Luigi Malerba: frammenti di un discorso sul comico

 

Dal 28 al 30 settembre si terrà a Livorno la terza edizione del festival Il senso del ridicolo, dedicato all'umorismo, alla comicità e alla satira. Questa settimana proponiamo alcune riflessioni sul tema di Gabriele Gimmelli, a partire da un libro di Luigi Malerba, Strategie del comico, da poco in libreria. 

 

Raccolta di exempla? Carnet de notes? Abbozzo di una teoria (asistematica) del comico? Oppure, come sembra indicare il titolo, un incompiuto trattato, à la von Clausewitz, sulla comicità? Forse il modo migliore per definire questo singolare oggetto, emerso dalle carte postume di Luigi Malerba (1927-2008) e pubblicato con il titolo Strategie del comico (Quodlibet Compagna Extra, pp. 156), è partire dal racconto "Il palinsesto", apparso originariamente nel 1964 e posto a conclusione del volume. Ultimo ma primo, in un certo senso, dal momento che traccia retrospettivamente quella che, un po' troppo pomposamente, potremmo chiamare la "cornice metodologica" del libro. 

 

In un futuro imprecisato, un misterioso cataclisma ha cancellato la vita sul pianeta Terra. La popolazione umana si è adattata a vivere nel sottosuolo, perdendo via via ogni cognizione del proprio passato: arte, tecnologia, conoscenze scientifiche e filosofiche. Anche del cinema si è persa  memoria: di esso non rimane che un segmento di nastro, esposto in una teca del "museo delle antiche civiltà artistiche" (nientemeno!). In una saletta attrezzata allo scopo, due scienziati, Selm e Kap, passano e ripassano quei pochi metri di nastro: «Fissarono lo sguardo sullo schermo che si illuminò improvvisamente sull'immagine tremolante di un uomo in bombetta che camminava a zig zag per una strada di città». I due cercano invano di raccapezzarsi: com'era possibile che, nel XX secolo d.C., quelle immagini "cosiddette cinematografiche" riuscissero perfettamente intelligibili perfino ai bambini? «Ci vorrebbero cento occhi».

 

Le ipotesi che Malerba mette in bocca ai suoi scienziati ci riportano all'infanzia del cinematografo: «Non so se ha notato», dice Kap, «che a un certo punto l'uomo è tagliato a mezzo busto e per un momento ha la testa staccata dal corpo. Prima si vede l'uomo intero, poi a mezzo busto, poi la testa staccata dal corpo, poi l'uomo intero un'altra volta. Non lo so, ma io scommetterei che anche l'uomo che si allontana di spalle e che quindi non vediamo in faccia, è sempre lo stesso». Sembra quasi di leggere le testimonianze degli spettatori delle prime, leggendarie  proiezioni Lumière. 

 

Ma c'è un'altro e più importante fenomeno – un effetto collaterale, si direbbe – che appare ancora più inspiegabile ai due scienziati. «Lei non prova una strana sensazione, come se qualcuno le facesse il solletico?», domanda Selm, ridendo. «Devono essere le vibrazioni dell'altoparlante», risponde Kap (ma il filmato è muto!), prima di scoppiare a sua volta in una risata fragorosa: «Mi scusi, non so che cosa mi succede, devo essere un po' nervoso». Malerba entra nelle teste dei due studiosi: «In un'era utilitaristica e semplificata in cui ogni cosa e ogni gesto dovevano avere uno scopo pratico e ben definito», riflette il professor Kap, «a che cosa poteva servire un'arte come questa, che aveva avuto l'unico risultato di suscitare inutili risate?». Forse, pensa invece il professor Selm, la soluzione dell'enigma sta proprio lì, «in questo riso inutile, gratuito e assurdo», tanto da giungere alla conclusione che «l'arte avesse l'unico scopo di far ridere». Un'idea che lo stesso Selm giudica «talmente azzardata, astrusa e irriverente», da vergognarsi d'averla avuta.

 

Malerba in un disegno di Tullio Pericoli.


In questo breve ma perfetto apologo fantascientifico, Malerba mette in guardia dalla trappola in cui rischia di cadere chi decida di dare una definizione univoca del comico, del quale si sottolineano invece l'assurdità e la gratuità. La chiusa del libro va quindi a saldarsi perfettamente con l'incipit: «Qualcuno ha detto che pensare confonde le idee», esordisce provocatorio lo scrittore, che innesta le proprie riflessioni sulla ponderosa scelta antologica (oltre cinquecento pagine) Storia del comico e del riso (2003, a cura di Liborio Termine). Sotto la sua penna cadono teste eccellenti, da Kant a Hegel («si dibatte in un imbroglio di pensieri che non riesco nemmeno a riassumere e al quale assegnerei il primato della confusione fra tutti i testi raccolti nell'antologia»), a Freud. "Salvi" invece Baudelaire (che «non si avventura inutilmente in impossibili definizioni») e, curiosamente, Benedetto Croce. E anche gli antichi: come Aristotele, che nella Poetica ipotizza «una specie di catarsi comica per cui una risata può appianare le asprezze mentali» (ma è significativo che la parte del trattato dedicata alla commedia sia andata perduta...); e come Cicerone, per il quale «di questa materia [il comico] non si danno regole».

 

L'obiettivo di Malerba – sempre che abbia senso parlare di obiettivi – non è perciò quello di tracciare l'ennesima storia o teoria generale del comico, quanto accostarsi alla comicità e al riso anteponendo la riflessione a qualunque conclusione assertiva. Il risultato è una raccolta di osservazioni: alcune brevi come aforismi, altre più estese, nelle forme del diario di viaggio, dell'aneddoto, del saggio in miniatura (con un paio di analisi molto precise sulla costruzione e la meccanica della gag, figlie dell'esperienza del Malerba sceneggiatore), o anche, come nel caso del citato "Palinsesto", del racconto breve. Insomma, una colorata scorribanda fra le diverse Strategie del comico, ma priva di qualsiasi strategia. 

 

E qui forse conviene aprire una parentesi, perché nessun luogo avrebbe potuto essere adatto al libro di Malerba più della collana diretta da Jean Talon e da Ermanno Cavazzoni, che al comico "senza strategia" ha dedicato uno dei testi più divertenti del suo Limbo delle fantasticazioni (2009). Compagnia Extra da tempo sta portando avanti, accanto alla ristampa delle opere di Malerba (Le galline pensierose, Il pataffio, Consigli inutili, Storiette e Storiette tascabili), l'impresa di costruire una sorta di "contro-canone" della letteratura; o, più esattamente, un "canone minore", ispirato a un'idea di letteratura che Cavazzoni definirebbe "antitrombonesca", in cui possano trovare posto quelle forme di scrittura "inutili", troppo spesso ricacciate ai margini, come le prose brevi, gli scritti manicomiali, gli pseudo-trattati, le paradossografie. Una letteratura non come specchio, ma come parodia della realtà, dunque ridicola per definizione: un'ipotesi che il professor Selm di Malerba avrebbe forse considerato inaccettabile, ma che invece ha una sua rispettabilissima – e financo nobile – posizione.

 

Va detto che per questo libro postumo di Malerba si sarebbe apprezzata forse qualche informazione in più: una noterella filologica magari, sulla storia del testo, che invece è pubblicato così com'è. Ma è un'assenza di cui non si ha il tempo di rammaricarsi, tanti sono gli spunti forniti dal libro. Mi limiterò a segnalarne un paio. 

 

Il primo riguarda l'origine derisoria e crudele del comico, il suo dover sostituire la legge in tutte quelle epoche la cui la scena sociale è «dominata dallo sperpero delle corti e dalla fame dei servi» e in cui «il maltolto viene consumato immediatamente e impossibile sarebbe ristabilire lo status quo». Da qui discende tutta quella tradizione di arguzie, furberie, beffe che va dalle storielle yiddish ai romanzi picareschi, passando per Poggio Bracciolini e Giulio Cesare Croce. Questo non vuol dire che il comico fosse necessariamente, all'epoca, positivo e propositivo, inteso cioè a raddrizzare i torti e a restituire dignità a chi è oppresso – a dirla tutta, non è così nemmeno oggi. «Nel romanzo picaresco il furfante è di condizione servile e, secondo le regole, inganna e deruba il padrone. Ma può ingannare e derubare anche un altro servo. È la beffa dei poveracci ai danni dei poveracci, come se il buffone volesse ridere alle spalle del buffone, si ride sulle miserie umane e mai come nel comico picaresco il riso è contiguo al pianto». 

 

Illustrazione di Gustave Doré per "Gargantua e Pantagruele", di François Rabelais.


Seguendo un ragionamento analogo, Malerba rovescia la retorica del riso carnevalesco descritto da Bachtin. Non solo per l'odor di morte che promana (del resto, come ricorda lo scrittore bercetese, il Carnevale affonda le proprie radici nei baccanali dionisiaci, più che negli innocui e relativamente recenti saturnali), ma anche perché, ormai passato allo stato "diffuso", il riso carnevalesco, sempre più nichilista e violento, è diventato «luogo di vendette ed esecuzioni sommarie per riscattare offese e presunte ingiustizie che sfuggono a una legge precaria e corrotta». Forse, conclude Malerba, «il vero messaggio del Carnevale corre in direzione opposta al comico, se nei giorni della festa ognuno di noi tende ormai l'orecchio per capire se abbiamo udito botti di mortaretti e fuochi d'artificio o raffiche di mitra».

 

Il secondo è l'attenzione che Malerba riserva all'altrove, inteso in senso cronologico (come si rideva nel Medioevo e nel Rinascimento? E prima ancora: come ridevano Fenici ed Etruschi, Persiani ed Egizi?), ma soprattutto in senso geografico. Un aspetto abbastanza inedito nelle storie e nelle analisi del comico, tendenzialmente etnocentriche e sbilanciate sul presente, o al massimo sul recente passato. Nel libro hanno un posto centrale le pagine, d'intonazione quasi antropologica, dedicate ai qui pro quo che sorgono quando due tradizioni culturali lontanissime – e di conseguenza due tradizioni comiche diversissime – si incontrano. «Mentre io la rimprovero, lei ride», protestava un direttore di produzione italiano con il capo di una società di trasporti cinese, a proposito di un'impiegata negligente, sul set del Marco Polo televisivo. «No, no, è giusto così», rispondeva il dirigente cinese. «Se uno dei due è arrabbiato, l'altro deve ridere, altrimenti due arrabbiati che fanno, si graffiano?». 

 

Il riso, tuttavia, può essere anche spazio di incontro, come succede periodicamente – così almeno riporta Malerba – sulle rive di un laghetto al confine fra Bulgaria e Turchia, due Paesi non certo famosi per i rapporti di buon vicinato. Una storiella del folklore turco narra che un bel giorno Nasreddin Hodja (una specie di Bertoldo anatolico) si recò sulle rive di un lago con l'intenzione di trasformarlo in un colossale bacino di yogurt. A questo scopo si mise a sversare nell'acqua un po' del lievito di yogurt che aveva portato con sé. «Credi di farcela?», gli domandò un conoscente che passava di là. «Non si sa mai», rispose lui. Ora, di questa storia esiste una versione pressoché identica in bulgaro, che ha come protagonista un omologo di Nasreddin, tale Hitar Petar. Per questo motivo, nel nome dei due personaggi, ogni anno un gruppo di scrittori umoristici bulgari si incontra con una delegazione di umoristi turchi. Gli esponenti del gruppo più anziano versano un barattolo di lievito di yogurt nell'acqua del lago, mentre quelli dell'altro gruppo la rimescolano con dei bastoni. Poi tutti se ne vanno a casa per ritornare l'indomani mattina, molto presto, per vedere se l'acqua è diventata yogurt: ovviamente, ogni volta vanno incontro alla stessa delusione. «Un omaggio all'assurdo», conclude Malerba, ma anche una delle poche occasioni in cui bulgari e turchi «si trovano insieme impegnati amichevolmente per ragioni umoristiche nella stessa impossibile impresa».

 

Come si vede, il comico può essere una questione molto seria. Non sorprende quindi di trovare, a un certo punto del libro, un frammento di una manciata di righe che suona quasi come una dichiarazione di poetica: «Queste note (appunti e citazioni) vanno scritte seriamente. Del comico conviene parlare con serietà, altrimenti il discorso si disperde, diventa falso e inutile. Se si ride o si scherza sul comico si annienta il discorso, si ottiene zero come risultato». Si può ragionevolmente concludere, come già sosteneva Buster Keaton ("Comedy is a serious business"), che con il comico c'è poco da scherzare.

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