Mal d’Appennino

Nascere nelle zone dell’Italia interna, a metà strada tra il mare Adriatico e il mar Tirreno, significa portarsi dentro quel tormento che Ignazio Silone chiamava “mal d’Appennino”: un disturbo, un intralcio, un tarlo che s’insinua sotto la pelle di chi lascia i paesi dove ha avuto origine il suo sangue e poi però, nel momento stesso in cui si allontana da essi, sente l’urgenza di ritornare sui propri passi, rientrare tra i muri della propria casa. Silone parlava di questo “mal d’Appennino” in Uscita di sicurezza, pensando certo ai comportamenti degli emigranti abruzzesi, i suoi corregionali, perennemente al bivio tra urgenza di fuga e nostalgie del passato, fra ambizioni di miglioramento e desiderio di ricucire la tela dei rapporti interrotti. Ma la diagnosi vale per chiunque avesse dimora sui contrafforti della dorsale che attraversa l’Italia da nord a sud e segna il carattere di un territorio che non è più oriente ma non è ancora diventato occidente, un levante luminoso prossimo a imbrunirsi nei colori dell’occaso. Oriente e occidente non sono soltanto categorie geografiche, ma il portato di variabili antropologiche.

 

 

Gli abitanti dell’Appennino sono segnati da questo perenne sentirsi terra di mezzo, il loro destino è nell’essere tragici com’è tragico il mondo di Omero e comici com’è comico (alla maniera di Dante) l’epilogo del viaggio di Cristoforo Colombo oltre le colonne d’Ercole. In questa mai risolta identità bifronte, nel desiderio di ricollocarsi in un altrove ancora inacquisito, dentro un non-hinc e un non-nunc del tutto oscuri, si giocano le sorti di chi, ieri come oggi, avverte l’urgenza di rompere il cerchio dell’orizzonte amico e se ne va nel timore/nell’azzardo, uscendo di casa, di commettere un sacrilegio. Cercare una via alternativa all’esistere dentro un paesaggio appenninico non soltanto presuppone il senso totalizzante di spaesamento, ma implica la strana condizione di perdere i ricordi ed essere cercato dai ricordi, di oscillare sull’altalena dell’andare e del rimanere, di sentirsi condannati a non trovare mai più la percezione di una “definitività”.

 

Appennino vuol dire esattamente questo: vivere in uno stato di sospensione, non appartenere più alla geografia che ci ha originati e tuttavia non essere legati nemmeno al luogo dove ci si ferma per mettere radici. Sarà questo, forse, il motivo per cui gli scrittori nati lungo la dorsale che dalle Langhe porta all’Aspromonte obbediscono alla regola della tartaruga: camminano con la casa sulle spalle, si portano dietro il loro bagaglio di identità, cercano di rifondare altrove il paese che hanno perduto. Sono uomini di memorie e di utopie, intuiscono che non tutto si perde con il distacco e che anzi, se davvero esiste una risorsa al motivo dell’abbandono, essa si trova nel tentativo di innalzare le mura di nuove città in cui recuperare gli antichi linguaggi, ristabilire i ponti con la comunità, recuperare i legami tradizionali. Non si tratta di celebrare il nostos come Ulisse e nemmeno farsi eredi della parabola di un Abramo che lascia definitivamente la terra di Ur per abbracciare la promessa fatta da Dio, piuttosto interpretare il senso di una fine e di una rinascita, come Enea che fugge dalle fiamme di Troia e conserva gli dei pagani nella bisaccia. Enea si è caricato il padre Anchise sulle spalle e tiene il figlio Ascanio per mano, è un individuo diviso tra il sentimento di ieri e la speranza di domani, cerca aiuto nel viaggio che il suo essere pietoso verso la propria terra gli impone per ricostruire le antiche rovine.

 

Viaggio di rifondazione più che viaggio di conoscenza: Enea vince la sfida su Ulisse, diventa l’archetipo di chi lascia il proprio mondo in fiamme e rifonda la civiltà. Spesso infatti, come Enea, chi lascia l’Appennino si allontana da una catastrofe avvenuta, da un’apocalisse annunciata. I terremoti e gli smottamenti avvengono nel terreno così come nella memoria. E non c’è alternativa per chi ha intuito la fine del mondo che riedificare ogni cosa dal nulla, trovare lo spazio e il tempo dove ricostruire e organizzare, così come aveva preannunciato Isaia nel salmo 58. Prima di raggiungere la meta, prima di essere certo che il luogo cercato si adatta alla mitologia della propria maniera di stare al mondo e solo lì, non altrove, è possibile edificare la polis, bisogna sciogliere i nodi sotterranei: ricordi, parentele, linguaggi. Chi appartiene all’Appennino, chi ci è nato, chi ci vive, sa di poggiare i piedi su un luogo dove la memoria penetra lentamente nel terreno, si adatta con difficoltà agli smottamenti e alle frane, ramifica con lentezza, deve trovare le pietre per radicarsi e trarre i succhi per fruttificare.

 

 

L’Appennino è il luogo degli orizzonti perduti e nascosti, dove il tempo si è dimenticato di essere stato tempo ed è fuggito via, lasciando la dimensione dell’assenza, il disincanto del passato che ha bisogno di luce e di vento per tornare a manifestarsi all’aria aperta. Uno percorre i saliscendi delle strade, dispone gli occhi a seguire il corso dei fiumi che si perdono dietro le curve delle montagne, mette in conto l’idea di abbandonarsi alla dolcezza dei luoghi che paiono vicini e irraggiungibili e invece presuppongono la misura di un tempo insospettabile per essere raggiunti perché le vie di comunicazione si nascondono dietro una macchia di alberi e i tornanti rallentano la marcia, la confondono, aggrovigliano i pensieri in una matassa di curve e controcurve. Gli occhi si infilano nei varchi che le montagne lasciano aperti e uno sente crescere dentro di sé un destino di storie che si moltiplicano con lo scoprirsi dei paesi, dialetti che si aggiungono a dialetti, sangue che si mescola ad altro sangue, pensieri che si avvolgono fra loro come fili di lana destinati a crescere nei maglioni o nelle sciarpe di chi li indosserà per ripararsi dal freddo. Quando si va via, accade tutto questo, ma in un attimo, quel che occorre per spezzare il cordone ombelicale e accorgersi che da terra interna l’Appennino si è trasformato in una terra interiore. Poi si scende verso il mare, le montagne svaniscono, ce le lasciamo alle spalle, continuiamo la strada verso le discese che portano a un orizzonte piatto e geometrico.

 

La pianura ci accoglie placida e indifferente. Il sangue ritrova il ritmo regolare nei canali dritti che dividono i campi dai pioppi, le rogge e i seminati. Siamo passati dal labirinto alla scacchiera, dai grovigli antichi a quelle che Carlo Levi aveva battezzato le “campagne matematiche”. Ora che finalmente l’Appennino è alle nostre spalle, la pianura ci si srotola davanti come un tappeto in attesa che qualcuno cammini sopra con passo cadenzato, uniforme, senza smottamenti ed emozioni. Spariscono i sussulti del cuore, i grumi inspiegabili mescolati di sogni e di ricordi. Finiscono le passioni, cominciano le riflessioni.

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