Liberi dall’ossessione di Elena Ferrante

E se Elena Ferrante fosse Stefano Jossa? Sarebbe un bel colpo di teatro. Sempre di Napoli si tratta: magari hanno giocato nello stesso giardinetto o frequentato lo stesso gelataio. Inoltre hanno una doppia consonante nel cognome. Tutti e due. Non può essere un caso: la doppia “erre” di Ferrante richiama irresistibilmente la doppia “esse” di Jossa, rimontando indietro nell’alfabeto come i salmoni che risalgono i fiumi alla rovescia. Quindi, di doppio in doppio, che ci vuole ad arrivare alla doppia vita? Durante il giorno un serio professore universitario. Durante la notte un’ambigua macchina femminile di romanzi di successo. Tutto torna. 

 

Compresa la tentazione omicida che lega il doppio “buono” a quello “cattivo”. Come qualsiasi psicologo di provincia potrebbe infatti spiegarci, il doppio “cattivo” non muore mai, ma ogni santa notte il doppio “buono” sogna di mettergli un cuscino sulla faccia nel tentativo di sbarazzarsene. Il dramma del nostro intellettuale maschio da almeno due secoli a questa parte è strappalacrime. Inutile volerlo sminuire. Si trova accoppiato in un infinito amplesso mortale con una partner, la letteratura, sempre più simile a una puttana. Il cuscino serve a non vederla, tanto è brutta e svenduta, ma anche a farla finita con lei, nei sogni di bondage più estremi.

 

Poveri intellettuali. Il male è così profondo e diffuso che non si può più fare finta di nulla. Bisogna pensare a un crowdfunding per pagare una clinica in Svizzera dove li curino dai loro traumi. Tutti insieme. Io mi sacrifico proponendomi come direttrice del programma e promettendo in sette giorni di guarirli tutti quanti. Voi me li affidate e io mi impegno a restituirli alle loro famiglie candidi come pecorelle. Il programma LOEF (Liberi dall’ossessione di Elena Ferrante) è ben preciso e articolato. Se avrete la pazienza di leggerlo fino in fondo, scoprirete che la guarigione si trova a portata di mano.

 

Primo giorno: accoglienza dei pazienti in una biblioteca di soli classici greci e latini. L’ambiente li tranquillizzerà. L’ossessione per la purezza che li perseguita non deve essere affrontata di petto, ma gradualmente. Gutta cavat lapidem. Il giorno sarà dedicato a lunghe passeggiate peripatetiche e si svolgerà nella massima calma, senza vedere alcuna donna (a parte me e le statue allegoriche della Sapienza e della Filosofia) per tutto il tempo.

 

Ph Petra Collins.


Secondo giorno: comincia la cura. Una cameriera, mentre serve la prima colazione nel patio immerso nel verde, confesserà di chiamarsi Elena. Facendo l’occhiolino al paziente traumatizzato. Lo stesso farà la seconda cameriera giunta per sparecchiare e via via tutte le altre donne che lavorano all’interno della clinica. Me compresa, che mi presenterò come la dottoressa Elena F. Il primo giorno li abbiamo lasciati in pace, il secondo si punta dritti al cuore del trauma.

 

Terzo giorno: sveglia all’alba. Ai pazienti verrà fatto capire che devono alzarsi rapidamente, lavarsi e vestirsi. Hanno lezione da fare, non credano di starsene con le mani in mano. Questa non è una clinica. Ma un’Università, seria e prestigiosa. Devono correre in aula, e se non hanno dietro gli appunti pazienza. Improvviseranno. Il pubblico sarà composto da tutte le cameriere e le donne di servizio già incontrate. L’aula è un vecchio anfiteatro anatomico, con un pulpito in legno dove il paziente dovrà concionare per qualche ora su un unico oggetto che troverà sistemato accanto a lui: una bambola gonfiabile, seduta a un tavolino, che scrive automaticamente serie di romanzi in forma di quadrilogia. 

 

Quarto giorno: la bambola gonfiabile appare di nuovo a colazione, accanto al paziente. E ammicca. Prima che lui le salti addosso, verrà allontanato e portato a fare un discorsino di sessuologia. Saranno solo dei rudimenti, concentrati sul seguente tema: come distinguere la letteratura dal sesso. L’analisi letteraria dalla performance virile. Questo è uno dei momenti più delicati della cura, perché va a toccare un meccanismo a molla che il paziente traumatizzato riproduce incessantemente. L’uomo predatore (critico) conquista la sua preda (letteratura) e la esibisce come un trofeo. Se la preda però è una puttana e sta con tutti, senza neanche farsi cacciare, il narcisismo sotteso a tutta questa messa in scena si sgonfia come un palloncino. 

 

Quinto giorno: è il giorno di San Giorgio. Prevede una gita nel villaggio vicino per assistere alla festa allegorica tipica di quelle campagne, nel passaggio dalla primavera all’estate. Al centro del rito campestre sta l’uccisione del drago da parte di San Giorgio. Il drago è una costruzione di cartapesta fatta con le pagine delle traduzioni nelle varie lingue del mondo dell’Amica geniale di Elena Ferrante. E una volta infilzato piscia monete sonanti che la gente del paese sgomita per afferrare al volo. Il paziente traumatizzato si identificherà con l’intellettuale-San Giorgio che combatte eroicamente contro la cultura mercificata, dando una bella lezione al drago-mainstream che vuole sputtanare tutto quanto. Teniamoli l’intero quinto giorno in questa favolosa illusione di lotta e di gloria. 

 

Sesto giorno: rinvigoriti dalla festa del drago, si sveglieranno in ottima forma. In realtà è una recrudescenza della malattia, ma loro non lo sanno. Succede sempre il sesto giorno, alla vigilia della guarigione. Questo è il giorno decisivo. Il più difficile e pericoloso. Alcuni fuggono, altri non ce la fanno e scoppiano a piangere come bambini smarriti nel bosco. Non posso nascondervi le difficoltà. Ma come si sa, per aspera ad astra. Quindi che entrino i pavoni. È giunto il loro momento. Verranno liberati nel parco della clinica già durante la notte, in modo che si sparpaglino dappertutto. Ogni paziente nel corso della sesta giornata incontrerà prima o poi il suo pavone: il pavone lo guarderà lungamente negli occhi, come uno di famiglia. Quindi, invece di esibirsi nella sua famosa ruota, si volterà per gettarsi tutto contento in un vasto letamaio fumante.

 

Settimo giorno: i pazienti la mattina dopo appariranno sonnolenti e catatonici. L’immagine del pavone nel fango li ha tenuti svegli per tutta la notte. Tanto è stata esaltante la notte passata sotto le vesti di San Giorgio, quanto deprimente quella sbattuti dentro al letamaio. Eppure il risanamento è vicino. Mancano poche ore. Tutte le Elene che si sono moltiplicate in questi sette giorni, dentro e fuori la clinica, si riuniranno per intonare una canzoncina finale. Che inizia lodando l’infinita varietà della letteratura che sta nel mondo. E termina congedandosi dal mito del professore-filosofo. Il serioso intellettuale che sulla lotta al degrado femminile-consumistico della cultura costruisce da almeno due secoli il suo altare pavonesco e martirologico. Non se ne può più, è il ritornello martellante della canzoncina. Poi un balletto un po’ discinto e arrivederci a tutti. Siete finalmente liberi dall’ossessione di Elena Ferrante.

 

Questo il programma. Se volete altri dettagli, scrivetemi e ve li manderò. Ma intanto premete il pulsante qui sotto per donare una cifra anche simbolica. Stefano Jossa è un uomo intelligente e uno studioso brillante. Merita di essere aiutato a guarire.

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