L’università della vita

I laureati non conoscono l'italiano. A dirla tutta neanche chi scrive per professione. Capita di continuo di leggere articoli in cui regnano sovrani orrori di ortografia, dove “beneficienza” ha il primato assoluto. Indice che nell'era della tecnologia il correttore automatico funziona poco. Dare la colpa alla scuola pare non sia la scelta giusta, soprattutto se a mancare sono i rudimenti di grammatica delle elementari. Qual è la soluzione? Sedere per sempre nei banchetti a misura di bambino? A cosa mai può servire laurearsi se si può fare qualsiasi mestiere solo asserendo di avere una qualche esperienza in un certo campo e appellandosi all'ente supremo chiamato risultato? Se poi su Facebook si può indicare di aver frequentato l'Università della vita, il gioco è fatto! A maggior ragione se quest’ateneo ha tra i suoi studenti celebri il protagonista dell’Ulisse di James Joyce, Leopold Bloom, il quale si trattiene dall’affermarlo pubblicamente, ma allo stesso tempo avverte che lì si insegna una “cattiva letteratura”.

 

Proviamo a osservare le informazioni sull'istruzione dei nostri contatti e ci accorgeremo che questi ultimi si collocano, a grandi linee, in quattro categorie: sinceri, bugiardi, insabbiatori e creativi. I primi dichiarano effettivamente il loro percorso di studi, i secondi mentono spudoratamente accampando lauree e simili, i terzi evitano di pronunciarsi in merito, mentre i quarti inventano atenei, adoperando, a loro insaputa, un'allegoria per sottendere che le loro conoscenze sono state desunte dalla vita quotidiana, dal saper campare “in mezzo alla strada”. Lungi da me commentare coloro che mentono sugli studi, probabilmente perché sentono pesante l'auto-esposizione social mediatica e non vogliono essere da meno dei contatti col pezzo di carta, ma vorrei soffermarmi brevemente sugli accademici dell'università della vita, accomunati generalmente dal costante martirio della lingua italiana e dalla propensione alla “pulizia kontatti”, ovvero l'epurazione dagli amici di Facebook delle “perzone falze”, con un bonus di svariate k, lettere accentate o, peggio ancora, apostrofate, messe a caso, e una spiccata propensione all'invettiva accorata e gratuita. Nella maggior parte dei casi i laureati della vita sono i quarantenni e cinquantenni di cui ho scritto qualche tempo fa, per cui potrebbe, forse, valere l'attenuante di un digital divide ancora in auge, patito rispetto a un non ancora sapiente uso delle tastiere dei dispositivi usati.

 

Il problema diventa di tutt'altra rilevanza, come detto all'inizio, quando leggiamo nei contenuti diffusi dalle principali testate d'informazione gli stessi errori ortografici che evidentemente non sono semplici refusi. Si tratta di una sorta d’istigazione allo sbaglio ai danni di chi non ha basi grammaticali solide, che viene indotto a indugiare nel peccato linguistico, aggiungendo un precedente di rilievo alla sua già scarsa esperienza con il corretto uso dell’italiano. A questo punto il lettore si aspetterebbe il canonico attacco al Web e alla messaggistica, seguito dalla filippica su come abbreviazioni ed emoji abbiano impoverito il nostro dizionario. No, non ho alcuna intenzione di ripercorrere questi schemi polemici perché credo fermamente che Internet abbia facilitato la possibilità di documentarsi sulle questioni legate alla lingua, anzi, lo considero un impulso continuo a migliorarsi data la massiccia presenza di pagine dedicate all'approfondimento grammaticale, prime su tutte quelle dell'Accademia della Crusca e di Treccani. Gli studenti, o chi si trova a scrivere un testo di qualsiasi tipo, non necessariamente un articolo o un saggio, possono agevolmente risalire alla dicitura corretta senza neanche prendersi la briga di alzarsi dalla sedia e fare sollevamento pesi con il tomo conservato accuratamente in libreria. Non mi vergogno di ammettere che io stessa, anche durante la stesura di questo pezzo, ho controllato più volte il dizionario dei sinonimi e contrari.

 

 

Dunque ciò che manca all'italiano è l'italiano, ma soprattutto l'onestà di ammettere che non si è onniscienti. Si tratta di lealtà verso se stessi e il prossimo che, se non praticata, può condurre a vivere le vite degli altri, proprio di quelli che hanno studiato per poter arrivare a scrivere sul biglietto da visita, o sui social, di esercitare una certa professione. Bisogna sapersi vendere al costo di mentire spudoratamente per detronizzare chi ha osato non frequentare l'università della strada, quel pazzo che non ha le basi del saper campare per cavarsela nella realtà, social o sociale. Troppi libri fanno male, fanno venire dubbi, responsabilizzano, lo studente della vita lo sa bene ed è per questo che può diventare chiunque voglia, basta un pizzico di convinzione e saperlo digitare sulla tastiera. Un esempio di questa pratica malsana è rappresentato dalle sedicenti wellness coach di Facebook, quelle che promettono di dimagrire mangiando torte, perdendo 6kg in 5 settimane. Bando ai nutrizionisti e ai dietologi, la nuova frontiera è quella dei nuovi programmi innovativi e super segreti per perdere peso senza fatica. Anche questa retorica sensazionalista rientra nelle bufale della post-verità, che funzionano soprattutto quando gli stravizi della stagione fredda si fanno sentire sulla bilancia e si avvicina la famigerata prova costume. Queste instancabili e inarrestabili signorine della dieta rendono la demagogia più becera la loro strategia commerciale, facendo rete tra di loro e commentandosi i post a vicenda.

 

Generalmente prediligono la forma sincretica di comunicazione, testo verbale più testo visivo, ove la retorica del prima e del dopo regna sovrana. Maria, Anna, Roberta e Laura erano obese, poi hanno provato il fantomatico programma e ora hanno gli addominali da fare invidia agli angeli di Victoria's Secret, senza manco fare workout. Così scatta la captatio benevolentiae, frammista alla psicologia inversa: «Tutte le donne meritano di essere belle te compresa. Non ti senti pronta? Tuo marito non vuole? Ci devi pensare? Allora non hai il coraggio di migliorarti». Lanciano una sfida e subito prevale la curiosità, per definizione femmina, di sapere come avrà fatto quel blob a diventare cigno, e il prossimo passo è commentare il post per chiedere informazioni. Come si invera la bufala? Con gli screenshot della chat, Facebook e Whatsapp, generalmente personalizzati con i watermark del nome di battesimo della coach. Problema n. 1: le chat potrebbero essere costruite ad arte, o, versione per cui propendo, far parte di un pacchetto di immagini fornito direttamente dalla società, o meglio dal movimento, a cui fanno capo queste persone, rigorosamente “ordinarie”, senza alle spalle un percorso di studi nel settore.

 

Problema n. 2: questi post sono alla stregua dei click-bait, gli specchietti per le allodole, perché la rete di cui sopra è coordinata a tal punto da avere tra i propri benefit l’obbligo di mera cortesia del commentarsi a vicenda. In altre parole, se io "coach" pubblico una chiamata alle armi, ossia una comunicazione pubblicitaria che spinge a raggiungere gli obiettivi inerenti alla perdita di peso mensile o alle promozioni sui “pacchetti” benessere, chi risponderà per chiedere informazioni saranno proprio le colleghe di lavoro, riconoscibili perché condividono la stessa dicitura nella professione. Basta cliccare sui profili per rendersene conto. L'apporre “testimonianza reale” a una foto di un prima e dopo la fa diventare verosimile? Lo screenshot vale di più di una prova regina perché è un istante bloccato dal passaggio del palmo della mano su uno schermo nel bel mezzo di un'interazione e dunque garantisce contro la sua alterazione? E come la mettiamo con la retorica del basta scuse e del rimorchio facile? Sono queste le cose che contano per una donna? Il fatto è che le coach, oltre a spammare le loro abitudini alimentari sane e il dimagrimento senza sforzo, paventano ed esaltano uno stile di vita comodo, senza sveglia, senza orari di lavoro imposti, ma soprattutto una non-professione altamente remunerativa.

 

Analizzando le statistiche del movimento di cui fanno parte ci rendiamo conto che migliaia di persone campano in questo modo, lucrando sulle emozioni e sulle ferite scoperte dei più deboli, di quelli che ignorano nozioni di base sulla perdita di peso, sul metabolismo e su un'alimentazione corretta. Il conversational divide di cui ha scritto qui Mauro Pireddu esiste eccome, e a farne le spese sono coloro che non sono stati formati a dovere su Internet e i social network, disposti a credere nelle cellule dell'Isis nascoste all'interno delle confraternite religiose del paesello, solo perché i membri escono in processione incappucciati durante la settimana santa. Non c'è differenza tra questo tipo di belief lockiano e farsi convincere a perdere peso mangiando torte, spendendo centinaia di euro in integratori dalla dubbia formulazione. Un professionista che siede dietro una scrivania è meno vero, o veritiero, di un utente di Facebook qualunque che piazza dieci emoji ogni due parole, perché ricrea l'interazione amicale quotidiana, impossibile da instaurare con il primo termine della dicotomia. Se la precedente asserzione è vera, allora anche un libro è una fonte meno rilevante di un link di Facebook solo perché nessuno condivide le sue pagine ornate da cagnolini e panda.

 

Una volta, infatti, mi è capitato di sentirmi dire da un leghista che Napoli conta ogni anno molti più morti di Baghdad. Vi assicuro che non scherzava, era profondamente convinto della sua affermazione. Quando gli ho chiesto la fonte, lui mi ha mostrato candidamente un'immagine trovata su Facebook dove era riportata l’informazione a cui faceva riferimento sullo sfondo del Vesuvio, con tanto di frase a effetto che evidenziava la propensione dei napoletani a minimizzare le loro sventure perché “hanno il sole, il mare e la mozzarella di bufala gambana”.

Urge correre ai ripari, urge insegnare alle persone a saper discernere. Soprattutto ora che l’estate è alle porte. Il problema sta nel poter sensibilizzare la gente comune, quella che i libri non li legge, perché, alla fine dei conti risultano ancora in maggioranza, tanto da decidere le sorti mondiali. 

Cosa aspettiamo? L’inaugurazione dell’Università della vita? 

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