L'Italia perduta di Giovanni Comisso

Ci sono scrittori che, nonostante il favore della critica più avvertita, il piacere che offrono alla lettura, il Meridiano che li consacra nel canone novecentesco, restano sempre in secondo piano, in attesa di una popolarità che non arriva mai. Nonostante sia stato apprezzato da Montale, Contini, Pasolini, Piovene, Zanzotto e da vari altri critici o scrittori (negli ultimi anni Fofi e La Capria), nonostante esista una bellissima biografia di Nico Naldini, non è mai scoccata l’ora di Giovanni Comisso (1895-1969). Perché? Non c’è una sola risposta: il disordine con cui ha organizzato i suoi libri, spesso messi insieme riutilizzando cose apparse già in altri volumi, la posizione di outsider che tenne fin dall’inizio nella nostra società letteraria, l’incapacità di dare il ritmo del romanzo alla sua prosa, ma soprattutto, direi, Comisso non è in genere materia per professori universitari, quelli che stabiliscono canoni, valori e gerarchie della storia della letteratura. Tuffarsi tra le sue carte rappresenta “la disperazione del bibliografo”, come ha scritto Gianfranco Contini, per “gli incessanti rimaneggiamenti strutturali”. Così quasi tutti si sono astenuti da un lavoro serio sull’opera di Giovanni Comisso, scrittore in ogni caso destinato a restare nella storia del Novecento letterario, almeno per Gente di mare (1928), che narra avventure di pesca nell’Adriatico, Giorni di guerra (1930), uno dei grandi libri sulla Prima guerra mondiale, Mio sodalizio con De Pisis (1954). Comisso è uno dei pochi, autentici, scrittori di viaggio italiani. Raccomandava: “viaggi lontani da giovani, viaggi vicini da vecchi”. 

 

Ph Rudolf Pestalozzi.


Sono usciti negli ultimi mesi due piccoli, bellissimi, libri che consentono di avvicinarsi a Comisso a chi ancora non lo conosce: Viaggi nell’Italia perduta, a cura di Nicola De Cilia (Edizioni dell’Asino, 10 euro) e Il poeta fotografo, a cura di Giuseppe Sandrini (Alba Pratalia, s.i.p). Il primo raccoglie una serie di viaggi che lo scrittore trevigiano compì per i quotidiani per la nostra penisola tra gli anni Trenta e i primi anni Sessanta: l’Italia prima delle autostrade, l’Italia ‘virgiliana’ di cui parla Pasolini. Esplorata soprattutto in automobile con l’ineffabile autista Gigetto Figallo, alla ricerca delle tradizioni, dei piatti rustici, dei mercati, delle feste paesane, insomma di tutto ciò che poteva esprimere la cultura di un popolo. Toscana, Sardegna, Sicilia, Napoli, il natìo Veneto, appaiono bellissimi, spesso incantati, quasi fuori dal tempo, anche se già minacciati da traffici, speculazioni, da una modernità subita (questo negli scritti del secondo dopoguerra, dopo che gli Americani risalirono la Penisola incrinando per sempre il nostro costume). Comisso è come se scrivesse sulla seta, in una prosa finissima e resistente allo stesso tempo, che si accorda al battito interno della vita. È anche dotato di un fine orecchio musicale e descrive una città attraverso i suoni. È il caso di Chioggia o di Napoli.

 

Qualche esempio, quasi a caso: “Poco o nulla sapevo della Sardegna. I miei soldati sardi, durante la guerra, quando ritornavano dalla licenza, mi portavano in dono i loro dolci casalinghi squisiti per il miele fuso alle bucce di arancia. Erano neri di occhi, di sopracciglia e di capelli e le loro guance di un pallore sano, come maturato da soli antichissimi. Ricordavo la loro ubbidienza ed esattezza a ogni lavoro, il loro parlare di rado, in un italiano stretto, quasi filtrato”. Un esempio tratto da Il poeta fotografo: “Vanno nella notte primaverile per le strade del Veneto e della Lombardia torme di cavalli assonnati con coperte sulla groppa e teste incappucciate, accompagnati da cavallari bislacchi che di tanto in tanto li aizzano con grida che sembrano singulti. Vanno e rasentano i colli da cui sovrastano gli antichi castelli, rasentano il lago fresco di brezza notturna, rasentano l’Adige che porta seco ancora l’aria delle montagne”. La scrittura di Comisso è pittorica e sensoriale al tempo stesso, tesa a cogliere “l’ansito interno dei fatti”, in gara (o meglio, percorrendo un’altra strada), come dimostra da par suo Sandrini, con le possibilità della fotografia e poi del cinema che hanno cambiato dall’Ottocento il modo di scrivere (il punto di partenza è Flaubert). 

 

Leggere Comisso è anche un invito a uscire di casa e scoprire e difendere quello che resta di bello delle nostre contrade: la Laguna veneta, l’aspra Sicilia attorno all’Etna, la Sardegna petrosa, le strade di Napoli, ma anche le persone che le abitano e che ancora rispecchiano, nel bagliore dei loro sguardi, l’eterna freschezza del nostro volto millenario.

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