Luigi Massoni. Chi ha disegnato il primo coltello?

Ci sono designer in Italia un po’ misconosciuti, malgrado una carriera coerente, ineccepibile, non urlata e forse anche umilmente conformata a un’idea di servizio.

Luigi Massoni se n’è andato ormai da qualche anno. Mi è dispiaciuto perché mi sarebbe piaciuto conoscerlo. In fondo, il design italiano riguarda una comunità ristretta di persone (alcune più conosciute, altre meno) tutte partecipi di questo grande minestrone fatto di idee, invenzioni, ispirazioni, rivalità, gesti eclatanti, lavoro di lima, meschinerie, furbizie, intelligenza, fortuna... su cui si addensa un fumo di grandi chiacchiere. A parte tutto penso anche sia un po’ un dovere ricordare chi ha fatto questo lavoro prima di noi e, così facendo, ha messo il proprio ingrediente speciale dentro questo grande brodo in ebollizione. 

Il nome di Luigi Massoni, dunque, era riemerso all’improvviso quando Jasper Morrison aveva scelto alcuni suoi prodotti disegnati insieme a Carlo Mazzeri e li aveva inseriti in Supernormal, la mostra che aveva concepito con Naoto Fukasawa e che in seguito era anche diventata un libro assumendo in un certo qual modo il ruolo di manifesto del loro pensiero. Il cuore di questa iniziativa teorica consisteva non tanto in una spiegazione dettagliata di cosa ritenessero giusto o sbagliato quanto piuttosto in una selezione di oggetti a cui affidare il compito di rappresentarli o almeno rappresentare la propria idea di cosa si debba ritenere ben progettato. Più o meno era un modo per far capire, senza fare troppe chiacchiere, la loro idea di cosa fosse il design.

 

Insomma Morrison e Fukasawa, sotto il grande cappello Supernormal, si sono impegnati a mettere insieme una selezione di oggetti tutti conformati non tanto a un’idea di normalità quanto piuttosto a qualcosa di più misterioso da meritarsi l’appellativo di super normalità: una qualità che si spinge oltre l’idea stessa di normalità. Eppure qualcosa di talmente normale da esserne un concentrato finissimo, tanto da diventare esemplare (questo punto non mi è mai stato chiaro).

 

 

Ad ogni modo per esemplificare questo loro concetto supernormale avevano stilato una selezione di oggetti tale da formare una specie di atlante trasversale e globalizzato che aiutava a capire che disegnare non era soltanto un atto mitomane per affermare la propria esistenza (e bravura) ma anche un modo per entrare in contatto con chi aveva avuto la stessa pulsione nel tempo passato (disegnare oggetti intendo): in un certo senso era un modo per dialogare con persone molto lontane fra loro dal punto di vista geografico e temporale. Questo perché ogni oggetto raccoglie l’eredità di qualcos’altro e lo porta un passo in avanti. O di lato. 

 

Insomma questa scelta (Massoni e Mazzeri) suonava un po’ strana o inaspettata (almeno a me). Intanto accanto a Enzo Mari erano i soli nomi italiani a comparire nella selezione di oggetti messi insieme da Jasper Morrison e Naoto Fukasawa. È abbastanza chiaro che la loro l’intenzione fosse proprio quella di raccontare la pulsione a ricalcare le immagini depositate in una specie di grande deposito collettivo di oggetti e di forme.  Un'attitudine che Enzo Mari aveva cercato di descrivere come una vera “ossessione”, simile a quella che aveva ispirato i monaci amanuensi, per far comprendere la forma mentale di chi si ostina ad affinare, preservare e perfezionare in maniera un po’ maniacale, cose che già esistono. Anche in questo caso una forma di dialogo a distanza e senza parole, un po’ come accade con i razzi che si lanciano nello spazio, dopo aver stipato al loro interno una selezione esemplare di oggetti terrestri, con l’idea che se mai si dovesse entrare in contatto con popolazioni aliene si mostrerebbe il proprio lato migliore. 


Insomma in questa selezione "super normale", accanto a Enzo Mari (un nome che era del tutto lecito aspettarsi di trovare), comparivano i nomi di Luigi Massoni e Carlo Mazzeri che per quanto mi riguardava, purtroppo, rimanevano sulla superficie della memoria, come in un ricordo vago, legati a un qualche passato remoto.  

 

Accanto agli oggetti per Alessi divenuti icone di un certo disegno italiano tra gli anni Cinquanta e Sessanta (i contenitori della Serie 5 disegnati nel 1955 e tuttora in produzione, tra cui il secchiello per il ghiaccio e lo shaker per cocktail del 1957), una cosa che ricordavo di Luigi Massoni era la sua appassionata opera di relazione con le realtà artigiane presenti sul territorio che aveva cercato di ricucire attraverso lo strumento della rivista. Aveva infatti fondato e diretto per alcuni anni diversi periodici tra cui Il Mobile Italiano e la rivista Forme.
È come se Massoni si fosse dedicato a guardare all’artigianato presente in Italia con la stessa cura e rispetto con cui si guarda all'oggetto d’uso comune in paesi come la Scandinavia o il Giappone, dove è ben radicata la tradizione di mettere in risalto la bellezza astratta che si concentra nelle forme legate all’uso. Quasi a sottintendere che qualcosa di buono possa passare anche attraverso l’uso delle cose; che anche lì (nell’usare le mani e maneggiare le cose) fosse presente qualcosa che ha a che fare con la cultura. Magari non quella alta, che si presume legata alle arti maggiori, ma una forma di cultura sicuramente sì perché, com’è noto, le mani aiutano a mettere a fuoco i pensieri.

 

 

Ad ogni modo di Massoni m’ero fatta un’idea di un personaggio un po’ defilato, che amasse lavorare senza sollevare troppo clamore, per conto suo, con gran dedizione. 

Quando ho avuto occasione di parlarne con la figlia Elisa (che conosco per essere la moglie di un designer di talento come Matteo Ragni) e ho saputo che Luigi Massoni aveva diretto,  mobilitato, fatto l’editore, il promotore, il presidente di associazioni, era stato insomma un operatore attivo nel mondo del design e così via… ho dovuto rivedere la mia idea di monaco cesellatore di oggetti industriali, belli ma normali (ossia che non vogliono parere eccezionali), secondo un’idea un po’ calvinista che la bellezza deve essere anche un po' severa e parsimoniosa, soprattutto se riguarda oggetti destinati all'uso.

 

A parte tutto questo però, rimaneva il fatto che Jasper Morrison e Naoto Fukasawa, due tra più i bravi designer dei nostri tempi, si fossero messi a celebrare autori pressoché sconosciuti del nostro design (nostro nel senso di italico) quali paladini di questa loro idea di "super normalità": era un fatto alquanto curioso. Com’era possibile che all’estero celebrassero (o almeno apprezzassero) personaggi che noi abbiamo quasi del tutto dimenticato? Perché siamo sempre gli ultimi ad accorgerci delle cose preziose che giacciono sotto il nostro naso?

Questo vago senso di frustrazione mi ha spinto a saperne di più della vita di Luigi Massoni e Carlo Mezzeri. Intanto entrambi erano architetti. Mazzeri poi, aveva studiato a Venezia ed era stato allievo di Carlo Scarpa. Quindi era stato esposto anche lui a quella specie di maniacale ossessione per il dettaglio: il più minuto esercizio di onnipotenza a cui si abbandona ogni architetto che si rispetti.

 

 

Dunque, sono andata a cercare i loro lavori. Niente da dire. Belli, semplici, coerenti, in effetti abbastanza normali nel senso – mi sembra di poter dire – che esprimono quella certa idea di eleganza per le cose d’uso comune presente lungo tutto l’arco della modernità anche a latitudini molto diverse tra loro: un fatto notevole una specie di lingua franca in quanto improntati a un’idea condivisa. L’adesione cioè a un’idea di bellezza spontanea, quasi che essa dovesse emergere, naturalmente, dalla pura conseguenza di scelte che portano a definire la forma (e non un tipo di eleganza improntata al desiderio di essere qualcos’altro). Soprattutto un’idea di forma che non rivendica l’appartenere a un’unica mano creatrice quanto piuttosto rimanda a tanti autori diversi, magari rimasti nell’ombra... una specie di passaggio di testimone per cui la forma si affina nel corso degli anni quando qualcuno animato da quella stessa ossessione, fermandosi a studiare il più minimo miglioramento, si è sentito chiamato a aggiungere un ulteriore pezzetto a questo grande impegno comune. Quasi a dire che le forme degli oggetti d’uso sono la più straordinaria opera collettiva che l’uomo abbia mai concepito, perché fatta a tante mani lungo un arco di tempo di cui si è perso il conto: un concentrato di pensieri di tante persone lungo un ampissimo arco di tempo. Qualcuno, infatti, saprebbe dire chi ha disegnato il primo coltello? 

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