L'impegno etico di Anna Maria Ortese

Ho incontrato Anna Maria Ortese tardi, vent’anni fa, quando nel maggio del 1996 uscì in libreria il suo ultimo romanzo, Alonso e i visionari, ancor oggi il mio prediletto. La storia del puma mi emozionò, mi commossero soprattutto le ultime pagine con l’altissima preghiera allo «Spirito del mondo». Da Alonso sono risalita a ritroso, lungo la sua prolifica produzione, attraverso Il cardillo addolorato (1993), Il porto di Toledo (1975), L’Iguana (1965), fino alle prose del Mare non bagna Napoli (1953). Ho citato le tappe per me più significative di un percorso lungo, vario e diseguale. Ortese morì poco dopo, nel marzo del 1998 a ottantaquattro anni. Fece in tempo a lasciarci un altro piccolo libro indispensabile per comprendere la sua poetica e il suo modo di stare al mondo: Corpo celeste

 

Figura eccentrica e dislocata rispetto alle consorterie culturali del belpaese, nel suo nomadismo esistenziale ne incrocia tuttavia alcune traiettorie d’influenza: dal gruppo «Sud» dei giovani raccolti intorno a Pasquale Prunas al patrocinio di Massimo Bontempelli degli esordi napoletani, dall’Einaudi di Vittorini e Calvino alla Roma dei premi e dei clan letterari, dalla Milano dell’editoria più blasonata fino all’incontro con Roberto Calasso e la sua Adelphi che ne rilancerà l’opera. Napoli, Roma e Milano le città del suo vagabondaggio, fino all’approdo ligure di Rapallo dove vivrà l’ultimo ventennio della sua esistenza, in un esilio volontario, lontano dalle luci della ribalta letteraria e da un paese che sentiva estraneo. Eppure, a dispetto dell’immagine distorta che tendeva a dare di sé, di autodidatta sprotetta e lamentosa, illetterata e ingenua, si era alimentata con libri buoni, importanti, specie di area angloamericana; aveva nutrito forti passioni e indignazioni civili, capaci di suscitare polemiche animose su questioni quali il ruolo degli intellettuali nell’Italia del secondo dopoguerra, sulla liberazione dei criminali nazisti, sulla pena di morte, sulla sorte degli animali e delle creature viventi in genere. 

Ha scritto molto Ortese, pubblicato molto e molto ha tenuto nei cassetti del tavolo di lavoro. Ha scritto per sopravvivere, come si legge per sopravvivere, quando si legge davvero. Ha scritto anche e più prosaicamente per sbarcare il lunario, perché altro non poteva e non sapeva fare. E ha scritto di tutto: racconti, romanzi, poesie, pièces teatrali, reportages, inchieste, articoli di cronaca e di costume per quotidiani e riviste. Nel 1955, come inviata per l’«Europeo», inseguì persino le biciclette del Giro d’Italia – vinto da Fiorenzo Magni – e con esse Marcello Venturi, l’unico amore accreditato della sua vita. 

 

Ph Philip-Lorca diCorcia.

 

Non tutto è di grana fina, specie nella produzione servile e in quella poetica. Ma la sua scrittura è sempre appassionata e raggiunge spesso vette meravigliose. Nei suoi romanzi migliori si ha netta la sensazione di una narratrice invasa, travolta dall’immaginazione. Le storie – sosteneva – si impossessavano di lei a tal punto da non sapere dove l’avrebbero condotta. Il suo lettore conosce bene la sensazione di sperdimento, di leggera vertigine che lo coglie a mezzo del racconto. Anche per questo non è autrice di agile lettura. Per giunta, Ortese non dà corpo a personaggi memorabili, che battezzino stati sentimentali o destini universali d’immediato rispecchiamento; è narratrice più di sguardi, di atmosfere, di emozioni. E di misteri inafferrabili, di metamorfiche rivelazioni. Visionaria è l’aggettivo che lei stessa ha avvalorato per la sua cifra poetica.

 

A fronte di tinte così contrastive – c’è chi sostiene troppe e confuse – di fortune alterne e lunghe eclissi, perché tornare all’opera di Anna Maria Ortese? E quali dei suoi libri privilegiare? Oltre ai romanzi già ricordati, vale la pena sfogliare i libri di cronaca e di viaggio raccolti nella Lente scura o in Silenzio a Milano. Quanto alle ragioni per proporre un invito alla lettura di questa Ortese, ne avanzo una sola, non certo l’unica, ma la più potente: il raro e saldo impegno etico che pervade le pagine dei suoi romanzi e dei suoi racconti, la fede che sorregge scelte tematiche e di campo coraggiose, anticipatrici e controcorrente almeno nell’Italia di quei decenni. Il destino degli esclusi è al centro del suo orizzonte narrativo, e tra questi gli ultimi degli ultimi, più disarmati dei poveri, più o quanto i bambini: gli animali. Ne è ultima testimonianza il recente volume di Adelphi Le Piccole Persone

 

Mi piace ricordare tra i suoi ammiratori Paolo De Benedetti, il grande biblista da poco scomparso, con cui condivideva molti punti di convergenza filosofica, ché di filosofia – per non dire di teologia – si tratta. Così scrisse di lei, a proposito del cavallo martoriato di Bambini della creazione (in In sonno e in veglia) – ricordo napoletano della sua giovinezza che la tormentò fino alla fine: «La Ortese era una scrittrice con un animo così ricco e profondo di sentimento, e uso il termine nel senso più elevato, del “sentire”. Dice in questo brano e in molti suoi altri, cose che noi non dimenticheremo mai.

Non la conoscevo personalmente: lavoravo nella casa editrice di cui lei era autrice, ma ho sempre avuto per lei un atteggiamento di venerazione. Credo che questa pagina sia stata letta anche da Dio in cielo» (Teologia degli animali, a cura di Gabriella Caramore, Morcelliana, Brescia, 2007, p. 74). 

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