Matita. Strumento divinatorio

 

L'ultima è arrivata da Barcellona, un bastoncino liscio, senza lati, lucido e ricoperto dai colori di Parc Guell. Un cilindro perfetto con un'anima di grafite da liberare il prima possibile, perché una matita senza punta è un paradosso insopportabile. Accuratamente affilata, la matita decorata da Gaudì è rimasta a riposare tra le penne scariche, infilandosi tra i capelli nei giorni più caldi, a spargere sulla testa profumo di legno e lapis.

 

 

Non uso spesso la matita, le riservo compiti circoscritti e cerimoniose pratiche di osservazione e meditazione. Innanzitutto la matita vuole la carta, ubbidendo all'elettiva affinità di due tenaci memorie del legno. E il resto sono esercizi per dar forma a ciò che è incerto e diviso, per parlare la  lingua del possibile e del nebuloso.

 

La matita è sempre stata per me uno strumento divinatorio, utile a chiamare a sé le cose sommerse, a portarle a galla accarezzandone la superficie.

 

 

Quello che veniva fuori dalle matite era sempre il frutto di un gioco e di un compromesso, il barattare un po' di gentilezza per qualcosa di fragile e vero.

 

 

Un addestramento alla precisione per fare pace con l'indeterminatezza: temperare, rallentando, assecondando le curve dei trucioli e le fragilità del legno per confezionare l'impazienza in friabili rose dagli orli dorati. 

 

 

Raccogliere le scaglie lucide e la polvere dei tentativi falliti era un'occasione per cercare tra gli scarti qualcosa di prezioso, per costruire monumenti alla risolutezza e onorevoli collezioni delle punte rimaste incastrate nel temperino. Oppure per risvegliare, sfregando con le dita sulla carta,  cieli in tempesta e paesaggi fumosi dalla sabbia di piombaggine caduta sul foglio.

 

Usare la matita per me è sempre stato un modo per abitare lo spazio del divenire e dell'incertezza, di scrivere di ciò che non si sottrae al tempo, che non resiste allo strofinio delle pagine e della pelle. È la maniera più garbata di prestare le mani all'ascolto e all'immaginazione. Forse per questo uso la matita per scrivere sui libri, per tracciare sentieri e sottolineature tra le parole degli altri, infilare le mie domande silenziose negli angoli e lungo i bordi, per seminare briciole di grafite e strade per ritornare. E scrivo a matita quando devo tracciare sulla pagina i contorni di quello che sono, delle cose che attendo e non riesco ad afferrare, quando voglio scrivere di me, di tutto quello che c'è e che potrebbe cancellarsi, di quello che mi porto addosso e che voglio lasciar libero di cambiare. 

 

Le altre matite:

Giuseppe Di Napoli, L'anima nera del carbone

Aldo Zargani, La matita del fato

Giovanna Durì, La prima matita e le sue compagne

Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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