, che allora presentava il quarto volume della serie, era un’autrice per bambini di successo. Nessuno poteva immaginare che in quell’elegante signora ormai settantenne finisse per incarnarsi il mito della frontiera americana. Le verità omesse, dovettero supporre gli ascoltatori, erano quelle troppo crude per la sensibilità dei piccoli lettori e la questione si chiuse lì. 

A un secolo e mezzo dalla sua nascita, l’ammissione si rivela però una traccia preziosa per rileggere – oltre la leggenda – un’autrice che ha venduto 60 milioni di copie in 45 lingue, ispirando un serial tv in onda dal 1974 al 1983, infinite biografie, libri di cucina, abiti, bambole, cuffiette oltre a una versione anime in Giappone. 

 

Scavando in direzione di quella verità omessa, il magnifico lavoro di Caroline Fraser Prairie Fires:The American Dreams of Laura Ingalls Wilder (625 pp. Metropolitan Books/Henry Holt, p. 625, $35), secondo il New York Times uno dei dieci migliori libri usciti negli Stati Uniti del 2017, riesce nell’impresa di aggiungere nuovi elementi a un quadro spesso congelato nell’agiografia. 

Attraverso una mole impressionante di lettere, manoscritti e inediti, Fraser – che ha curato l’opera omnia di Wilder per Library of America – smonta il mito di bambina pioniera del West e scrittrice di strepitoso successo per restituirci la figura complessa di una donna che dopo un’infanzia di povertà e una vita di duro lavoro, in vecchiaia si reinventa attraverso la scrittura.

 

Questa straordinaria traiettoria, mescolata al sentimentalismo di un marketing spinto agli estremi, ha spesso fatto di Laura Ingalls Wilder una macchietta. “La vera donna non era una caricatura”, scrive però Fraser. “La sua storia, durata novant’anni, è più ampia, più strana e più buia dei suoi libri e contiene interi capitoli che lei stessa sopportava a stento di esaminare”. 

Per portarli allo scoperto è necessario inserire la narrazione di Wilder in un più ampio quadro storico. Il primo contrasto che balza agli occhi riguarda la tempistica della sua opera. I libri di La piccola casa nella prateria, così colmi di gioia e ottimismo, nascono negli anni della grande depressione, quando la speranza si dissolve nel nulla insieme ai risparmi di milioni di americani. 

La crisi del 1929 è per Laura l’ennesima sconfitta, forse la più dura. A quel tempo ha quasi sessant’anni e i primi due atti della sua vita sono ormai alle spalle. Nata in una famiglia di pionieri, il suo primo ricordo sono le immense praterie intraviste dal carro che la conduce con la famiglia dal Wisconsin al Missouri. Da bambina incontra gli indiani, vede gli incendi nella prateria, supera tempeste e tornadi e si diverte a contare ciò che possiede sulle dita di una mano: un nastro per capelli, una tazza di latta, una bambola confezionata dalla madre. 

 

 

Si sposa diciottenne, la figlia Rose nasce un anno più tardi e dopo una serie di disastri la famiglia si trasferisce a sud, stabilendosi in una cittadina negli Ozarks del Missouri. Marito e moglie lavorano fino allo sfinimento. Lui, menomato da un infarto, fa consegne con un camion. Lei prende gente a pensione, cura l’orto e il pollaio e dal 1911 arrotonda con una rubrica sul Missouri Ruralist, As a Farm Woman Thinks, un titolo che da solo è un programma. 

Wilder scrive di lavori domestici, matrimonio, agricoltura, vita di campagna e non disdegna le puntate nell’attualità (il voto alle donne o il loro ruolo fuori casa). La gente inizia a conoscere il suo nome, lei affina la sua scrittura. Quando la crisi volatilizza i suoi risparmi, tentare il salto nella narrativa sembra una logica conseguenza. 

A spingerla è la figlia Rose, giornalista e autrice di discutibili biografie su Henry Ford, Jack London e Charles Hoover, una delle scrittrici più pagate dell’epoca, che ormai vive a San Francisco. Nella madre Rose vede la medesima stoffa degli eroi americani di cui è abituata a scrivere: una donna che ha attraversato tempi eroici e, malgrado tutto, ce l’ha fatta. I lettori, ne è certa, ameranno le sue storie di pionieri e vita selvaggia.

 

Forte del lungo apprendistato sulle pagine dei giornali rurali, Laura si mette al lavoro. I suoi genitori sono morti da poco e così l’amata sorella Mary. Per quanto doloroso, scavare nei ricordi è l’unico modo di ritrovarli. Wilder scrive con dedizione, passione, speranza. Racconta di sé, della sua infanzia felice, dell’amato padre Charles e del suo violino, dei raccolti vanificati dalla siccità, della madre Caroline, degli indiani, dei fiori, dei dolci di granturco, dei giochi con le sorelle. 

La figlia Rose, più esperta, rivede e aggiusta il tiro. Fra le due donne i conflitti non mancano, ma la madre si piega di buon grado alla collaborazione. Scrivere diventa così un’industria casalinga. Come i quilts, i libri di Laura Ingalls Wilder nascono dal lavoro di molte mani, scrive Fraser smentendo la versione che a lungo ha visto in Rose la ghostwriter di sua madre.

Fin dal primo libro – pubblicato nel 1932 con il titolo di Little House in the Big Woods – la memoria spicca il volo e si fa fiction, secondo la formula che farà la fortuna della serie. Avvolto nella luce morbida della nostalgia, il passato di frontiera diventa un’isola che quasi cent’anni dopo ancora è ancora capace di incantare milioni di lettori. Riletta in prospettiva storica, la vicenda della famiglia Ingalls appare però ben diversa.

 

Sullo sfondo di quegli anni, come Prairie Fires ricostruisce con puntigliosa precisione, scorrono la corsa alla terra innescata dagli Homestead Acts, la legge con cui il governo assegna 165 acri di proprietà demaniale a chi si impegna a coltivarla; i massacri dei nativi americani e il loro spossessamento; l’infinita povertà dei pionieri; i raccolti falliti; la siccità; il disastro ambientale innescato da tecniche agricole sbagliate; le drammatiche tempeste di sabbia del Dust Bowl e l’esodo di massa degli agricoltori verso terre migliori. 

Wilder ha vissuto questa storia in prima persona, ma nella sua narrazione chiude il mondo fuori della porta. Reinventa il suo passato in una chiave ottimista, fa della fattoria americana un modello di autosufficienza, canta i piccoli piaceri della vita semplice, i valori della famiglia, l’etica del sacrificio, l’orgoglio del duro lavoro. 

 

Nel clima cupo di quegli anni i lettori accolgono con entusiasmo questi libri gentili, che li trasportano in un passato dove la vita è bella e tutto sembra possibile. Il mito della frontiera trova così la sua eroina in Laura Ingalls Wilder. E, in un finale a sorpresa, la sua spettacolare ascesa dalla miseria alla ricchezza fa della bambina pioniera la protagonista del più classico American dream.

Rimane l’ultimo capitolo, quello più disturbante. Dopo la morte della Wilder La Piccola casa nella prateria non solo diventa un formidabile brand commerciale, ma finisce per ispirare intere generazioni di politici. Ronald Reagan si commuove guardando alla tivù il suo amico Michael Landon impersonare Charles Ingalls. La famiglia di Sarah Palin, interrogata sulle sue letture, cita Little House on the Prairie. Perfino Saddam Hussein si dice avesse un debole per il serial. 

 

Quello fra Wilder e la politica è un matrimonio predestinato. Laura e Rose non hanno mai nascosto le loro inclinazioni. La madre condanna con durezza Roosevelt e il New Deal e non fa mistero delle sue opinioni conservatrici. La figlia, insieme a Ayn Rand una delle figure di spicco del libertarianismo, approda a una visione antigovernativa così estrema da meritarle l’attenzione dell’Fbi e dopo la morte della madre ne affida i diritti al futuro candidato repubblicano alla presidenza Roger Mc Bride. 

Sono temi e toni che si riverberano nell’opera di Wilder, facendo della sua casa nella prateria un’arma di seduzione politica irresistibile. Nella casetta al limitare del bosco vive la famiglia perfetta per un manifesto elettorale – il padre saggio che provvede ai suoi, la madre affaccendata in casa e pronta al sacrificio, le bimbe brave e affettuose. Lì i valori della tradizione sono pane quotidiano, la vita è fatta di piccole cose e i grovigli della modernità sono lontani anni luce. 

Trapiantato sul terreno della politica, l’esercizio nostalgico che di La piccola casa nella prateria ha fatto un classico diventa però retorica e il mito della frontiera svela le sue mistificazioni. Il sogno americano di Laura Ingalls Wilder è destinato a restare tale e non può essere altrimenti. Lo diceva lei stessa, quel sogno non è tutta la verità. È tutto vero, ma non è tutto. È un gioco di specchi in cui una donna ritrova se stessa e le sue radici. È la sua verità. È letteratura.​

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