Le Pen, Macron. Orizzonti di rivalsa

Adesso arriva la buccia di banana del passato, non troppo nascosto, del presidente ad interim del Front National, l’europarlamentare Jean-François Jalkh, nominato al posto di Marine Le Pen, candidata nel ballottaggio per le presidenziali francesi. Jalkh, interrogato ben diciassette anni fa da uno studiosa in merito allo sterminio degli ebrei, avrebbe messo in discussione l’evidenza dei fatti. Un atteggiamento, quest’ultimo, piuttosto diffuso nel suo partito, cassato poi dalla vulgata neolepenista in omaggio alla necessità di rivestirsi di un abito più decoroso, quindi maggiormente accettabile per gli elettori “moderati”. Tanto più dal momento che Marine Le Pen ha per davvero superato il primo turno, come era stato abbondantemente preconizzato. Il risultato della tornata elettorale per le presidenziali francesi ha senz’altro segnato un mutamento di scenario interessante. Il “centrista” Emmanuel Macron, uomo dell’imprevisto così come dell’accelerazione, esponente di quel variegato universo delle élite contro le quali il Front National si scaglia un giorno sì e l’altro pure, ha stracciato non solo le controparti dichiaratamente anemiche, a partire da un Partito socialista ectoplasmatico, ma anche quei Repubblicani gollisti, potenzialmente i suoi maggiori contendenti, che qualche carta in più pur l’avevano. Di fatto, tra una Le Pen ripulita del neofascismo originario della sua formazione politica e un Macron che dice di volere fare ciò che gli altri, a partire da François Hollande, non hanno realizzato, le due grandi famiglie politiche della Quinta repubblica francese – per l’appunto gollisti e socialisti – sono state messe al palo. Se non alla berlina.

 

La mappa del voto è sufficientemente chiara. A Parigi la Le Pen è pressoché inesistente, mentre Macron spopola (raccogliendo al primo turno l’assenso di un elettore su tre). Il rapporto si ribalta nei piccoli comuni rurali, dove invece la candidata frontista fa incetta di consensi. Si conferma quindi una dicotomia nettissima, con una secca contrapposizione tra le grandi città, orientate verso candidati di centro o di sinistra, e le zone più periferiche, nelle quali Marine Le Pen rivela un’invidiabile, e oramai non più insidiabile, solidità. Tra i diversi dati possibili, basti pensare che i seggi nelle circa cinquecento città con più di quindicimila iscritti alle liste elettorali (circa un terzo dell’intero corpo degli aventi diritto al voto), hanno registrato una percentuale di assensi per il Front National decisamente inferiore a quella raccolta mano a mano che arrivavano i responsi dalle periferie e, soprattutto, dalle zone non urbane. Se non ci fossero stati i grandi agglomerati urbani e metropolitani, Marine Le Pen avrebbe registrato un riscontro ben più corposo di quello che già da adesso può comunque vantare.

 

 

A questo clivage tra centri e periferie, oramai ben radicato, se ne somma poi un altro, di taglio sociale, laddove il Front National macina consensi nelle zone del nord-est e del sud-est del paese, dove la deindustrializzazione ha colpito duramente gli agglomerati operai e artigiani, oramai mosche bianche consegnate ad un territorio depauperato e in perenne crisi di identità. Ben diverso è il discorso per quella Francia paciosa e sicura di sé maggiormente legata alle aree atlantiche. Il neolepenismo è oramai l’ideologia di riferimento nei territori che vanno verso il Belgio e la Germania e in quelli mediterranei. Con l’aggiunta, ora, anche della Corsica. Macron, a sua volta, si è nutrito bene della crisi del socialismo francese: sugli oltre settemila comuni francesi in cui è risultato superare nel voto la Le Pen, metà di essi, nelle passate presidenziali del 2012, avevano scelto François Hollande. Confermando la sua immagine centrista, ha tuttavia mietuto assensi anche in quasi duemilacinquecento municipalità che si erano pronunciate per Nicolas Sarkozy. Tra i francesi residenti all’estero, il rapporto nelle preferenze tra i due candidati al ballottaggio è di 7 a 1. «En Marche» vince alla grande.

 

Una ulteriore discriminante è quindi quella sociale: il Fronte è gradito agli operai, ai disoccupati, a chi svolge lavori subordinati e scarsamente creativi, mentre è aborrito dalle classi ad elevato reddito e con un buon tasso di scolarizzazione. Esiste una sovrapposizione tra distribuzione geografica del voto e insediamenti socio-professionali: i ceti medi, inseriti nei trend della globalizzazione, in genere rifiutano l’identitarismo e il sovranismo; quei molteplici segmenti della società francese che, invece, se ne sentono messi ai margini, si rivelano proclivi al richiamo di un neonazionalismo che gioca le carte del rifiuto e della rivalsa. Uno scenario per buona parte prevedibile prima ancora del voto del 23 aprile, il quale semmai ha concorso a sancire una tale divisione già in essere. Circa due anni fa il sociologo e demografo Hervé Le Bras aveva indicato come la cartografia elettorale corrispondesse in pieno ai flussi non solo economici ma anche spaziali della società francese, gli uni e gli altri in atto da lungo tempo, quanto meno dagli anni Ottanta.

 

Negli insediamenti perlopiù urbani, ove si concentrano le professioni (e le identità) intellettuali e creative, nonché i lavori meglio retribuiti, il Front National se la vede male. Diversa è la musica, invece, nei piccoli centri extra-metropolitani o comunque periferici rispetto ai grandi agglomerati abitativi, dove da tempo si sono trasferite le famiglie meno abbienti per cercare di fronteggiare il problema dei lievitanti costi di affitti e beni di prima necessità. Così come nelle aree rurali, laddove prevale non solo una cultura sociale più tradizionalista ma anche il senso della marginalità rispetto ai processi decisionali della politica dei “palazzi” del potere. Detto questo, Marine Le Pen ha preso, al primo turno, ben 7.679.493 voti, pari al 21,30% di coloro che sono andati alle urne. Emmanuel Macron l’ha superata di un milione di assensi, arrivando al 24,01%. Ne emerge quindi un ritratto a dense tinte dell’Esagono. A parte la sconfitta (in parte preventivata) del repubblicano François Fillon (fermo al 20%) e di quella (drammatica se non catastrofica) del socialista Benoît Hamon (trincerato nella piccola Maginot del 6,36%), molto buona è stata invece la performance di Jean-Luc Mélenchon (più di sette milioni di voti, pari al 19,58%), esponente di «France Insoumise», che si origina da una scissione, consumatasi già nel 2008, dal partito socialista. I neolepenisti non hanno raggiunto la quota del 30% dei consensi, altrimenti vagheggiata da diversi sondaggi fino a poche settimane fa. 

 

Tuttavia, sono al centro della vita politica francese e anche se Macron dovesse vincere al ballottaggio, cosa altamente probabile, in tutta plausibilità rimarranno l’avversario da sconfiggere nei tempi a venire. Poiché il conflitto tra Le Pen e Macron è, al momento, la condizione ideale per entrambi i candidati, polarizzando, dividendo e quindi mettendo alla conta i due elettorati, obbligati a pronunciarsi in maniera secca, secondo un criterio dicotomico che rimanda più alla lotta tra due destre (una radicale, l’altra liberale), che non all’opzione tra progetti distinti per una Francia a venire. La Le Pen, quindi, ha già accentuato le tonalità melodrammatiche contro l’avversario, ai suoi occhi incarnazione pressoché perfetta di quella globalizzazione senza freni e senza volto che starebbe disarticolando la Francia verace e profonda. Così facendo, il Front National cerca di offrirsi come la diga che fermerà lo tsunami «mondialista» dall’espropriazione della sovranità e dell’identità nazionali. Il secondo può raccogliere su di sé il mandato antifascista – quello che puntualmente si ripresenta come obbligo per gli elettori “democratici” quando un candidato lepenista va ad un qualche ballottaggio – senza doversi preoccupare di fornire uno straccio di progetto politico che non sia quello che si identifica con la sua immagine giovanilista, dinamica e calcolatamente narcisista.

 

Va detto che Macron ha vinto al primo turno sfruttando le incongruenze che si sono accompagnate alle selezioni dei candidati tra le file dei repubblicani e dei socialisti. Se Fillon, molto orientato a destra, si è poi rivelato un’“anatra zoppa”, sommando il preesistente malcontento di una parte del suo partito (legato comunque ad Alain Juppé) agli effetti delle sue disavventure giudiziarie, per i socialisti la rinuncia di François Hollande, la sconfitta di Manuel Valls, l’investitura di Benoît Hamon, poi letteralmente cannibalizzato da Jean-Luc Mélenchon, che ha fatto una campagna elettorale più volta contro il suo vecchio partito che non nei confronti degli altri, sono stati elementi letali. Il condimento ultimo, infine, è stato offerto dalla navigata abilità di Macron di muoversi tra i marosi della politica francese giocando la duplice carta della novità e della moralità. La novità di chi si è costruito, tra i contendenti, uno spazio proprio, quello neo-centrista, giocando sull’erosione del vetero-gollismo e sulla non credibilità di un socialismo privo oramai di qualsiasi sostanza innovativa, dal quale aveva peraltro già provveduto a dissociarsi; la moralità di colui che non ha dovuto rendere conto di scandali o, comunque, di vincoli pregressi (nel mentre Le Pen e Fillon si sono trovati spesso con il fiato corto), identificando la sua proposta politica con la sua stessa immagine personale. Qualcosa del tipo: votatemi, poiché il “nuovo” sono io e perché io sono nuovo.

 

Quest’ultima cosa, tanto più, per nulla vera, essendo Macron, malgrado la giovane età, un uomo formatosi all’interno degli apparati amministrativi e politici della Quinta Repubblica. Quindi, un autentico inside player. Dopo di che, in tutta probabilità Marine Le Pen verrà sconfitta al ballottaggio ma con onore, plausibilmente raggiungendo la soglia del 40% dei voti. Nel 2002, quando il padre Jean-Marie aveva sfidato al ballottaggio il gollista Jacques Chirac, era riuscito a racimolare un magro 17,79% (cinque milioni e mezzo di voti), quando al primo turno era passato grazie al 16,86%. Il campo di estensione politica – e non solo elettorale – della destra radicale si è quindi enormemente ampliato in una quindicina d’anni. Marine Le Pen sta praticando da tempo, e con indiscutibile abilità, una sistematica opera di saccheggio dei temi, degli argomenti, dello stesso linguaggio, e quindi degli spazi simbolici ma anche fisici, di ciò che resta della gauche francese. Si tratta di un work in progress che va ben oltre le urne, ponendosi il problema di radicare una solida egemonia culturale su ampi settori della società francese. Queste elezioni, quindi, sono solo un transito in un processo di ben più ampio respiro ed orizzonte. Come avrebbe detto qualcuno, diverso tempo fa: «Ce n’est qu’un début, continuons le combat!». Peccato che oggi le parti siano capovolte.

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