Luca Vitone. Di cosa è fatta la memoria?

Di che cosa è fatta la memoria? Me lo chiedo dopo aver passeggiato per le sale del PAC di Milano, attraverso le opere dell’importante retrospettiva Io, Luca Vitone, visibile presso il museo milanese fino al 3 dicembre.

 

Le suggestioni germogliano osservando i lavori dell’artista genovese, oggi residente a Berlino, dove gli elementi del reale vengono scomposti e riassemblati facendo riaffiorare dal fondo del secchio significati che giacevano sepolti sotto il peso dell’abitudine interpretativa. Partendo dal più insignificante granello di polvere per arrivare ai confini geografici dell’Europa, tutto viene smontato e rimesso in discussione. Una condizione problematica in cui Vitone conduce intenzionalmente lo spettatore ma senza mai abbandonarlo. Si deve essere disposti allo spaesamento, per addentrarsi nel suo lavoro, ma è un patto di cui l’artista comprende l’onere ed è disposto a ripagare con generosità. Si deve fare un viaggio fuori dalle rotte tracciate, ma lo si fa insieme a lui, con le coordinate che dissemina qua e là, in una cartografia imprevedibile ma in grado di rivelarsi insospettabilmente accurata.

 

Wide City, 1998 Modello in legno della torre Velasca, 180 fotografie a colori 10 x 15 cm, dimensioni variabili, Collezione Museo del Novecento, Milano. Veduta della mostra presso Opensace, Milano, 1998. Foto Giulio Buono

 

La mostra antologica si articola tra gli spazi del PAC, i Chiostri di Sant’Eustorgio, il Museo del Novecento e presenta opere comprese in un arco di produzione di trent’anni: tantissimi i lavori, così come i temi in gioco e le possibilità interpretative. La prima tappa è il Museo del Novecento, che espone per la prima volta Wide City, opera acquisita e mai installata prima. Si tratta di un complesso progetto realizzato nel 1998, a cui fece seguito un libro, che analizza la visione della città attraverso il filtro delle minoranze straniere che la abitano. Il lavoro è composto da numerosi materiali che documentano l’attività di reperimento delle informazioni e centottanta foto di Milano scattate dall’artista e disposte attorno al modellino della Torre Velasca, dalla quale gli spettatori possono prelevare una mappa della città. Si tratta però di una carta che indica luoghi inerenti alle comunità dei migranti e non, come può apparire in prima istanza, a mete turistiche. Anche le foto ritraggono luoghi di Milano legati alle comunità straniere e condensano alcuni temi fondamentali della produzione dell’artista, tra cui l’interesse verso le dinamiche interculturali e gli spazi non omologati, l’analisi della città come processo, l’interrogazione in merito alla topografia dei luoghi e alle culture che vi sono connesse. Un progetto che ribalta lo sguardo sui luoghi urbani, sostituendo la prospettiva indigena con quella allogena di chi approda da un altrove e, attraverso un lento processo di familiarizzazione, si appropria di luoghi dapprima estranei, ridefinendoli.

 

Futuro ritorno, 2008. CD audio 22 tracce. Courtesy dell’artista e Galleria Pinksummer, Genova / Galerie Nagel Draxler, Berlin, Köln / Galerie Michel Rein, Paris, Bruxelles.

 

All’installazione fa eco il complesso museale dei Chiostri di Sant’Eustorgio con il Museo Diocesano, dove trovano ospitalità opere più piccole, selezionate da Giovanni Iovane, inserite in dialogo con gli oggetti della collezione permanente: nella selezione sono visibili Futuro Ritorno (2008), installazione sonora dove sono protagoniste le voci di ventidue cittadini stranieri, Le cinque pietre di Davide (2017), Natura morta con Punt & Mes (2012), foto scattata nella casa romana di Giorgio De Chirico e Nel nome del Padre (2001), l’omaggio a Lucio Fontana realizzato insieme a Cesare Viel, un lungo elenco di padri putativi che spazia da Leonardo da Vinci a Julio Cortazar. Infine, gli otto ambienti del PAC, che completano idealmente il viaggio nei trent’anni di produzione, proponendo due opere inedite e una serie di lavori ripensati specificamente per gli spazi del museo. Una mostra che accoglie alcuni tra i progetti più significativi della carriera di Vitone, accolti nel padiglione che, per l’occasione, viene trasformato in un contenitore da manipolare, una sorta di scatola scenica.

 

Natura morta con Punt&Mes, 2012. Fotografia a colori in cornice di legno d’orato 55 x 65 cm. Courtesy dell’artista e Galleria Pinksummer, Genova / Galerie Nagel Draxler, Berlin, Köln / Galerie Michel Rein, Paris, Bruxelles.

 

È da questa immagine della scatola che si può partire per addentrarsi in una ricerca che, non a caso, nasce dalla folgorazione per le “shadow boxes” di Joseph Cornell (1903-1972), figura di culto nel panorama dell’arte americana del Novecento. I celebri assemblaggi di Cornell, costruiti accostando oggetti personali, memorabilia, cianfrusaglie, giocattoli, sono delle “scatole della memoria” di matrice surrealista, influenzate dell’esperienza duchampiana ma autonome nell’approdo finale. Le “boxes” mischiano elementi simbolici e autobiografia per giungere a una forma di racconto antinarrativo, e il risultato finale è un meccanismo di grande forza evocativa e indiscutibile squisitezza formale. Sono opere dallo statuto ambiguo, carattere ereditario presente nel lavoro di Vitone, artista affascinato dall’idea del controllo degli spazi e alle prese con l’analisi dei processi di costruzione della memoria, una memoria in cui il confine tra reale e immaginario, pubblico e privato è labile.

Nel caso del PAC, l’idea di traslare il concetto di scatola alle mura del museo fa sì che l’edificio si trasformi da luogo a “non-luogo”, come dichiarato dallo stesso artista. Tutto il perimetro dello spazio espositivo è percorso dalle misure dello stesso, segnate a terra e ben visibili dalla balaustra del primo piano del museo: si tratta di Padiglione d’Arte Contemporanea (2017), opera che riattualizza il lavoro pensato per la Galleria Pinta di Genova, dove Vitone realizzò una planimetria dell’area in scala 1 : 1, ricoprendo di carta il pavimento. Il risultato di quella semplice modifica fu di tramutare la galleria in un ambiente concettuale, per poi contraddirne lo stato e riportarlo alla propria realtà fenomenica grazie alle impronte lasciate sulla carta dai visitatori della mostra. Un modo anche per quantificare lo spazio, darne tangibilità fisica e controllarlo, rivelando le logiche economiche e di potere sottese ai luoghi deputati alla diffusione della cultura.

 

In occasione dell’antologica, i muri del PAC sono stati ridipinti utilizzando una mistura di vernice e polvere raccolta durante i mesi di preparazione della mostra, recuperando ciò che testimonia la presenza degli spettatori e utilizzandolo come pigmento, visibile nelle tracce di sporco sulle pareti. Come racconta il curatore Diego Sileo citando Freud “La sporcizia non è altro che qualcosa che si trova nel posto sbagliato” ed è sia un frammento concreto di un evento accaduto, sia una rivelazione. Si tratta di un processo ripetuto anche nell’opera Stanze (Räume), che insieme compongono Imperium, quattro tele bianche dipinte con una miscela di acqua e polvere, raccolta in alcuni precisi luoghi di Berlino legati al potere, ovvero la sede della Borsa, l’Archivio di Stato, il Pergamonmuseum e la Banca Centrale. Una poetica dello scarto che pone l’attenzione su ciò che corrompe, intossica, danneggia – la polvere, appunto, o l’inquinamento atmosferico – ma che ha una sua significanza in qualità di traccia della memoria e che può perciò, attraverso una nobilitazione, essere celebrato e diventare un elemento di riflessione sul mezzo stesso della pittura. Un fattore critico che si innesta nella ricerca sul tema dei monocromi e dell’autoritratto, da tempo perseguita da Vitone, tra cui ricordiamo Io, Roma (2005) e Le ceneri di Milano (2007).

Subito dopo le tele attende il visitatore una delle opere più suggestive dell’intero percorso: si tratta di una sala chiusa in cui si diffonde “l’odore del potere”, un’essenza sintetizzata dall’unica Maître Parfumeur italiana: Maria Candida Gentile. Entrando nella sala vuota si percepisce, via via con maggiore intensità, una fragranza difficilmente descrivibile, sottilmente metallica e respingente, pensata per tradurre olfattivamente quelle che sono le caratteristiche proprie del potere, trasmettendo una sensazione di oppressione e di sostanziale disagio agli spettatori. Un’operazione che rievoca la “scultura acromatica monolfattiva su tre note” presentata alla Biennale del 2013 e dedicata alla terribile vicenda dell’Eternit di Casale Monferrato, quando l’inalazione delle polveri mortali da parte dei lavoratori ignari causò una epidemia di asbestosi. In quell’occasione l’odore dell’Eternit fu immaginato dall’artista e dal “naso” Maria Candida Gentile utilizzando tre differenti tipologie di rabarbaro, scegliendo di costruire una scultura senza corpo, un ossimoro vivente. Un lavoro di grande efficacia e capace di arrivare allo spettatore pur riducendo quasi al grado zero gli elementi della messa in scena.

 

Imperium 2014. Fragranza creata ispirandosi all’idea di potere 2 macchine erogatrici. Courtesy dell’artista e Galleria Pinksummer, Genova / Galerie Nagel Draxler, Berlin, Köln / Galerie Michel Rein, Paris, Bruxelles.

 

Questo dono d’immediatezza è rintracciabile in tutti i lavori di Vitone, come se i molteplici livelli di lettura delle opere convivessero in una felice sintesi, un equilibrio raro tra profondità e leggerezza. L’impressione di trovarsi di fronte a un lavoro prettamente concettuale è bilanciata così da un carattere d’immanenza delle opere. L’opera di Vitone riesce a evocare sentimenti ed esperienze in maniera subitanea: un suono, un odore, la qualità tattile di un grumo di polvere, un trenino elettrico, le luci delle feste di paese, la sabbia di un lontano viaggio compongono un alfabeto fulminante che può appartenere al contempo al lessico familiare dell’artista e al vissuto personale di ogni spettatore.

Questa contiguità tra spazio intimo e spazio collettivo connota una visione della storia che lo avvicina ai grandi narratori dell’Italia del dopoguerra. Penso specificamente a Luigi Ghirri, che è stato anche l’autore con cui ha formato la coppia ideale del concetto veduta/luogo per Vice Versa, il progetto di Bartolomeo Pietromarchi alla Biennale di Venezia del 2013, ma potremmo citare la coppia Zavattini/Strand, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Pier Paolo Pasolini, Alberto Arbasino, i padri dell’Arte Povera con in primis Kounellis, Alighiero Boetti, poi Fabro e Mertz. Un filo rosso che ovviamente non si interrompe e arriva fino ad oggi, attraverso il lavoro di artisti, per citarne alcuni, quali Silvia Camporesi, Flavio Favelli, Francesco Arena e che potrebbe comprendere, allargando lo sguardo la musica, il cinema e il teatro (Rosi, Winspeare, Martone, alcune cose di Delbono etc). Frammenti di quel “Grande Romanzo Italiano” che forse non è composto da pagine ma da tasselli di varia forma e natura, che si susseguono a formare un unico mosaico la cui immagine completa è visibile solo dalla giusta distanza.

 

L’irruzione della dimensione privata nel racconto collettivo trasforma la percezione della storia dell’Italia e lo statuto della realtà. In questo coinvolgimento in prima persona risiede anche il senso del titolo della mostra, che può sembrare altisonante e autocelebrativo ma in realtà dichiara il ruolo centrale della soggettività dell’artista rispetto all’universo creativo a cui dà vita. In questo varco si apre lo spazio per rimettere in discussione le narrazioni consolidate ed è più facile cogliere il senso dell’ironia che percorre il lavoro di Vitone, osservatore dei fatti del paese e irriverente decostruttore della storiografia ufficiale. Appare allora chiara l’intenzione di Souvenir dItalie (Fondamenti della Seconda Repubblica, 2010), lavoro che apre il percorso espositivo del PAC e riporta i nomi degli iscritti alla loggia massonica Propaganda 2, presenti nella celebre lista recuperata il 17 marzo 1981 in una fabbrica di proprietà del “Venerabile” Licio Gelli.

 

Luca Vitone, Souvenir d'Italie (Lapide), 2010 Incisione su marmo bianco di Carrara 106 x 106 x 3 cm. Collection Michel Rein, Paris. Foto Florian Kleinefenn

 

Una lista ripresa e trasformata in quella che potremmo giocosamente definire “effigrafe”, una epigrafe effimera stampata su teli di carta appesi al muro; sulla parete di fronte alla lista, una lastra di marmo di Carrara riporta inciso il simbolo della P2, l’occhio divino nel triangolo irraggiante, che scruta la sala. Un’opera dalla valenza anche tragica, che racconta di una vicenda oscura che ha segnato la storia contemporanea e che collide con un immaginario dell’Italia cristallizzato nel tempo, quella retorica del “bel Paese” venduta in ogni occasione ufficiale, una cartolina folkloristica fatta di buon cibo, artigianalità, borghi contadini e simpatia un po’ cialtrona. Souvenir dItalie è una sorta di anti-monumento al valore civile e una critica aperta a un sistema politico che si è fatto soggiogare dalla volontà di soggetti feroci – parabola dell’homo homini lupus –, attraverso concrezioni di potere che hanno soffocato lo stato democratico facendo leva su interessi privati. Una ferita mai rimarginata e la cui infezione pulsa ancora sotto la sottile pelle contemporanea. Come non ripensare allora a Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli (1977), con Alberto Sordi schiacciato da una mediocrità tutta italica, o ai versi caustici di Pasolini?

 

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 

Alla mia nazione, Pier Paolo Pasolini, 1961

 

Nulla da dire solo da essere, 2004. Particolare dell’installazione 21 bandiere in tessuto di lana, tiranti in acciaio 180 x 130 cm ciascuna. Collezione Tullio Leggeri, Bergamo.

 

L’ironia che Vitone dichiara sin dall’apertura di partita non si trasforma mai in un alibi per sottrarsi alla responsabilità di assumere un punto di vista e rivendicarlo. L’artista ha ben chiari i valori che ritiene fondanti di una società ideale e li riafferma senza remore, attraverso ad esempio l’opera Nulla da dire solo da essere (2004), composta da bandiere rosse e nere – i colori dell’internazionale anarchica – sulle quali è ricamata la ruota, simbolo dei popoli Rom e Sinti. Non è un orpello il trenino elettrico posto al centro della sala, che rimanda al discorso sulla memoria intima, sul tempo e, non ultimo, racconta di una ciclicità forzata, di una storia che si ripete uguale a sé stessa, inesorabile e talvolta spietata. Sulle bandiere sono riportate le frasi di Piero Manzoni e di altri intellettuali, tra cui lo stesso artista. Anche in questo caso Vitone rifiuta lo status quo e demolisce l’eloquenza del vessillo per trasformarlo in un simbolo di marginalità, evidenziando, attraverso un allestimento tutt’altro che regale, la condizione di estromissione a cui sono sottoposte le popolazioni nomadi e, per esteso, tutti coloro che non si addomesticano alle leggi del potere e dello stato. Sono bandiere che non rappresentano più gli stati nazionali ma una condizione umana che prescinde dai luoghi. Emerge con evidenza quell’ammirazione per il nomadismo fisico e psichico che l’artista individua come condizione a cui tendere, e che si ritrova con toni più delicati nell’opera Ultimo viaggio (2005), dove si testimonia con un diorama a grandezza reale il tragitto compiuto nel 1977 dall’artista insieme alla propria famiglia, un on the road da Genova al deserto dell’Iran. Una meta, questa, che per lungo tempo ha rappresentato uno dei luoghi mitici di quel “Grand Tour hippie” che coinvolse un’intera generazione e che è stata, insieme al Marocco e all’India, una delle tappe obbligate nel romanzo di formazione di ogni giovane, fino all’ascesa di Khomeini e alla fine di quel sogno di libertà ubriacante che percorse il ventennio dei ‘60-’70.

 

Ultimo Viaggio, 2005. Automobile, sabbia, 8 oggetti, mensola, 5 fotografie a colori 50 x 77 cm ciascuna, 1 fotografia in bianco e nero 50 x 77 cm. Dimensioni ambientali, Collezione Nomas Foundation, Roma.

 

La permanenza e la scomparsa della memoria tornano anche nell’opera Corteggiamento (2003-2004), composta da nove sculture musicali intitolate alle Muse. Vitone recupera strumenti musicali della tradizione e li decora con le luci di una festa di paese, poggiandoli su mobili ormai desueti, sonorizzando l’installazione con musiche del repertorio popolare. Attraverso una ricognizione etnografica in forma poetica, l’artista richiama l’attenzione su un patrimonio culturale che si dissolve e che, ancora una volta, lega assieme con un doppio filo le nostre storie private, i ricordi familiari, il passato e il presente della storia a cui, consapevolmente o no, tutti noi partecipiamo. Ad essa fa da controcanto il video Trallallero nei giardini di Villa Reale (2017), dove viene ripresa la performance di un gruppo di canto polifonico genovese, e Sonorizzare il luogo. Europa (1989-1993), costituita da quindici stazioni sonore che rappresentano altrettante regioni europee abitate da minoranze etniche o culturali. Passeggiando nel corridoio si è immersi in una cacofonia di suoni che diventano distinguibili solo avvicinandosi alle singole stazioni, metafora quanto mai attuale della confusione in cui versa l’Europa, oggi ancor più di quando l’opera fu concepita.

 

Chiude idealmente il percorso espositivo Vuole Canti (2009), serie di diciotto fotografie che ritraggono differenti specie di alberi, i cui nomi sono anagrammi di altrettanti artisti. Il titolo della serie è infatti un anagramma di Luca Vitone, che ritorna qui sul tema dell’anti-monumento. Nella galleria di immagini l’ironia del gioco di parole occulta l’intenzione di celebrare con affetto una generazione di artisti che forse non riceve la cura e l’attenzione che ogni ognuno di essi meriterebbe. Per farlo, Vitone sceglie gli alberi, presenze pure, senza valenza alcuna che non sia la propria integrità naturale, e li associa ai nomi degli artisti, monumentalizzando entrambi. Un processo distante dalla pomposa magniloquenza delle cerimonie pubbliche, che ne sovverte il senso e gli restituisce dignità. Si tratta di una celebrazione intima e al tempo stesso collettiva, fuori dalla storia – nell’eterno ritorno del tempo circolare della natura – e dentro la storia – nella relazione che lega un gruppo di persone e le àncora a un preciso momento dell’esistenza, attraverso un tempo che è prima di tutto esperienza di vita interiore condivisa.

Ecco allora, affacciarsi un’ipotesi per una possibile risposta alla domanda iniziale: la memoria, ovvero quell’unico tempo umanamente conoscibile, un presente appena differito che si dilata oltre i nostri confini, è un impasto sporco che nasce dalla contaminazione tra il sé e l’altro, unica forma possibile dello stare-nel-mondo. Qualcosa che dobbiamo continuare a interrogare, pur sapendo che il tempo dei monumenti e delle epigrafi è tramontato e ciò che ci parla, oggi, ha una forma senza corpo, una voce senza fiato, uno spazio senza luogo e tende a riaffermare come orizzonte desiderabile un presente leggero, immemore, eccitato dall’accadimento continuo.

 

Io, Luca Vittone, PAC (Milano), dal 13 ottobre al 3 dicembre 2017. La mostra si estende al Museo del Novecento e ai Chiostri di Sant'Eustorgio.

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