Le proteste in Ungheria

Dieci anni fa ho partecipato a una “graduation” alla Ceu University a Budapest, fondata dal miliardario americano George Soros. Victor Orbán, con una legge che esclude dall’Ungheria le istituzioni universitarie che non fanno ufficialmente parte della Ue, vuole chiuderla. La Commissione Europea ha annunciato il 26 aprile scorso di aver aperto una procedura d’infrazione contro l’Ungheria, proprio per l’adozione di questa legge, che Bruxelles ritiene rimetta in causa il principio della libertà accademica e quindi incompatibile con i valori democratici della Ue.


L’Ungheria ha un mese di tempo per rispondere sul piano legale alla Commissione.

La vicenda della legge ormai soprannominata “anti Soros”, che ha provocato manifestazioni di protesta con numeri importanti dentro e fuori l’Ungheria, vede Orbán premier ultra conservatore, che da quell’istituzione è stato sostenuto nel suo percorso di studi, opporsi a un’università che non è certo in linea con il suo governo nazionalista. Il testo di legge approvata dal Parlamento ungherese, il 4 aprile 2017, prevede che le università straniere (extra UE), non potranno attribuire dei diplomi con validità nazionale senza un accordo con il governo in carica. Quindi la Ceu internazionale dovrà trasferirsi negli Stati Uniti, mentre l'istituzione che resta a Budapest sarà messa sotto il diretto controllo del governo ungherese.

 

 

Accade che l’Unione Europea, della quale Orbán respinge ogni critica, anche sul diritto che si è arrogato di bloccare la cosiddetta rotta balcanica per i migranti costruendo più muri per difendere i confini ungheresi, in questo caso è usata come un grimaldello per limitare una libertà,per far morire un luogo del sapere che attira studenti e docenti provenienti da tutto il mondo e che genera idee, curiosità e indipendenza.

Il rettore della Ceu, Michael Ignatieff, ex leader del Partito liberale in Canada e professore a Harvard, era andato a Bruxelles proprio per ottenere il sostegno dei dirigenti europei contro la chiusura dell’università da parte del governo ungherese. “Ho il dovere di dire all’Europa cosa c’è in gioco – ha dichiarato – è la prima volta dal 1945 che uno Stato membro dell’UE cerca di chiudere una libera università. Questo ci porterebbe in un territorio inesplorato e a un attacco ai valori fondamentali”.

 

Un’università “normale”, un’eccellenza internazionale a Budapest

Se ripenso alla graduation del 2006, una “festa di laurea” a tutti gli effetti, che si svolgeva all’Operetta Theater di Budapest in una domenica di giugno, è evidente lo stravolgimento di quello scenario rispetto a una situazione così paradossale. Allora si respirava un’atmosfera fiduciosa e di normalità. Mentre si aspettavano i dottorandi, i laureandi, ospiti e famiglie, fervevano le attività intorno a un signore anziano in toga rossa, pronto a consegnare le pergamene a più di cinquecento dottori appena laureati in legge, in economia, filosofia e antropologia, accolto con la disinvoltura di chi è ben conosciuto da luoghi e persone. Il giorno della cerimonia, i parenti dei laureati, che attendevano di entrare nel teatro per il grande evento non sembravano preoccuparsi troppo di lui, mamme, papà, nonne e zii, prendevano posto, colorando con gli abiti della festa e i cappelli nuovi, l’Operetta Theater dai piccoli palchi d’oro alla moda viennese di fine ottocento. Il personaggio in rosso si muoveva tra il palco e la sala indaffarato, intorno a lui alcuni giovani con cui scambiava parole, fogli di carta, appunti, pronto a dire qualcosa d’importante, dopo la stretta di mano accademica e la fotografia di rito: che la Central European University avrebbe superato i 400 milioni di dollari di finanziamento. Non poteva aver dubbi, i danari sono suoi, è lui che ha deciso di fondare quell’università. L’uomo in toga rossa era George Soros.

 

 

 

Quell’atmosfera di normalità è continuata negli anni, tanto da mettere in secondo piano la realtà di un’istituzione universitaria fondata da uno dei capitalisti che più divide l’opinione pubblica mondiale. Hanno parlato i numeri degli iscritti, dei laureati, delle tante nazionalità rappresentate nell’università da studenti e insegnanti, e il fatto che CEU è considerata tra le 100 università migliori al mondo dai ranking mondiali, tra le prime in Europa in Scienze Sociali.

Si è realizzato negli anni un melting pot tra i talenti delle repubbliche che gravitavano intorno all’ex Unione Sovietica; alla Ceu sono passati i più promettenti rumeni, polacchi, bulgari, estoni, lapponi, con partenariati anche con la Bocconi, e in seguito altre università italiane, alcuni per conseguire un doppio diploma in economia internazionale. Non mancano gli olandesi o i tedeschi, e anche gli americani che rimangono alcuni trimestri per un master in executive business, in molti provenienti dalla Purdue University dell’Indiana, in programmi sostenuti dalle business school di Tiburg (Olanda) e da Hannover.

 

Inoltre, l’università mette a disposizione regolarmente alcune borse di studio per studenti di etnie Rom che abbiano completato un corso di livello universitario, per raggiungere un grado d’inglese tale da poter seguire programmi di studio post laurea con valore internazionale. Negli ultimi 12 anni questa iniziativa ha preparato più di 250 studenti Rom, con l’obiettivo che le popolazioni Rom guardino a questi giovani come dei nuovi modelli nei quali identificarsi, che possano avere un ruolo di leadership nelle loro comunità ai fini dell’integrazione. Un programma in espansione, attualmente corroborato dalla danese Velux Foundations, che ha attribuito nel 2016 oltre 155 milioni di euro per finanziamenti, borse e premi, con finalità d’integrazione e innovazione sociale.

 

Una misura punitiva, con limitazione inaccettabile alla libertà accademica

Proprio quest’apertura alle minoranze etniche, alle popolazioni che diversamente non avrebbero accesso a una formazione superiore, ha messo la Ceu nella condizione di subire una disposizione che sembra davvero punitiva. La legge impone alle università “extracomunitarie” di avere campus nel loro paese di origine ma Ceu, basata a Budapest da 25 anni, non ha campus negli Stati Uniti, e non vuole averne. Si tratta chiaramente di una scelta fatta dai fondatori dell’università: un ateneo con un’unica sede a Budapest per attirare studenti dell’Europa Centrale e Orientale, con uno stile d’insegnamento angloamericano, con le stesse certificazioni delle più prestigiose università degli Stati Uniti, per entrare in concorrenza con loro nel contesto mondiale.

 

Decisioni prese prima del 1991, proprio per lasciare alla Ceu University tutta la libertà possibile, dal punto di vista accademico, della scelta degli insegnanti e dei docenti. Orbán lo sa bene, e vuol colpire proprio queste libertà. Il provvedimento intende boicottare il progetto di Soros: dare al proprio paese un’università per promuovere un pensiero liberale e indipendente ispirandosi al modello dell’Open Society, l'ideale a cui lui stesso si è ispirato alla London School of Economics partecipando alle lezioni del filosofo della scienza Karl Popper.

 

Un’università in ostaggio

Che la Ceu University fosse nata con la vocazione di voler contrastare la politica xenofoba attraverso la conoscenza, con una comunità accademica internazionale e inclusiva, Orbán lo sapeva bene e da prima del 1989. Sin troppo, per essere stato lui stesso sostenuto dal fondatore dalla Ceu. Quando l'attuale premier ungherese si opponeva al regime con Szdsz, l’Alleanza dei democratici liberi, ottenne una borsa di studio proprio dalla Soros Fondations per andare a studiare a Oxford. Tornò progressista e sostenitore della difesa dei diritti civili. Per tutti questi motivi, la legge sulle università internazionali sembra avere un solo bersaglio: buttare fuori dal paese ciò che rappresentaquell’università, insieme con il sistema delle Ong che combattono i comportamenti illiberali del premier ungherese, alcune delle quali sostenute proprio da Soros. In questa scontro, maldestramente dissimulato, tra Orbán e Soros, la CeuUniversity è presa in ostaggio.

 

Oggi, con uno scenario politico internazionale completamente cambiato, per Orbán premier la presenza, in casa sua, di un’università che vuol insegnare la leadership ai Rom e che lavora sulla diversità di studenti e docenti, è un simbolo che non può sopportare. Un’istituzione universitaria che, mentre il capo del governo dà il via alla costruzione di una seconda barriera lungo il confine con la Serbia e la Croazia, per continuare a bloccare il passaggio dei migranti lungo la rotta balcanica verso la Germania, ha sul suo sito un bando per attribuire borse di studio “to Roma, Sinti, Kale, Travelers, and other ethnic groups of Romany heritage, including those who identify themselves as Gypsie.” Con una pagina Facebook dedicata e aggiornata con gli ultimi deadline per candidarsi al programma.

 

Si sono mobilitati i premi Nobel

Dall’annuncio di questa decisione giudicata discriminante, le manifestazioni di protesta si sono moltiplicate: 17 premi nobel hanno firmato una petizione esprimendo solidarietà alla Ceu, e così l’Accademia di Ungheria. Saranno in totale 28 gli istituti universitari a essere potenzialmente coinvolti dai nuovi regolamenti.

 

La professoressa Judy Dempsey, senior fellow alla Carnegie Europe – tra le più accreditate istituzioni di ricerca per l'analisi politica estera europea a Bruxelles su argomenti che vanno dalla Turchia al Medio Oriente – ricorda in un articolo del blog Strategic Europe, le flying universities:erano chiamati così i seminari che importanti accademici tenevano nei propri appartamenti, che ebbero grande seguito in Polonia. Le università underground servivano a proteggere l’identità nazionale e la cultura in molte occupazioni. Dopo il 1945, questi seminari si diedero la missione di garantire uno spazio libero dall’indottrinamento comunista. Anche l’Ungheria aveva strutture parallele simili, per difendere l’istruzione e la libertà di pensiero. “Sono state strenuamente difese da giovani e adulti, donne, anziani, qualunque fossero i rischi. Oggi una legge che voglia controllare la libertà di un’istituzione universitaria è un allarme sociale”, conclude Judy Dempsey.

 

È vero che nel corso dei secoli, le università di tutta l'Europa Centrale hanno lottato per conservare i loro centri di eccellenza e integrità. Alcuni accademici hanno interrotto l'insegnamento.

Si continua oggi, e non solo con la Ceu: anche in Bielorussia gli studenti critici nei confronti del regime del presidente Alexander Lukashenko trovano accoglienza e ricevono il sostegno da parte dell'Unione Europea per studiare nella vicina Polonia o in Lituania, ma non certo in Ungheria.

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