Le grandi star sportive americane, la politica. E gli italiani?

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero”. Ecco le ultime dichiarazioni riguardo la politica americana di uno dei più navigati e vincenti coach dell'NBA, Gregg Popovich. Pensiero già manifestato con schiettezza ai tempi dell'elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti d'America: “Mi fa venire il voltastomaco. Non tanto perché hanno vinto i Repubblicani ma per il disgustoso livello di commenti che sono stati xenofobi, omofobi, razzisti e misogini. Vivo in un paese dove metà delle persone ha ignorato tutto questo e ne ha eletto il rappresentante”.

Il rifiuto a Trump è diventato nelle ultime ore quasi sistematico, ed è partito dalle seguenti dichiarazioni: “Io non voglio andare, le mie convinzioni rimangono le stesse. Dovessimo mettere il viaggio alla Casa Bianca ai voti, io opterei per il No”. A dirlo è stato Stephen Curry, probabilmente il più popolare giocatore NBA nel Mondo e campione in carica con i Golden State Warriors che ha provocato anche la risposta dello stesso Trump, a mezzo twitter, per disdire l'invito.

 

Ecco, per un attimo chiudete gli occhi e pensate a uno dei nostri migliori allenatori o calciatori fare altrettanto. Cioè esprimersi apertamente, parlare di politica e della società in cui vive e che rappresenta. Senza che questo significhi l'essere preso a modello comportamentale, come ci si auspica spesso con la retorica appiccicosa del “buon esempio”. Si intenda invece riuscire a dare voce alle proprie opinioni, e impiegare il proprio tempo a crearsene.

 

Il discorso forse sarebbe percorribile con Sarri, il più “schierato” tra gli allenatori di Serie A, i cui ultimi interventi sul mondo politico italiano sono però rimasti agli anni di Empoli. Oggi le dichiarazioni, e le domande, sono più legate allo Scudetto rispetto allo scenario politico. Lui, come pochi altri allenatori, ha espresso la propria idea ma derubricabile oggi a semplice spirito di appartenenza. Insomma si resta sulle indicazioni di voto, più o meno come fece Raimondo Vianello, che pur non essendo calciatore era alla guida della trasmissione calcistica più seguita: “Pressing”, nel 1994. Oppure si scade nel “vaffa” come l'attuale Presidente dell'Associazione allenatori italiani, Renzo Uliveri, che nel suo ultimo viaggio oltreoceano si è fatto immortalare in foto col sorriso e il dito medio rivolto a uno dei palazzi griffati Trump.

 

Non proprio sullo stesso piano delle rumorosissime e argomentate dichiarazioni di Popovich, Curry e compagnia. Inimmaginabile sentire opinioni così dure da “eroi” più vicini al nostro quotidiano, un po' come se Messi o Cristiano Ronaldo avessero preso posizione, qualsiasi essa sia, nella vita politica di tutti i giorni.

I contesti sono diversi e non è, almeno non qui, una questione sul merito delle dichiarazioni, ma è evidente che questi atleti abbiano un pensiero forte, a cui tengono, e che vogliono esprimerlo. Le parole di Curry e James non sono cadute nel vuoto, raccogliendo consensi e plateali prese di posizioni anche dai giocatori professionisti, campioni e non solo, di altri sport come football e baseball.

 

 

E da questa parte dell'Oceano? Le dichiarazioni fuori campo degli uomini copertina del calcio sono quasi sempre sulla difensiva, l'ambizione davanti al microfono è quella di arrivare più rapidamente possibile allo 0-0 o di cavarsela con poche perdite.

Ben inteso: non che ci sia qualcuno lì a fargli domande sulla politica, anche se la retorica consumata col soporifero prontuario delle frasi fatte farebbe cadere ogni velleità. Citare le eccezioni non serve a dimostrare il contrario ma è capitato che Buffon abbia raccontato il proprio pensiero senza nascondersi. Schierandosi politicamente alle ultime elezioni, e andando in tv da Bruno Vespa per sponsorizzare la candidatura di Mario Monti.

 

Una differenza con gli USA è che in Italia sono gli sportivi ad essere usati come arma politica e non ci aspetta invece che questi prendano parte al dibattito, indirizzandolo. Senza andare a scomodare i tempi delle faraoniche Olimpiadi tedesche del 1936, o la voglia di Mussolini di trasformare il pugile Primo Carnera in icona, sono i campioni e soprattutto le squadre di calcio che vengono tirate in ballo dalla politica. Non il contrario. Anzi, per un politico, dichiarare il proprio tifo è usato come mezzo per entrare in sintonia con l'elettorato. E lo è stato certamente essere presidente di un club, come è successo a Berlusconi. Per un calciatore, dichiarare la propria appartenenza politica risulta invece come un'incongruenza tra un “Daremo il 101%” e “Ci aspettano tutte finali”.

Uno dei casi più eclatanti europei ha avuto, e ha tutt'ora, per protagonista il difensore del Barcellona Piquè, costantemente fischiato da larghissima parte degli spagnoli ad ogni apparizione con la maglia della nazionale. Il motivo sono le sue dichiarazioni per l'indipendenza della Catalogna, anche se queste sono più catalogabili tra i “si dice” piuttosto che tra le prese di posizione con un microfono in mano. Amplificate da foto e video in cui dominano dubbi e ricostruzioni tra verità e ambiguità. Ancora vive grazie ai silenzi del calciatore, che in alcune occasioni si è tirato fuori dalla polemica indicando come i colpevoli di tutto i tifosi del Real Madrid. Niente di nuovo.

 

In Italia si “parla” più di politica con gli striscioni e i cori delle curve che non negli spogliatoi, in uno scenario, quello del mondo ultrà, lasciato desolatamente libero da dirigenti e calciatori.

Imparagonabile a quanto avviene in qualsiasi sport americano ma fatto normale nelle vicende europee. Pochi gli sportivi che hanno mai provato a dire qualcosa, in un senso o nell'altro, e spesso ci si è limitati ai gesti. Senza arrivare al pugno chiuso nella notte dei tempi di Sollier e alla sua vita attiva in politica, si guardi più al presente con l'altro pugno chiuso, quello di Lucarelli o al braccio teso di Di Canio. Pare ci sia più possibilità di argomentare a carriera conclusa, come se rimessi panni civili sia più facile poter spiegare la propria idea. Non un caso che si rimanga sorpresi nel vedere alcuni calciatori e sportivi entrare in politica. Vedi Massimo Mauro, diventato deputato come Gianni Rivera, oppure Stefano Tacconi, Pietro Mennea, Sara Simeoni o Josefa Idem.

 

Forse l'unica eccezione in calzoncini corti fu quella rappresentata da Fabio Rustico, difensore che nel cognome aveva anche la definizione tecnica, amante di Seneca e che non mancava di dire la propria idea sulle questioni politiche, anche quando doveva giocare una partita di Serie A. Una volta sopra la maglia dell'Atalanta vestì la bandiera arcobaleno, chiarendo la sua posizione sulla guerra in l'Iraq. Venne poi eletto e nominato Assessore allo Sport di Bergamo e terminò quasi contemporaneamente la sua carriera da calciatore. I due impegni, evidentemente, erano inconciliabili.

 

Carriere politiche che non sono l'aspirazione, o movente, di Curry e degli sportivi americani. Il loro ruolo è anche quello di rispondere a istanze del genere, e non certo di viverle come una tortura. Cosa che in alcuni casi continuano a fare anche dopo aver smesso di giocare. Come Maradona, che esterna molto spesso pensieri politici su ogni argomento, oppure Dennis Rodman, ultimo esempio di un ex atleta da copertina, che adesso si fa immortalare in amabili chiacchierate con Kim Jong Un, dittatore della Corea del Nord.

 

Spendono la loro faccia per veicolare il loro pensiero, ben sapendo qual è il loro peso specifico nella vita quotidiana. E sapendo anche che impegnarsi per avere ed esternare un'opinione non impedisce di vivere le proprie carriere e vite fuori dal campo nella normalità, grossolanamente riconducibile a queste stereotipate stelle. polari: lusso, shopping, videogame, donne e tatuaggi.

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