Leggere il Corano, oggi e qui

Da lettore e ascoltatore (moderato lettore, moderato ascoltatore) di giornali, di radio e di tivù, ho avuto in questi anni, sempre più spesso, l’impressione che molti parlassero di Islam e di Corano senza aver letto molto al riguardo, anzi – ad essere sinceri – senza aver frequentato per nulla né quel testo né quella teologia né quella storia. E se la cosa poteva apparire “normale” per il comune cittadino (il vecchio “uomo della strada”) avvezzo a dir la sua su tutto senza aver faticato gli occhi su nulla, mi pareva cosa ben più grave che a mostrare lo stesso comportamento fossero riveriti giornalisti, noti politici, perfino potenti maîtres à penser della scena culturale nazionale.

È stata questa sgradevole impressione, molto banalmente, a indurmi, da qualche anno, a tentare se non lo studio almeno la lettura di quel Testo, di quei testi, consapevole fin dall’inizio che ero destinato a non provare mai l’ebbrezza del contatto diretto con la lingua originaria di quel Libro. Libro – come si sa – ancora più decisivo in quanto libro – che non altri testi sacri del monoteismo tanto da spingere qualcuno a dire che se il Cristianesimo è la religione del Dio in-carnato, l’Islam è la religione del Dio in-cartato (Rammento, a questo riguardo, un fatto occorsomi nel 2005 a San’a, Yemen, quando, dopo aver acquistato da un ragazzino la più minuscola edizione del Corano che si potesse immaginare – un libretto di pochi centimetri quadrati – venni avvicinato da un altro più deciso ragazzo il quale mi impose con buone e meno buone maniere di restituire al venditore il minilibro, giusta, forse, la raccomandazione della Sura LVI, vv.77-79: “Eccolo, è un Appello magnanimo, al-Qur’an, in uno Scritto nascosto, solo i puri lo toccano” – dalla traduzione francese di André Chouraqui).

 

Ad accostarne la lettura – anche nell’estrema debolezza e nella “diminutio” inevitabile di una traduzione – ci viene incontro una forza arcaica: avvertiamo (se appena appena siamo dotati di un qualche “fiuto”) la lontananza del testo rispetto a noi lettori del XXI secolo, perdipiù segnati, segnatissimi dagli ultimi tre secoli di storia occidentale. Doppia distanza, quindi: dei tempi e degli spazi. E, subito dopo questa impressione feroce (che può anche disporre il lettore volenteroso a desistere dall’impresa), ci sorprende la compresenza (a volte la convivenza all’interno della stessa Sura) di arditi e poeticissimi voli metafisici e di prosaici precetti, minuziose prescrizioni che a noi parrebbero addirsi più ad un compendio di diritto civile, atte a regolare la vita matrimoniale, le norme di proprietà o di successione: esemplare la lunghissima Sura II detta della “Giovenca”. Non basta la distinzione tradizionale tra Sure meccane (le mistiche, le “verticali”) e Sure mediniane (le “pratiche”, le “orizzontali”) a spiegare tanta varietà di contenuti e toni all’interno dello stesso testo; bisogna rappresentarci un mondo (ma siamo davvero capaci anche solo di immaginarcelo questo mondo?) in cui le nostre distinzioni – ormai da noi vissute come naturali ma in realtà storicamente costituitesi – distinzioni tra “sacro” e “profano”, “religioso” e “laico”, “teologico” e “politico”, semplicemente non si davano né avevano ragione di esistere.

 

 

Altrimenti e inevitabilmente cadiamo in un anacronismo mostruoso, fonte di tutte le (numerose) idiozie che, al riguardo, ascoltiamo tutti i giorni attorno a noi. La prima di tali assurdità riguarda i due eserciti l’un contro l’altro armato degli interpreti di quel testo (e di quella storia): il primo è l’esercito dei letteralisti che rimuovono la dimensione simbolica della lingua arcaica giusta la disposizione puramente denotativa del linguaggio contemporaneo (tecnoscientifico); il secondo è quello che rimuove invece tutto ciò che in quei testi fa per noi (moderni) problema riducendo l’interpretazione a un senso vagamente metaforico-analogico deprivato della sua forza originaria (“è solo un simbolo!”, appunto). Il primo, rappresentato chez nous dai “cattivisti”, si appunta sui versettti “violenti” del Corano e crede di trovarvi l’origine di tutti i mali che quella religione e quella civiltà avrebbero prodotto (in primis, del terrorismo arabo, vista la sua ovvia attualità); il secondo, incarnato dai nostri “buonisti”, ripete ossessivamente “L’Islam è religione di pace!” senza neppure dubitare di riprodurre uno slogan totalmente vuoto di senso. Entrambe le parti ricavano il vantaggio di non dover studiare, di non fare lo sforzo per risalire a una mentalità altra dalla nostra e, soprattutto, di sentirsi nella verità in quanto contrapposti alla parte avversa (giochetto che pare troppo infantile per essere condotto da personalità adulte e che pure continua imperterrito da anni). In realtà, entrambe le parti si candidano all’impossibilità di una qualche comprensione (insieme razionale ed emotiva) di quel Testo che, per la sua arcaicità e potenza, fu concepito a una temperatura linguistica altissima. (Proprio per questo non sarebbe una battuta sostenere che gli interpreti autentici – del Corano come di altri testi delle tradizioni monoteiste – potrebbero essere, oggi, solo i poeti). 

 

L’Arcaico – di cui il lettore occidentale onesto del Corano fa prova – è infatti lo stesso Arcaico che innerva tutti i testi del monoteismo (neo e veterotestamentario) ma che attualmente in Occidente viene perlopiù implicitamente rimosso al fine di attualizzare e sdoganare quegli stessi testi. Si tratta cioè – e non da oggi – di addomesticare quei libri alla mentalità nostra dominante, figlia in verità di un processo di laicizzazione (razionalistico-illuministico) che dura da più di tre secoli ma che viene sottaciuto o offerto come “valore perenne”, quindi indiscutibile.

 

(Una riprova di tutto questo potrebbe essere agevolmente inseguita nelle vicende della Chiesa cattolica degli ultimi sessant’anni e, in modo ancora più manifesto, negli anni di quest’ultimo Pontificato il cui “discorso” teologico è sempre più nell’angolo – chi ci parla più di Verginità e di Incarnazione, di Passione dell’Uomo-Dio, di Resurrezione, di Giudizio, di Ascensione e di Transustanziazione? – e al centro di tutto si accampa sempre più – sempre più prosaicamente – la missione sociale dell’istituzione con la sua lotta contro la povertà, non già Madonna Povertà di Francesco d’Assisi aspirazione massima del Cristiano, ma, molto laicamente, la povertà delle masse in tempo di globalizzazione). 

 

Parlare di o auspicare un Islam “moderato” (come un Ebraismo o un Cristianesimo “moderati”) intendendo con quest’espressione una istituzione religiosa aliena da aggressività (verbale e militar-terroristica) nei confronti delle altre è una cosa; credere invece che il singolo credente possa vivere in modo “moderato” la propria fede è un paralogismo perché qualsiasi “moderazione” (o “giusto mezzo” o “compromesso”) deve inevitabilmente saltare quando si entra – da autentici – in una dimensione di per sé radicale ed estrema come quella delle fedi. Solo un’infinita ipocrisia può allora far parlare di credenti “moderati” (=buoni) di contro a credenti “radicali” (=barbari o cattivi), il vero scopo essendo quello di gestire credenze e attitudini fattesi più docili al vincente secolarismo contemporaneo. 

Come esiste da secoli una “cristianità stabilita” (Kierkegaard), una modalità tranquilla e tranquillizzante di dirsi cristiani, c’è e ci sarà un “Islam stabilito” cioè istituzionale, accettabile e adeguabile alle società del Consumo, inoffensivo nei confronti dei valori omologati richiesti dal Mercato Globale e dal Pensiero Unico delle Società di Massa. Per dirla più brutalmente, quale “moderazione” si può chiedere ad Abramo che parte per la montagna di Moria con Isacco e coltello, ai martiri cristiani che entrano nel Colosseo, ai musulmani cui Maometto ha annunciato il Giudizio? 

 

Per ragioni storiche piuttosto complicate, l’Islam è, dei tre monoteismi, quello che pare meno “compromesso” con la Ragione di origine occidentale (ma in realtà sempre più universale) che richiede consumatori e non credenti, relativisti e non assolutisti, empiristi e non metafisici, convinti praticanti del Qui-e-ora e non dell’Eterno. 

 

Non per nulla se ci sono stati libri dirimenti nel dibattito islamico contemporaneo, questi sono i testi di Mohammed Arkoun (islamologo franco-algerino, 1928-2010); celebre il suo Per una critica della Ragione islamica, 1984, vera e propria proposta di adeguamento dell’Islam al discorso del metodo (storico-critico) attraverso cui sono passati, con i loro rispettivi travagli, gli altri monoteismi: per l’“illuminista” Arkoun si tratta di “recuperare il ritardo culturale” che la religione del mondo arabo ha accumulato rispetto alle religioni praticate in Occidente. Ma, con ciò, ci si ritrova all’interno della categoria storicopolitica di Progresso (o di Ritardo o di Reazione) totalmente sconosciuta alla sensibilità araba di quattordici secoli or sono e di per sé estranea ad ogni fenomenologia del “religioso” in qualunque tempo e qualunque spazio esso si generi. A riprova che lo “scontro di civiltà” è ora davvero tutto interno alla civiltà che noi chiamiamo, per semplicità, islamica. 

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