A colpi d’ascia

Scrivere questo pezzo è difficile come preparare le valigie per le vacanze. A parte l’iBook, che contiene parecchie opere, di diverso genere, scegliere cosa leggere d’estate è un processo lungo e tormentato. Prima della partenza formo vari mucchi di libri. Poi, più volte, ne cambio la composizione: alcuni li smantello, ad altri muto lentamente fisionomia, tanto da renderli alla fine irriconoscibili. Sottraggo, aggiungo, scarto, integro.

 

Ci saranno libri da sdraio, da sole, magari fatti di racconti, sì da poterne interrompere la lettura per un bagno, una chiacchiera, un giro in canoa (tra questi, sicuramente Carver e Cechov); le raccolte di saggi saranno invece da leggere o rileggere sull’amaca, in certi pomeriggi: penso al recente lavoro di un giovane critico, Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi, il suo Novecento letterario italiano per pungenti ritratti, ma anche allo Zibaldone di Leopardi, perché questi sono tempi per recuperare la profondità e il disappunto.

 

Ma il nucleo “duro” delle letture, il seguito di ricognizioni in corso o la traccia per viaggi futuri, è quello più difficile da comporre: d’estate, tempo di avventure, fluttua più del solito e assumerà la sua vera fisionomia solo nel momento in cui, con atto definitivo, chiuderò la borsa e la caricherò in macchina (per fortuna, però, vado vicino a una città dove un mio amico ha una bella piccola libreria di quelle di una volta, la Dickens, a Taranto, e può anche portarmi altri volumi in spiaggia…).

 

Avevo pensato di dimenticare il teatro per una ventina di giorni, di liberarmene, di depurarmi, e invece ci sono ricaduto. Non vedrò spettacoli (un po’ di igiene mentale, per chi ne guarda almeno quattro alla settimana). Pensavo di leggere solo L’inchiostro della malinconia di Starobinski e qualche libro sulla prima Guerra mondiale. E magari qualche bel volume sul paesaggio (ho da parte da qualche tempo Paesaggi sublimi di Remo Bodei), sul viaggio, sul camminare, per poi risentire Die schöne Mullerin e soprattutto il Winterreise di Schubert (e Mahler, i Lieder e le sinfonie).

 

Sullo sfondo (primo cortocircuito) sta l’amato finale della Montagna magica di Thomas Mann, con l’eroe Hans Castorp all’attacco nel fango tra i corpi esplosi sui campi di battaglia della guerra del 1914-18, una folgorante frenetica conclusione dopo un migliaio di pagine di immobilità, di discorsi e osservazioni interiori. Alla baionetta, nella carneficina, cantando una delle canzoni più struggenti del viaggio ghiacciato di Schubert, Der Lindenbaum, il tiglio che invita alla pace del rimanere.

 

E qui sono subito ricaduto in tentazione. Aggirandomi dalle parti della Grande Guerra, non ho potuto fare a meno di pensare di mettere in valigia un libro sontuoso, “mostruoso” per molti versi, Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus. Decisivo è stato lo spettacolo che ne trae fino al 17 agosto Archivio Zeta in quel posto lunare che è il Cimitero militare germanico della Futa, 36.000 lapidi tombali disseminate lungo il pendio della collina che coprono le spoglie di soldati tedeschi morti durante le ultime offensive della seconda Guerra mondiale. La messinscena è un adattamento di quella tragedia in cinque atti con preludio ed epilogo di poco meno di ottocento pagine.

 

 

Torniamo alla prima Guerra, dichiarata dallo scrittore austriaco un’apocalisse dell’umano, scandita dal bombardamento dei mezzi di comunicazione che iniziavano a diventare di massa. Sciocchezzaio interventista, discorsi dell’uomo comune, smarrimenti, allarmi, giudizi e indignazioni dell’autore intinti nel curaro di una vis polemica fulminante sono gli ingredienti di un volume che mi ha sempre attratto ma ancor più spaventato, che finora ho gustato solo a pezzi. Quest’estate lo scontro sarà totale.

 

Un altro grande indignato era Thomas Bernhard. Un altro che amo. Non so ancora quale, ma un suo libro lo rileggerò. Con la sua prosa e il suo teatro mi ricorda proprio la forma breve di Cechov e Carver. Mi spiego: anche in romanzi lunghi, come Antichi maestri, o lunghissimi, come Estinzione, lui parte sempre da una sola ossessiva situazione, apparentemente immobile e chiusa, ripetitiva, che però impercettibilmente cambia, portandoti in un altro gorgo dal quale poi si esce per finire in un ulteriore “ambiente” ristretto, asfissiante. E così via.

 

 

Mette in scena il parlare, il raccontare, lo sprecare forze e parole continuamente, e l’impossibilità di dire, di conoscere la verità, in questo mondo manipolato, mosso da ideologie, menzogne, interessi, componendo giochi di scatole cinesi nelle quali ci si smarrisce. Piccole case, stanzini, come nei racconti folgoranti di quegli altri due autori. Ho una balzana teoria, al proposito: Cechov e Bernhard avevano il respiro corto del malato di polmoni, e questo in qualche modo lo sento nella loro prosa. Carver spirerà per un tumore ai polmoni, dopo aver scritto un racconto sulla morte di Cechov per tubercolosi. Il ritmo, solo quello, sembra sostenere la mia tesi abbastanza campata in aria da apparire quasi verosimile. Divagazioni.

 

Giochi di specchi. Bernhard contro l’Austria, razzista, xenofoba, che non ha mai cancellato dal suo Dna il nazismo, radicato nel conservatorismo cattolico, proiettato nel nuovo socialismo ladrone anni ottanta, in regionalismi feroci alla Jörg Haider. L’ultima opera dello scrittore, Heldenplatz, urla in faccia a un Paese che ha accolto trionfalmente Hitler che quelle grida entusiaste di Piazza degli eroi in occasione dell’Anschluss del 1938 si sentono ancora.

 

Nella pièce esse spingeranno al suicidio con il loro assordante frastuono di fantasmi mai svaniti un vecchio professore ebreo, fuggito in Inghilterra all’avvento del nazismo, sciaguratamente tornato a Vienna per trovare una città ancora più “ignobile”, più rampante, stupida, razzista. La misantropia diventa accusa alla società del pregiudizio, dello spettacolo e dell’avidità, a una finzione continua che nasconde violenza e espropria la vita. Lo scrittore massacra “a colpi d’ascia” i suoi concittadini, come recita il titolo di un altro suo romanzo nel quale, acquattato nell’ombra, su una poltrona in una stanza di passaggio, giudica la futile società artistica viennese che si riunisce in un dopo spettacolo.

 

A colpi d’ascia lo porto con me: mi piace il titolo, mi entusiasma il sottotitolo, Una irritazione. La critica dovrebbe avere più il coraggio di colpire senza riguardi una cultura come la nostra, corrotta da venti anni di berlusconismo, di stupidità mediatica, di dominio della riproduzione che non lascia più intravedere cose e sentimenti. Heldenplatz pure, viene in vacanza È il testo di Bernhard rappresentato poco prima della morte, nel 1989: scatenò una battaglia, come ai tempi di Hernani di Victor Hugo, tra quelli che dentro applaudivano il coraggio dello scrittore e quelli che fuori assediavano il Burgtheater, urlando contro la diffamazione della patria.

 

Come Kraus, Bernhard radiografa la società della comunicazione, del segno, della manipolazione, dell’omologato consumo e consenso. La nostra.

 

Metterò in borsa anche varie opere dell’ultima austriaca all’acido cloridrico, Elfriede Jelinek. A settembre inizia una lunga rassegna a lei dedicata che percorrerà tutta l’Emilia Romagna. Lei non ha, secondo me, l’ambiguità sferzante di Bernahrd: è più mastodontica e dura ma meno inquietante. Ma anche lei denuncia i mali della ideologia dello Heim, la casa, il nido, la piccola patria. Rigira il dito nella piaga del romanticismo e dell’ideologia tedesca (di recente, a proposito, ha riscritto il Winterreise). Come Kraus, come Bernhard, in modo diverso, accumula materiali e voci.

 

 

Mette in scena “miti di oggi” come Jackie Kennedy, come Heider, come la neoarcadia leghista, come lo sport. Stigmatizza la guerra diffusa, perenne (lo sport per lei è guerra). Concepisce testi teatrali irrappresentabili così come sono scritti, partiture per l’invenzione dei registi. Somigliano a teatri anatomici dove rivelare – per taglio, per dissezione, per squarciamento – le cose interne: spogliandole dagli involucri, dalle illusioni, dalle rappresentazioni. Oggetti urticanti, ferite sanguinanti. Teatri mentali: come quelli di Kraus, di Bernhard. Tra tutti questi indignati temperamenti atrabiliari, saturnini, L’inchiostro della malinconia di Starobinski ora ci sta proprio bene.

 

Ho composto la valigia. Devo ricordarmi di aggiungere un libro comico o l’antologia di racconti sul calcio composta da Sellerio prima dei mondiali. Porterò con me qualcosa di Achille Campanile. O, per non smentirmi, Romanzo teatrale di Bulgakov, un gioco amaro e irresistibile contro il realismo ormai di regime di Stanislavskij nell’Unione Sovietica stalinizzata. E l’ultimo romanzo di Simenon, una passione bruciante.

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