Lo scudo di Achille

Lo scudo bronzeo di Achille poco dopo la fine della guerra di Troia era da mettere senz’altro nella vetrina di un museo ma forse da rottamare come strumento di guerra. Eppure, quando era in uso con dietro Achille imbestialito, probabilmente faceva l’effetto di una bomba H e ne parlava tutto il Mediterraneo: arte, metallurgia, tecnologia, scienza, religione al servizio di Ares, Fobos e Deimos. Perfino noi di adesso siamo ancora in grado di tremare di paura, infilando con la fantasia lo scudo narrato da Omero nel braccio sinistro del più cattivo dei bronzi di Riace, quello coi riccioletti che sta a Reggio Calabria.

Invece un contadino del Sannio, con la sua razione di fagioli e pancetta nella scarsella, si sarebbe sganasciato dal ridere al solo vederlo di lontano, con tutta la sua Quadrata Legione Romana. Eppure molti, a quei tempi di conquista della Britannia, sognavano il ritorno all’età del bronzo, dopo che l’età del ferro, pagata cara a rate dal consumatore, aveva sortito un risultato tremendo: basta solo pensare al coltello a serramanico di sarda memoria, dimenticando però “sottoprodotti negletti” come vomeri, zappe, badili...

 

Qualche tempo fa, in un momento di depressione, scrissi a un mio carissimo amico quanto segue:

“Io sono catastrofista nei confronti delle persone singole, che comunque finiscono male; non sono catastrofista verso la società nel suo complesso, anche se sono molto confuso per la situazione attuale, caotica a dir poco. Penso molto bene della tecnologia e della scienza e di tante altre cose, ma quando vedo che l'acciaio e il convertitore Bessemer sono fra i “padri” della Prima Guerra Mondiale e quando constato che la meccanica di precisione, la radio e la fabbricazione a catena sono fra i “padri” della Seconda Guerra Mondiale, tremo: cosa produrranno la Rete, il pensiero artificiale, ecc.?”

 

Il catastrofismo delle persone singole, cioè il pessimismo, è un concetto a dir poco banale, e infatti dietro di esso occhieggiano nozioni usurate, coi piedi piatti: la vita è una valle di lacrime, ruit ora, dalla morte nessuno si può salvare, la vita è un valzer, la falce messoria appiana tutte le erbe del prato rendendo Rockefeller indistinguibile da un commesso di McDonald, i nazisti erano uomini come noi (come se il problema non consistesse proprio nel cercar di dimostrare il contrario), la banalità del male (sì, è una ripetizione del concetto precedente, ma Hannah Arendt se la merita).

 

E veniamo al moderato ottimismo per il futuro delle società “nel loro insieme”, ribadisco “nel loro insieme”, perché le società singole possono essere fragili quasi quanto gli individui: dagli inizi del secolo scorso sono infatti scomparsi dieci, undici imperi, controllate un po’, si sono visti, fra maggiori e minori, tre o quattro genocidi, alcuni a mano libera, altri industrializzati. 

 

Cosa si intende poi per “tramonto dell’Occidente”? Come lo si può inquadrare nella globalizzazione della storia? Dell’economia? Della tecnologia? La mia prospettiva empirica, dilettantistica, mi fa porre le seguenti domande temerarie: è da considerare Occidente il Giappone? Direi di sì. E la Russia? Direi di sì. E la Cina? Direi di sì. E l’India? Direi di sì, salvo quel vecchio problema dell’eccessivo affollamento delle vetture di terza classe.

 

 

Nella mia imprudente osservazione scrivevo dell’innegabile influenza tecnologica sulle due guerre mondiali del ‘900, e prevedevo brutte cose assai per quanto si riferisce all’attuale progresso tecnologico, particolarmene tumultuoso. Ognuno di noi sa che, appena ha in mano un’apparecchiatura, dallo smartphone, al frullino, all’automobile, non ha ancora finito di compiacersi del nuovo acquisto che già si rammarica di non aver atteso la versione successiva. E, per quanto riguarda lo smartphone e il PC, è torturato da incessanti aggiornamenti via Internet che necessitano di una pazienza da orologiaio per sistemare le applicazioni di cui ha bisogno. In questo momento sono tagliato fuori dal dizionario dei sinonimi e dei contrari in attesa della Divina Provvidenza. Ma adesso non basta più il semplice consumismo per avvilire il miserabile consumatore (consumatore, consumismo? Mi mancano i sinonimi), ma si ricorre allo spauracchio della tecnologia, che alcuni filosofi si sono messi a chiamare “tecnoscienza”, la nostra futura temibile padrona, se non peggio, anzi, molto peggio.

 

“Credo, fermamente credo, nella venuta del Messia, e anche se tarda a venire, credo, credo, credo”. Questa antica preghiera giudaica mi serve qui solo per affermare il mio convincimento dell’assoluta, ineliminabile correlazione, anzi sposalizio senza possibilità di divorzio, tra il genere umano e la tecnologia. Ben lo sapeva Albert Einstein, quando prevedeva che dopo la guerra atomica, quella successiva la si sarebbe combattuta coi randelli: voleva affermare il suo credo nella tecnologia perché altrimenti avrebbe detto “a morsi e ceffoni”.

 

Non ci sarà il tramonto dell’Occidente, nonostante i Cinque Stelle, non ci sarà l’abbandono della tecnologia, anche se temo che dovremo affrontare prove tremende. Ma nello stesso tempo non guasta abbandonarsi a fantasie sul futuro, dato che il futuro ci permette solo fantasie.

 

Verrà il giorno in cui una spaventosa bomba a onde spaziotemporali colpirà la Casa Bianca e Trump vedrà le sue leggiadre mogli e figlie trasformarsi in un attimo in streghe di Biancaneve, e poi, un attimo dopo, in poppanti, e poi subito di nuovo in streghe di Biancaneve. Il convulso susseguirsi di onde di tempi opposti si arresterà solo con la trasformazione definitiva dell’intera Casa Bianca in una nursery.

 

E che dire delle bombe tecno-neurologiche? Migliaia di soldati all’attacco, colpiti da una bomba cerebroconfusionale, si volgeranno verso le proprie retrovie facendone scempio e torneranno verso le loro case trasformate nel frattempo dalle bombe spaziotemporali in nursery o ospizi per vecchietti, a seconda del quartiere.

 

Alla fine gigantesche macchine metalliche e intelligenti, create da noi a nostra immagine e somiglianza, ci sostituiranno, dopo aver ereditato ben più delle nostre facoltà. Ma potrà accadere che una banda di macchine, più astuta delle altre, si allei con i pochi umani rimasti, i punkabbestia, e vinca una guerra spietata contro le macchine ideologiche radicalizzate.

 

Credo che il futuro sia poco prevedibile, altrimenti la famiglia Krupp si sarebbe ben guardata dal perfezionare tanto la metallurgia le cui conseguenze non si sarebbero limitate, come sperava quella famiglia, alle sole tempeste d’acciaio tipo Verdun. Infatti è potuto accadere che una vecchia stufetta di ghisa di marca Krupp (un sottoprodotto) nell’inverno 1944-1945 salvasse una famigliola di perseguitati, tra cui me, da sicura morte per ipotermia fra i ghiacciai delle Alpi.

 

I luddisti avevano torto, come anche i fabbricanti di apriscatole che temettero la fine del mondo quando videro la prima Simmenthal con chiavetta incorporata. La tecnoscienza ha prodotto troppo spesso cose orrende, ma talvolta anche utili per via della infinità casuale delle sue applicazioni. Se si arriva al numero civico esatto della via dove si vuole andare, utilizzando il GPS, lo si deve alla stessa scienza che produsse la bomba di Hiroshima! Nel 1946, o poco dopo, stava scritto sui giornali: “L’invenzione della penicillina ha salvato più vite di quante ne abbia ucciso la guerra”. Gli stessi antibiotici, iniettati al bestiame, generano batteri chemioresistenti che fanno fuori pian piano più persone di quante ne siano morte nella Guerra dei Trent’anni.  

 

Contro il caos del futuro ci dobbiamo affidare a una sola arma: il dubbio.

 

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