Le prigioni di internet e la tirannia di Wikipedia

Non so bene da dove iniziare. Forse l’esperienza personale, a cui non ricorro quasi mai, in questo caso funziona: è esplicativa. E quanto segue può sembrare ormai palese, eppure ce se ne dimentica di frequente. Un semplice esempio: il primo gennaio 2017 ricevo una telefonata che, con voce sgomenta, mi domanda: “Non sei su fb? E allora come riesco a farti gli auguri di buon anno?”. Certo, verrebbe da ridere e ribattere: “Scusa, perché non ci facciamo gli auguri al telefono, visto che mi hai chiamata?”. Suppongo sarebbe tempo perso.

Impiego internet da suoi primordi, e non mi pareva una schiavitù. Ora non solo se ne è schiavi, ma pure impossibilitati, seppur innocenti, a uscire dalla galera. Mi rallegro (e sto mentendo) con chi come me non la pensa, ovvero coi tanti e le tante che vagano nella confusione di essere se stessi/e rispetto alle menzioni del loro nome su un motore di ricerca, specie su google: di tali menzioni ne cercano, ricercano, desiderano sempre troppe, pure quando non ne avrebbero alcuna necessità. A contare, a mio avviso, dovrebbe piuttosto essere la propria individualità e professionalità, la propria onestà, al di là delle menzioni (o menzogne).

 

Ho in mente chi ha, o si fa mantenere un blog, o chi investe, o paga altri per conferirsi quell’immagine, pur sempre evanescente (o convincente?), su cose quali (in ordine alfabetico): fb, flickr, instagram, linkedin (più riservato ai professionisti), skype, vimeo, wikipedia, youtube, senza poi pensare alle varie chat, ai presuntuosi anobiani, e via dicendo.

Ora, per quanto mi riguarda, e credo riguardi molti desolati dall’illusione internet iniziale, mi alzo di mattina e la mia casella  di posta elettronica, pubblica (universitaria), oltreché quella privata, è invasa da email di ogni grado e con troppe richieste balzane: perché si ritiene che io consista in una sorta d’ufficio di informazioni o consulenza?; quando, di fatto, lo si sa, faccio la filosofa? Tra l’altro, a quante e quanti mi hanno scritto, ho sempre risposto, nonostante il rigore che il mio lavoro impone (pensare, scrivere, insegnare, non tergiversare). Con pochissime e pochissimi di costoro il tentativo si è indirizzato oltre internet, ovvero in incontri personali, al limite dell’amicale, incontri terminati male, sempre perché il mio mestiere non corrisponde alla consulente degli altrui malanni o inganni, né alle aspettative delle persone che, non senza presunzione, e a seguire permalosità, mi contattano a piacere, per poi, senza alcun dispiacere, ottenuti da me i loro desiderata, dileguarsi con scuse subnormali (il fenomeno riguarda spesso alcuni “personaggi” più o meno noti, certo non seri intellettuali, fenomeno però che include alcuni giovani/e, non miei allievi, da cui, mi sono fatta intrappolare). 

 

 

Non sono neppure esente da alcuni/e “stalker”, inclusa la mia stessa università che mi invia di tutto ormai esclusivamente via email.  

A parte ciò. Ho un sito ufficiale, e uno personale (sempre, per ragioni palesi, in via di costruzione). Perché? Quello personale sopperisce alle scarne informazioni, rispetto a ciò che quello prettamente universitario consente. E poi? Mi ritrovo sulla Treccani.it, e di ciò non me ne faccio un vanto, né tuttavia la contesto: è enciclopedia online di tutto rispetto, sempre abbastanza aggiornata (a mia insaputa) su quanto di puramente filosoficamente combino. Non ho un mio canale youtube, né ne desidererei uno, eppure su youtube sono presente, a tratti su vimeo, volutamente soprattutto per appelli a favore della buona filosofia, contro l’omofobia o la violenza sulle donne; involontariamente, invece, più spesso di quanto auspicherei. Mezzi, tramite cui non ho mai cercato alcuna auto-promozione, meno che mai quella che mi sarebbe potuta giungere da sponsor vari, e tramite cui procurarmi denari. Del resto, concordo col difficile James Joyce, che nell’Ulisse ci rammenta: “Quattrini e cretini non si fanno compagnia”. 

 

Tornando alla mia vera e propria personale esperienza, prediligo su internet risultare su siti prettamente filosofico-professionali, luoghi a cui la massa non accede: un solo esempio. Non tanto in ragione del fatto che la subcultura, in cui troppi abitano, è senz’altro maggiormente interessata ad altro – a culi, tette, insulti, non all’accademia –; piuttosto in quanto, oltre allo scambio di informazioni filosofiche necessarie, vi vengono riportati e comunicati direttamente, molti dati salienti (in quanti mi seguono, il loro nome e cognome, la loro appartenenza, chi ha letto il mio profilo il tal giorno, chi ha consultato i miei articoli e volumi l’altro giorno, i “nuovi visitatori”, oltre ad annunciarmi chi carica nuovi documenti di mio interesse). A oggi, so, per esempio che in più di 2500 hanno letto le mie pagine. Non molti, certo, solo un numero discreto: non intendo, of course, impiegare quale mezzo di marketing. Altrimenti, al pari di alcuni miei strambi colleghi/e mi vanterei di essere esperta di discipline che ho ben poco approfondito, e immetterei dati di ogni genere pur di risultare “vincente”. Malefico, a mio avviso, questo marketing. E chi lo pratica non è da frequentarsi, né via internet, né personalmente.

 

Tornando a noi, mi hanno riferito di un mio profilo su fb, in qual senso quale “figura pubblica”, profilo che non mi è concesso neanche di visionare, non essendo un loro utente, con però 570 e passa “mi piace” o follower, pochini rispetto ai 2500 lettori di cui sopra. Con quale diritto o pretesto fb, senza richiesta di un minimo permesso, mi ha lì imprigionata, luogo al cui andazzo non ho mai inteso adeguarmi: e poi, si tratta di una rete sociale o promozionale, nel tentativo di accumulare soldi? Oppure diario sgretolato di sé, che un tempo si teneva a chiave in qualche cassetto della propria scrivania?  In ogni caso, nonostante la mia volontà, non mi risulta vi sia modo di svincolarsi. E ciò risulta vero anche per coloro che ne sono stati utenti, e non vi vorrebbero più risultare. Se qualcuno di chi ci sta leggendo si trova su fb, provi a cancellarsi, e ne riscontrerà le prove. Perché cancellarsi? Mille le ragioni per chi non crede che i propri follower siano importanti, o addirittura amici. Per di più, da dove cattura dati “tagliati” questa “mia” pagina fb? Da wikipedia, e questo costituisce un dramma, poiché quale è l’affidabilità e la libertà di quest’ultima? E non solo? Ne accennerò in un attimo.

La prima volta, in vita, in cui ho tentato di sottrarmi da congegni del genere, è stato da skype. Mi erano stati aperti due account: uno col mio vero e proprio nome, un altro in cui il mio nome non compariva, eppure gli acuti hanno sospettato che fossi io (in troppi mi domandavano amicizia, dialoghi – dialoghi? – di chattare eccetera.) La mia unica mossa possibile: scrivo ai responsabili e in inglese mi viene prontamente risposto che, se non avessi più usato quegli account skype, il tutto si sarebbe auto-cancellato. Di fatto, non li ho più utilizzati, eppure pare che risultino tutt’ora rintracciabili. Di nuovo, alla faccia delle menzogne e della privacy.

 

In ultimo, seppur ben altro si potrebbe sostenere, il caso di wikipedia, la cosiddetta “enciclopedia libera”. Libera da che? E da chi? Libera, specie quella italiana, senz’altro, dagli esperti, ovvero da quegli esemplari a cui venivano un tempo affidate le redazioni di voci di enciclopedie cartacee. Su wikipedia tutti, pure l’ultimo degli ignoranti o degli invidiosi, può intervenire. In un perfetto anonimato, nel senso che non sappiamo nell’immediato chi sia: non compare un nome e cognome. E, se scorrete wikipedia, vi compaiono voci assurde e per nulla criticate, mentre altre (per esempio, la mia, e non solo) ne ha subito di tutti i colori, e attualmente recita parecchie falsità: come fuggire da tutto ciò? Per scrivere, occorrerebbe, un minimo di conoscenza, non di pulsione puerile o psicopatica, a favore, o sfavore, senza “note” o riferimenti, di chi “mi piace” o non “mi piace”, senza alcuna ragione per motivarlo. Per di più, vi sono voci, decisamente controllate dall’alto (dalla regina d’Inghilterra allo sportivo di qualche fama), nonostante la puntuale cronologia delle modifiche, o forse proprio per tal ragione.

Non so cosa ne penserebbero i primi fautori di una qualche enciclopedia: Plinio il Vecchio, o Plutarco, e via dicendo fino a Diderot, che, come noto, ha diretto l’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers. Ricordo solo che da piccola, la libreria della casa genitoriale conteneva volumi e volumi cartacei di due ottime enciclopedie, e ogni anno si riceveva gli aggiornamenti. Mentre ora la “libera” Wikipedia online presenta voci, quale la mia, e non solo, che non sono aggiornabili, né cancellabili, mentre altre voci se ne stanno lì, senza ragione alcuna e senza alcuna critica: l’inaffidabilità ormai domina. E l’italiana wikipedia vi è complice. 

 

Che si può fare ormai? Poco o nulla. Come sottolineava Vittorio Alfieri, “dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più”. La paura di non esserci, di cadere nell’anonimato. E pensare che Elena Ferrante, che ha scelto l’anonimato, ha più 400.000 menzioni su google, senza contare le notizie, sempre su google, e una voce wikipedia aggiornatissima, seppur concisa e non sbrodolata. Nonostante ciò, il gossip di una scelta privata viene ben messa in evidenza. E la voce wikipedia insiste sul domandarsi, non senza insistenza, chi sarà mai Elena Ferrante. Viene pure identificata con un mio collega: lui nega, e wikipedia, in ogni caso rimane confusa: inizia affermando “Elena Ferrante (Napoli, 1943) è una scrittrice italiana”, ovvero è una donna, mentre il collega in questione è uomo, non è nato a Napoli, bensì a Genova il 26 aprile 1960. Forse, l’anonimato corrisponde sempre a ciò, a fornire false notizie?

Giungono sempre in mente le parole di Larry Sanger, pronunciate in una conferenza all’Eastern Michigan University: “Chiunque può collaborare a Wikipedia, indipendentemente dalla propria disinformazione… All’assenza di un controllo si devono un gran numero di errori, destinati a rimanere tali. Mi sono allontanato da quel tipo di organizzazione e di gente”.

Ma allora mi si chiederà: perché scrivo per riviste web quali “Doppiozero”? Non cado forse in stessa in contraddizione? No, mi spiace. Ogni pezzo che scrivo per riviste web presenta la mia firma, il mio vero nome e cognome, e, se il pezzo risulta stupido o contiene errori o è auto-promozionale per vendermi ai più e guadagnare denari, il lettore sa bene con chi prendersela, e io cado in discredito. 

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