Legge o valori?

La sentenza della Cassazione riguardo al ricorso del cittadino sikh è molto interessante per due aspetti. Il primo è il linguaggio e il secondo il cambiamento generale di mentalità che riflette.

Il linguaggio giuridico risente del balbettio generale su questi argomenti. Si parla di “valori” della nostra società, contrapposti ai valori di altre culture e poi si aggiunge qualcosa sull’obbligo delle etnie diverse che abitano in Italia di conformarsi ai valori del paese ospitante. Ora, a chi conosca un po’ le religioni del subcontinente indiano viene difficile chiamare i sikh una etnia. Sono invece una religione ben precisa, fondata storicamente da un individuo che ha cercato di elaborare una sintesi tra induismo e islam. È una religione praticata in buona parte dell’India (l’ex primo ministro del partito di Sonia Gandhi era un sikh) e ha una notevole diaspora in tutto il mondo. C’è una differenza notevole tra un’etnia ed una religione. I protestanti, i calvinisti, i valdesi non sono un’etnia, sono un movimento religioso che non ha nulla a che fare con un’origine geografica, con una “indigenità”, con una appartenenza a un territorio.

 

Un’etnia è invece in genere una comunanza di lingua, costumi, tradizioni, cosmologie. Può corrispondere a una religione, ma anche no. I quechua delle Ande sono un’etnia ma hanno diverse pratiche religiose. I Naga del Nord Est dell’India e del Nord Ovest della Birmania sono un’etnia, ma sono di religione cristiana. Per essere più chiari. I cristiani non sono un’etnia. Non so se gli italiani si possano definire tali, ma mi sembra che quando si parla di società complesse l’idea dell’etnia non sia la più appropriata. Nella sentenza si parla di “valori”, di valori contrapposti. Un sikh non può andare in giro con una coltello rituale di 10 centimetri perché è contro i valori della società italiana. No, qui c’è qualcosa che non quadra. Il sikh non infrange i valori italiani, ma una legge che concerne la sicurezza dei cittadini italiani tutti, immigrati compresi.  Come una donna in burkha o con un velo che le copre il viso, al pari di un manifestante che non si leva il casco o il passamontagna infrange una legge che vuole che i cittadini siano tutti ugualmente identificabili quando sono in luoghi pubblici. La legge è una cosa, i valori un’altra. Se uccidi qualcuno perché te lo ordina la tua religione infrangi una legge, non dei valori.

 

Cosa sono i valori? Sono un complesso di significati, un insieme di visioni della vita, della felicità, del senso della convivenza e dei legami che ogni società sviluppa secondo la sua storia e la sua geografia. Essi, combinati con i “costumi”, cioè con il modo con cui una comunità mette in pratica questi valori sono l’ispirazione delle leggi di un paese. In un testo elaborato qualche anno fa con Piero Zanini “Una morale per la vita quotidiana” (Eleuthera, 2011), avevamo messo l’accento sulla capacità di ogni società di elaborare una morale quotidiana e sulla grande elasticità di questo elaborare che fa più somigliare la morale quotidiana a delle regole di convivenza e di galateo che auna vera e propria morale. Ma tra questa pratica auto-poietica e la legge c’è una grandissima differenza. I valori sono un termine piuttosto imbarazzante e soprattutto vago, ma diamo atto alla Cassazione che almeno ha avuto il coraggio di pronunciarsi usando una terminologia in divenire e per alcuni versi non pertinente. 

 

 

Il secondo punto interessante è che la sentenza riflette un cambiamento di mentalità.  Oggi per la maggioranza degli italiani è evidente che di fronte all’immigrazione non vale più la contrapposizione buonismo/razzismo che è quello che la becera politica italiana di destra e di sinistra continua a utilizzare. La Cassazione affronta un tema che la politica non è in grado di affrontare. A destra abbiamo il tono trucido e le speculazioni elettorali di Salvini o dei Cinque Stelle, a sinistra il bisbiglio ed il pigolio veltroniano o post veltroniano  raccolto da Renzi con una totale incapacità di definire una politica dell’integrazione. Il paese è andato più avanti. Gli immigrati non sono buoni per definizione e non sono buonisolo perché rischiano la pelle e ce la lasciano per venire nel nostro paese. Sicuramente bisogna impedire che perdano la vita e bisogna soccorrerli in mare e dopo. Ma è il dopo che è il vero problema. Che tipo di integrazione vogliamo offrire loro? E soprattutto a che condizioni?  Non perché tra di loro ci siano dei malintenzionati ( una risicata minoranza), ma perché effettivamente essi vengono da un mondo che non da per scontati i “valori” che noi attribuiamo alla convivenza. Che in soldoni, sono il diritto dell’individuo a non essere sottoposto a “valori” comunitari, la separazione netta tra religione e vita civile, la sessualità come un’espressione della libertà individuale.

 

Ci sono molte altre componenti, ovviamente,  tra cui la natura dei legami che prescindono dall’appartenenza etnica, clanica, familiare. La nostra è una società in cui i legami non sono dati, ma sono scelti e revocabili. Che la nostra società sia “strana” per chi viene dal di fuori è un dato di fatto sempre più inconfutabile. Per moltissimi paesi al mondo queste non sono le priorità. L’Europa, di cui l’Italia fa parte è una “eccezione” culturale dovuta ad una storia ben precisa, costituita solo in parte dal fatto di avere dominato e colonizzato il resto del mondo. Anzi il colonialismo e neocolonialismo europeo dimostrano il fallimento del progetto di estensione dell’eccezione occidentale. Una buona parte del mondo non la pensa e non la sente come noi. Allora, e qui interviene il cambiamento di mentalità, lo straniero che arriva da noi è benvenuto, ma deve accettare le regole del posto in cui arriva, prima di tutto deveessere sottoposto alle sue leggi. Appunto perché proprio come lo straniero di Simmel, rimane straniero fin quando non diventa uno di noi e questo è tutt’altro che scontato.

 

Il punto è che per accettare le nostre regole con quello che hanno dietro (“i valori”?) bisogna che essi vengano dichiarati, bisogna che dal balbettio si passi alla assunzione cosciente di questi valori. Siamo in un momento di passaggio in cui forse finalmente l’Europa sta prendendo coscienzadella sua unicità e della sua missione. In Italia molto meno, e però nella mentalità più che nella politica. Il problema è, come ho cercato di raccontare in “Elogio dell’Occidente” che una parte degli immigrati vengono in Europa proprio perché vogliono quei valori che sono diversi da quelli praticati nei loro paesi. Il libro, scritto in Georgia e in Tunisia è proprio la testimonianza di desiderio dell’Europa che c’è ai nostri confini per ragioni che sono solo in parte quelle del benessere, ma dentro ci sono i diritti delle donne, i diritti dei giovani e i diritti individuali e lo scontro aspro che in molti di quei paesi si ha con la religione come fonte della legge. Ecco la Cassazione non lo dice, ma la sentenza lo suggerisce. Da noi la legge non è dedotta dalla religione, ma dalle ragioni della convivenza civile.

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