Tweet per la rivoluzione

Di ciò che sta accadendo nei paesi del Maghreb continua a sfuggirci il senso profondo: il significato degli eventi, ma soprattutto la loro direzione. Si va avanti o indietro? Chiusure filo-islamiche regressive o aperture all’occidente democratico? Destra o sinistra? Leader storici che cadono, venti di ribellione, ma a che pro? Non si capisce. Da cui innumerevoli opinioni e interviste, interventi e interpretazioni, dibattiti, appelli d’ogni tipo.
Una cosa su cui tutti sembrano comunque essere d’accordo è che a fomentare queste rivolte, a coinvolgervi migliaia e migliaia di persone, soprattutto giovani, a diffondere entusiasmo e voglia di fare hanno molto contribuito i social network. Laddove i vecchi leader usano la solita televisione per diffondere proclami di rito o, più che altro, per segnalare la loro ostinata presenza in loco (sono un beduino, ha ribadito Gheddafi dinnanzi alle telecamere di regime), internet e i nuovi media che vi pullulano vengono usati dai rivoltosi per scambiarsi sempre e comunque informazioni sulle iniziative più o meno estemporanee di protesta. E, così facendo, per fare rete, edificare gruppi politici più o meno casuali, anche a prescindere dalle motivazioni ideologiche, dalle insoddisfazioni sociali, dalle rivendicazioni economiche. Istituzioni ormai celebri come Facebook o Twitter si son fatti straordinario collante di socialità, dove la voglia di ribellione monta anche solo per il fatto di condividere una frase, un’impressione, un video, una serie di immagini, una canzone.
Gongolano i sempreverdi mcluhaniani, che possono indicare ulteriori riprove alla tesi per cui i media sono messaggi di per sé, forme di comunicazione che fanno comunità trascendendo i contenuti che pure veicolano. E se la ride uno come Manuel Castells, che ormai da decenni ripete cuorcontento che la società in rete punta verso il migliore dei mondi possibili. Così, il conflitto sociale è reinterpretato come scontro prettamente mediatico: dove a essere importante non è quel che viene detto ma il supporto che lo fa passare, producendo effetti di socialità al tempo stesso fortissimi e diffusi per il territorio. Internet contro le dittature, i new media contro l’oscurantismo. Sappiamo che Zapatero ha vinto grazie a cumuli di sms scambiati da ragazzi stanchi delle menzogne di Aznar. Qualcosa di analogo è accaduto in questi ultimissimi anni nelle Filippine, in Corea, Ucraina, Ecuador, Nepal, Birmania. Sino alla campagna di Obama, che come è noto ha fatto largo uso di internet, social network e telefonini per vincere la Casa Bianca. Perché stupirsi se in Maghreb la cultura millenaria dell’Islam riceve una scossa grazie a chat, blog, peer-to-peer, sms, instant messaging e social network?
A questo proposito Umberto Eco ha recentemente confessato quanto una situazione del genere sia imbarazzante per lo studioso di comunicazione e di linguaggi, che deve rivedere gran parte dei modelli interpretativi su cui è pasciuto negli scorsi decenni. Situazione che, potremmo aggiungere, è imbarazzante anche per i molti opinionisti politici e analisti internazionali che continuano a contrapporre in termini veteromarxisti strutture economiche e sovrastrutture culturali, interessandosi ai media solo per quel che riguarda le concentrazioni proprietarie e i loro effetti di potere.
Che cosa sono, a pensarci un attimo, i social network? Generalizzando rispetto alle differenze talvolta molto forti fra di essi, diremo che si tratta di strumenti di comunicazione che tendono a esaltare l’individualismo. La pagina di Facebook è l’epitome del narcisismo di singoli individui che si autocostruiscono un’immagine di sé, proponendola in un secondo tempo a coloro con i quali ritengono di far gruppo. Io sono così-e-così, eccone le prove, solo a chi mi ama concedo la mia amicizia. E via all’infinito per i milioni di utenti che passano ore e ore a rafforzare dinnanzi allo schermo del computer il proprio piccolo Ego. Tranciando giudizi, esprimendo opinioni, magnificando personali sistemi di gusto, mostrandosi in posa, esibendosi in una vetrina dietro cui, spesso, c’è molto poco. Insomma, la rete intessuta dai social network ha nodi molto grossi, megapunti che contano ben più delle intersezioni che pure instaurano con altri megapunti del medesimo sistema. Una specie di strutturalismo alla rovescia, dove con buona pace di Saussure la realtà dei rapporti è funzione di chi, preesistendo, li costituisce.
La diffusione di mezzi comunicativi di tal fatta nel mondo arabo (e generalizzo anche qua) comporta certamente un sussulto culturale. Ma non perché i cittadini qualsiasi agilmente collegati fra loro nel web riescono a sconfiggere il grosso leader televisivo. Piuttosto per il fatto che questi strumenti, volenti o nolenti, sono portatori surrettizi di modelli occidentali, dove l’io domina sulla collettività, e dove la democrazia è un contratto fra individui che fa fatica a trovare una sintesi organica sul piano culturale e sociale. La totalità occidentale è partitiva, fatta di tante piccole realtà personali che s’assommano uno dopo l’altro. La totalità islamica è integrale, dove la forza delle regole culturali produce e al tempo stesso ridimensiona l’autonomia dell’individuo. È lo scontro fra queste due forme di totalità a dover essere oggi tematizzato.
Gheddafi blatera di masse di drogati che fanno il gioco di Bin Laden (autore – si ricorderà – di video da paleotelevisione distribuiti in differita alle grosse televisive islamiche). Avrebbe dovuto invece aprire un suo blog, strumento che, mediatizzando il pettegolezzo, ha ricadute neoetiche spesso particolarmente retrive. Combattendo una guerra mediatica, avrebbe quanto meno risparmiato migliaia di vite.

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