L’etimo del superstite e l’arrivo di Saturno

Sovrastare

 

La condizione del debilitato è la debilitazione; la condizione del distratto è la distrazione; la condizione del separato è la separazione. Possiamo concludere forse che la condizione del superstite sia la superstizione? Se la risposta fosse, pienamente, «no» si tratterebbe di un puro gioco con le parole, perché è appunto dei giochi con le parole accostarle per somiglianze non dovute a una reale familiarità di etimo. Ma anche se il lessico contemporaneo non ce lo lascerebbe sospettare, fra superstite e superstizione un rapporto c'è. Lo si impara nelle ultime tre pagine (494-496) di una vasta opera di erudizione, la cui edizione italiana è per fortuna ancora ristampata nella Pbe Einaudi: il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee di Émile Benveniste, linguista, filologo e fondatore della semiotica (che a lui deve l'introduzione della fondamentale problematica dell'enunciazione, la proiezione della persona nel linguaggio; un'antologia dei suoi scritti è stata raccolta e introdotta da Paolo Fabbri nel volume Essere di parola. Semantica, soggettività, cultura, Bruno Mondadori, Milano 2009).

 

Le mosse di Benveniste a proposito del superstite sono tre. La prima considera la relazione fra il significato di «superstite» e l'etimo, che rimanda allo «stare sopra»:        

           

«Come mai superstes, aggettivo da superstare, può significare "superstite"? Questo dipende dal senso di super che non è solo né propriamente "al di sopra", ma "al di là", in modo da ricoprire, da formare un'avanzata, secondo i casi: satis superque vuol dire "abbastanza e oltre", il supercilium non è solo "al di sopra del ciglio", lo protegge perché sporge». Anche nell'italiano corrente, del resto, ciò che sovrasta non si limita alla superiorità ma aggetta, copre e incombe: «La nozione stessa di superiorità non indica solo ciò che "al di sopra", ma qualche cosa di più, una progressione in rapporto a ciò che si trova sotto. Così superstare vuol dire "tenersi al di là, sussistere al di là", di fatto al di là di un evento che ha distrutto il resto».

           

Il superstite quindi è sopra e oltre. Che relazione ha con la superstizione? Dal punto di vista strettamente linguistico questa dovrebbe essere la condizione di chi è stato presente, una condizione di testimonianza (il superstite è nel futuro anteriore ciò che il testimone è nel presente); ma in Plauto «superstitiosus» è detto colui che indovina («...qui vera predicat»)un fatto a cui non ha assistito. È la seconda mossa di Benveniste: «Si scorge la soluzione: superstitiosus è colui che è "dotato della virtù di superstitio", cioèqui vera predicat, l'indovino, colui che parla di una cosa passata come se lui vi fosse realmente stato presente: la "divinazione" in questi esempi non si applica al futuro ma al passato. Superstitioè il dono di seconda vista che permette di conoscere il passato come se fossimo stati presenti, superstes. Ecco perché superstitiosus enuncia la proprietà della "doppia vista" che si attribuisce ai "veggenti", quella di essere "testimoni" di eventi ai quali non hanno assistito».

 

Ma non è questo, prosegue e conclude Benveniste, il senso moderno della parola. «Superstitio» è diventato un termine spregiativo poiché i Romani «fedeli agli àuguri ufficiali, hanno sempre condannato il ricorso alla magia, alla divinazione, a pratiche giudicate infantili». Il nome di una virtù si ribalta nel nome di un vizio: mantiene il suo significato ma ne inverte il valore:

«[...] è la concezione illuminata, filosofica, dei Romani razionalisti che ha dissociato la religio, lo scrupolo religioso, il culto autentico, dalla superstitio, forma degradata, pervertita, della religione».

 

Dietrologia

 

Ci vorrebbe oggi un Benveniste per la categoria della «dietrologia», magari come «forma degradata, pervertita» nonché superstiziosa della storiografia (se fossero ancora tempi propizi a studi tanto rigorosi quanto utili). Questo eventuale «Vocabolario delle istituzioni tardo-europee» non citerebbe più Plauto, come faceva Benveniste, ma Don DeLillo:

 

«There's a word in Italian. Dietrologia. It means the science of what is behind something. A suspicious event. The science of what is behind an event» (Underworld).

 

Nelle frequenti raccolte di parole intraducibili fra le diverse lingue del mondo, l'esistenza in italiano di una parola come «dietrologia» non manca di incuriosire i non italiani. Fuori d'Italia non esiste neppure una parola come «enigmistica»che della dietrologia può apparire la variante ludica e risolta: l'enigmistica sta alla dietrologia come il gioco del nascondino sta alla latitanza. Ma se l'enigmistica è l'impiego sistematico delle risorse dell'ambiguità linguistica (ed è una specialità italiana per la particolare prossimità del sistema fonetico e di quello alfabetico nella nostra lingua), la dietrologia dovrebbe essere una scienza dell'ambiguità e del segreto nella storia e si potrebbe allora congetturare che la sua speciale e peculiare italianità risieda nell'incidenza del segreto di Stato nelle vicende della storia repubblicana d'Italia e quindi nella particolare frequenza di «suspicious events». Agende rosse, borse di pelle, casseforti svuotate, deviazioni, avocazioni, falsificazioni, silenzi. A questo servirebbe, la dietrologia: a riempire i vuoti della ricostruzione storica, usando la congettura e la presupposizione. Ma allora perché non gode di ottima stampa? Quale problema abbiamo, con la dietrologia?

 

Durante una presentazione del suo romanzo L'arrivo di Saturno (Bompiani), nella rassegna «A tutto volume» (Ragusa Ibla, sabato 17 giugno 2017), Loredana Lipperini ha risposto a questa domanda e ha sostenuto che DeLillo dice bene quasi tutto. Se la dietrologia fosse davvero una science non ci sarebbe nulla da ridire. Il problema è che questa science, ogni volta che si applica, produce invariabilmente una theory unificata (nell'italiano delle inchieste giudiziarie e giornalistiche, si denomina «teorema»), un paradigma indimostrabile e quindi inoppugnabile che sostituisce all'ottusità insondabile dell'enigma l'ottusità consolatoria della verità svelata per divinazione. La dietrologia diviene l'incarnazione contemporanea del buon vecchio complottismo: non ammette casualità, perché trova la propria unica legittimazione nel tout se tient. Dietro all'apparenza bucata, lacunosa, dei fatti deve esserci un fondale senza la minima incrinatura, una trama perfettamente interconnessa. Come dire un com/plotto, secondo un’etimologia del termine fantasiosa, ma molto eloquente.

 

 

Saturno e l'abracadabra

 

Quello di Loredana Lipperini è un romanzo di grande bellezza e importanza che, senza parere (è narrato con una voce il cui registro conversativo e ritmato deve molto alla professione di conduttrice radiofonica dell’autrice), intreccia tre storie principali: una vera, una inventata (anche se coinvolge personaggi storici) e l’altra situata a un livello logico dove la differenza fra verità e falsità è di fatto molto poco pertinente.

 

La vera è la storia di Graziella De Palo (1956 - ?) e di Italo Toni (1930 - ?), giornalisti scomparsi nel 1980 durante una loro inchiesta a Beirut, un mese dopo lo scoppio della bomba alla stazione di Bologna: è una storia vuota, senza fatti perché nulla si sa della loro sorte, né i loro corpi sono mai stati ritrovati (sul caso hanno gravato trent’anni di perdurante segreto di Stato e uno scrupoloso lavoro di depistaggio da parte di servizi segreti, politici, diplomatici).

La storia inventata è quella del falsario Han van Meegeren, pittore realmente esistito (1889-1947) a cui il romanzo attribuisce una sorta di avventura metafisica nelle Marche.

La terza storia è quella di come il romanzo è stato scritto e racconta di Dora, l’alter ego narrativo di Lipperini, che è stata sin da ragazza la migliore amica di Graziella, fino a un litigio che separò i due destini un paio d’anni prima della sparizione di Graziella. Dora ricorda le tappe dell’amicizia femminile: con Graziella ha spartito le prime sigarette, gli amori dell’adolescenza, la politica, l’ingresso nel giornalismo dalla porta di Radio Radicale. Sta scrivendo un romanzo sul falsario, ma si arrovellasulla storia della sua amica, salvo che Graziella è sparita nel nulla («abracadabra» è una delle parole-chiave del romanzo) e la sua storia non si sa, si può solo congetturare.

 

Inchieste, interviste, sopralluoghi, ricerche d’archivio: da un lato la storia, dall’altro lato il romanzo. Parrebbe magari semplice. Ma quando la storia è la Storia d’Italia allora dove stia la fantasticheria non lo sappiamo più. Italicus, Ustica, Bologna, Moro, Gelli: nomi propri che hanno finito per comporre la litania dei misteri gloriosi italiani, tante frecce puntate nella direzione di un centro, che è vuoto: il «lodo Moro», ovvero l’accordo inconfessabile fra lo Stato italiano e l’Olp, sostanziale impunità per il traffico d’armi contro immunità dal terrorismo arabo per l’Italia. Era il tema reale dell’inchiesta di De Palo e Toni e il probabile motivo della loro scomparsa. Volevano sapere e dire a tutti quello che nessuno deve sapere; quindi nessuno dovrà sapere più nulla di loro.

 

Le ricerche di Dora sulla storia di Graziella cominciano a incontrare nomi di falsari, come quelle per il romanzo sui pittori: ma questi sono falsari non dell’arte bensì della vita, delle identità, dei documenti. Criminali modesti ma ingegnosi oppure colonnelli dei servizi segreti (Giovannoni, menzionato due volte da Aldo Moro nelle sue lettere dalla prigionia), presidenti del Consiglio (Forlani, Andreotti, Craxi: il Caf), giornalisti (Enzo Biagi), l’establishment italiano impegnato a non fare emergere le tracce di una vicenda che non deve essere raccontata.

 

«Fiction's abyss is silence, nada» (D. F. Wallace)

 

Il falso non è la menzogna. La menzogna combina l’apparire e il non essere. Quando diciamo «è un falso problema» invece stiamo combinando ciò che non è, né appare. Una storia vera, ma di una verità che è per metà sconosciuta e per metà inverosimile; Dora ne è la superstite. Una storia inventata, ma in parte storica e in parte fantastica; Dora è l'artefice. Dora capisce che nessuna delle due storie su cui sta lavorando sta in piedi senza l’altra e le due hanno bisogno anche della terza storia, la storia di Dora che mette insieme le due storie, la storia del suo corpo di bambina, poi ragazza, e ora donna sessantenne, privata contemporaneamente della sua amica e concorrente e di ogni criterio limpido per distinguere ciò che è vero, sia pur segretamente, da ciò che è menzogna o falsità.

 

L'Italia è Saturnia tellus, regno di un Saturno spodestato dall'Olimpo, ci ricorda il romanzo di Lipperini: a salvarla non sarà né la superstizione, né una congettura dietrologica. Abbiamo però la parola, se sappiamo prenderla: la parola giornalistica e la parola letteraria, la parola che rinviene e la parola che inventa. Il romanzo è avvincente e importante poiché usa il vero e il finto per tratteggiare, con le sue parole, il falso: il vuoto scavato dal segreto di Stato, il vuoto delle date di morte di De Palo e Toni, quel che non si può dire ma si può contornare e, letteralmente, circoscrivere. Il tutto, certo, non senza l'umore melanconico che a Saturno si addice.

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