Les nouveaux encyclopédistes

La tentazione di rileggere, raccogliere e conservare l’intera vastità della conoscenza è senza ombra di dubbio originaria ed essenziale dell’animo umano, e si alimenta della consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere tale assoluto. Tuttavia, tra i tentativi di trovare una formula che riepiloghi e raccolga tutta la storia del sapere umano, l’esperimento dell’Encyclopédie ha certamente segnato una pietra miliare cui, dalla metà del XVIII secolo, l’intera cultura si riferisce. Essa veniva alla luce per proporsi quale opera utopistica che scardinasse le radicate manipolazioni del potere – religioso ma non solo – e insegnasse ad applicare al processo della conoscenza il criterio dichiarato dal proprio sottotitolo: il dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers doveva essere, appunto, “ragionato”, frutto della qualità umana denominata “ragione”.

 

Se quei 27 tomi innalzarono un faro dal magma indistinto dei saperi e illuminarono il futuro alla luce di un passato finalmente ripulito da valori superstiziosi, intolleranti e arbitrariamente gerarchici, ciò che non potevano assolutamente prevedere era come, nell’arco di un paio di secoli, lo stesso criterio della loro composizione sarebbe stato messo duramente alla prova, quando non sepolto, dalla quantità delle informazioni e dei loro sistemi di condivisione. Lo straordinario compendio rifiutava qualunque autoritarismo e, nello stesso tempo, mirava all’universale attraverso il razionale, per recuperare ciò che non era noto o era stato occultato. La nostra epoca è alle prese, invece, con l’eccesso di disponibilità, con un troppo pieno di informazioni punteggiato, in ogni anfratto, dalle immagini. L’operazione ermeneutica cui siamo chiamati oggi appare radicalmente diversa da quella dei giovani intellettuali diretti da Diderot e d’Alembert, innanzitutto su un piano, vien da dire, di archeologia estetica.

 

Le immagini non sono più, e non possono più essere, un accessorio all’informazione che ne completino la fruibilità e la memorizzazione. Il loro prodursi, riprodursi, rimandarsi è così vorticoso e animato da una quantità di elementi tanto incalcolabile da non poter essere inteso, esso stesso in quanto processo, se non come soggetto chiave dell’indagine. E Joan Fontcuberta, da sempre vulcanico interprete dell’interpretazione dell’immagine, sembra aver pensato proprio a questa urgenza di immagini troppo urgenti per rispondere al tema dell’edizione 2017 di Fotografia Europea. A questo punto, resistendo all’immediata sfiducia che si prova opponendo la razionalità alla pletora maestosa del visibile deposto in immagine, Fontcuberta sceglie a sorpresa di ripercorrere le orme rivoluzionarie degli enciclopedisti e di convocare una nuova squadra di cercatori, Les nouveaux Encyclopédistes. Certo è ambizioso, il poliedrico autore spagnolo, ma tutt’altro che spregiudicato, nel decidere di inaugurare uno spazio entro cui possa generarsi, con una nuova enciclopedia, una nuova ragione per guardare.

 

Entrando nel luogo che Reggio Emilia, tra i Chiostri di San Pietro, ha riservato a questo progetto, sugli occhi si innesca un’analogia che riavvolge la memoria fino al 2011, tra le sale del Reina Sofía di Madrid, alla mostra Atlas. ¿Cómo llevar el mundo a cuestas? (Atlante. Come portare il mondo sulle spalle?). Quell’esposizione, e il libro che ne fu ricavato, erano destinati a sistematizzare e problematizzare la moltitudine di oggetti che si riunivano sulle pareti e tra le pagine per affinità elettiva, riprendendo il procedimento di Aby Warburg e del suo Mnemosyne. A quell’atlante, che ha radicalmente trasformato il modo di intendere la storia dell’arte e dell’immagine, era riferita la mostra, ennesima opera consacrata da Georges Didi-Huberman al genio di Warburg e tentativo riuscito di replicarne la pulsione verso la ricerca e l’archiviazione.

 

 

L’eterogenea raccolta disposta da Fontcuberta, rivolgendosi a una dozzina di artisti difficili da rinchiudere nella definizione di “fotografi”, utilizza Aby Warburg come una mappa su cui muoversi e distinguersi in una costellazione del fotografico, e per vie rigorosamente anacronistiche. Il cortocircuito generato dalla coniugazione di logos e eikón, ragione e immagine, si può affrontare solo sacrificando il tempo di Kronos al tempo di Aiòn, il tempo della visione che fa delirare l’istante svolgendolo, in un solo movimento, verso il passato e verso il futuro: così l’immagine si riproduce in risonanza, si riscopre nel precedente e si prepara a riemergere in un successore.

Guardare, riguardare, affondare lo sguardo rischiando di affondare se stessi, e non temere l’attivarsi delle immagini, il loro inarrivabile potere di associarsi. Questo, fin dalla prima occhiata alle sale, sembra il suggerimento che viene da queste opere e dalla loro combinazione.

I nuovi enciclopedisti sono fenomenali osservatori, guardatori, voyeurs. Batia Suter, svizzera, pubblicò la sua prima Parallel Encyclopedia nel 2007, accorpando un’imponente collezione di immagini di libri, ed espone qui il secondo volume. Ne risulta una parete di grandi dimensioni che si lascia scrutare su molti livelli, nella sua interezza, nel suo dettaglio, nel salto non calcolato da un elemento all’altro e poi di nuovo.

 

 

Diventa subito evidente come il procedimento enciclopedico inglobi e metta in circolo la qualità fondamentale dell’esperienza dell’atlante: esso si proietta fin dalla prima intenzione come un’esplorazione di tipo geografico, che fonda la ragione della propria ricerca sulla convinzione che sia dallo spazio che occorra trarre le nozioni che si vogliono leggere e mettere in relazione, e che sia a propria volta quella di uno spazio la descrizione che si ambisce a realizzare. L’opera più maestosa manifesta la propria riuscita proprio in tal senso, e occupa quasi interamente il volume del grande corridoio centrale, allungandosi per diversi metri e soffocando lo spazio visivo dal soffitto al pavimento. La creazione di Roberto Pellegrinuzzi è costituita da 275.000 immagini disposte come una nuvola, una cloud, e diventa un monumento all’iper-moderna e infinita possibilità di archiviare e al contrappasso che ne consegue, l’incapacità di consultare. Possiamo aggirare questa gigantesca scultura di frammenti, contemplarne lo spessore e, allo stesso tempo, percepirne la frastagliata impenetrabilità. Desideriamo attraversare queste Mémoires ma ci accorgiamo che solo il digitale, l’incorporeo, ne è ormai in grado.

 

 

Quando la sfera del sapere si ingigantisce fino a disperdere il proprio confine, la questione della catalogazione entra a sua volta in questione. A questo mira il lavoro di Juan del Junco, che crea il catalogo di un catalogo di ornitologia, trovando in qualche modo la via per rendere il risultato ancora più acuto e determinato dell’originale e facendone una tassonomia narrativa e suggestiva.

Nel solco tassonomico procede, e con presunzione non banale, anche il lavoro di Tom Stayte, giovane inglese che vuol testare fino a che punto si possa spingere la capacità di indagine dei bot, i software digitali automatizzati, quando messi di fronte al più grande catalogo auto-redatto dall’umanità: il risultato si chiama Face Book, ed è il libro che raccoglie le immagini profilo e i dati pubblici degli utenti del più celebre social network, in ordine di iscrizione. Per dare la misura della realtà con cui si è confrontato, Stayte ha considerato che quello da lui realizzato, contenente cinquecentomila profili, altro non è se non il volume 1 di 2300 che ne servirebbero per esaurire gli attuali iscritti.

 

 

L’ultima stanza è dedicata a una rivista, Useful photography (realizzata da Hans Aarsman, Julian Germain, Frank Schallmaier ed Erik Kessels), che raccoglie fotografie scattate per scopi pratici, a oggetti quotidiani, e perlopiù ignorate al di là del loro scopo. Queste immagini in tono minore sono il nucleo vorticoso della massa informe da riformare, e la video-installazione qui allestita propone una maniera, attraente e perturbante insieme. Una moltitudine di foto montate in rapida successione, scalzano ognuna la precedente al ritmo rapido dei pezzi strumentali in diffusione. Questa struttura si sdoppia, perché le proiezioni sono due, su due pareti diametralmente opposte e distanti, tormentandoci con il divieto fisico di vederle entrambe nello stesso momento e lasciandoci scappare senza poter fugare il dubbio che le immagini contemporanee siano le stesse o che, invece, dobbiamo necessariamente rassegnarci a perderne la metà. L’anonimato di queste fotografie completa l’incantesimo, poiché sfuggono alla memoria e ci rifiutano una volta di più il conforto di una conferma simmetrica.

 

La nebulosa che Joan Fontcuberta ha scelto di provarsi a riordinare, e il suo esito riuscito, non scalfiscono affatto il dubbio esistenziale e disorientante con cui ci eravamo introdotti qui, ma ad assicurarci che quel dubbio non ci pone in difetto sono le parole del curatore stesso che, nel 2015, annunciava: «Non voglio essere presuntuoso, ma il mio lavoro è pedagogico. È la pedagogia del dubbio che ci protegge dal contagio della manipolazione».

 

Per chiudere, figura chiave tra questi autori e impossibile da non citare, è Joachim Schmid, da sempre raccoglitore e operatore del rimontaggio di immagini fotografiche provenienti da ogni luogo e tempo. Schmid è sempre stato un celebratore dello scarto in fotografia, un moderno antropologo che prova a comprendere le culture contemporanee studiando la loro spazzatura visiva. Un insaziabile divoratore, un ricettacolo di immagini bramoso e impossibile da riempire, un appassionato osservatore che non si fa spaventare dalla «quantificazione dell’eccesso» – per usare le parole di Fontcuberta in presentazione della mostra – ma, piuttosto, ne è un follower affascinato al limite del fanatismo, limite che sa badare bene a non varcare, riuscendo a non perdere mai il proprio prezioso stile e il raffinato spirito critico.

La coppia Schmid-Fontcuberta ci indica una traiettoria da seguire per guardare, fino al parossismo, danzando su quel crinale decisivo, cercando di non scivolare, e per andare From photographic garbage to a new visual Encyclopaedia, come titolava il loro dialogo pubblico dello scorso 6 maggio a Reggio Emilia.

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