Matita: veloce e lenta, giovane e antica

 

La matita e io

 

Un paio di anni fa mi trovavo a partecipare alla prima riunione della giuria di un concorso. Eravamo in Svizzera, a Lugano, e noi giurati sedevamo a un tavolo fatto di banchi disposti a ferro di cavallo. Gli altri (per lo più donne) estraggono e posizionano davanti a loro computer e tablet; io e un signore ben più giovane di me, che sapevo essere giornalista e scrittore ma che non conoscevo di persona, tiriamo fuori calepino e matita. Lo vedo subito in difficoltà, il mio compagno di scrittura, perché la sua matita è spuntata. Con un gesto di sovrana professionalità apro la borsetta, tiro fuori il temperamatite, che ho sempre con me, e glielo porgo, sentendomi come Gesù nel tempio. Carlo (si chiama così) tempera la matita e mi restituisce con un grazie il temperino, di quelli che hanno la custodia incorporata per gli scarti. Nasce da questo piccolo gesto una grande amicizia. 

 

Un'altra volta, l'anno scorso, ero stata alloggiata per lavoro in un albergo molto lussuoso, il Boscolo a Budapest. Sul comodino c'era, come spesso succede negli alberghi (in alcuni trovo una biro e allora so che non devo tornarci) una matita, e che matita. Di un bel nero lucido all'esterno, la scritta in oro, la gommina fissata sul fondo da una ghiera anch'essa dorata, con una mina insieme solida e pastosa che scivolava sulla carta che era una bellezza. La usai per scrivere i miei appunti su quella splendida città e poi scrissi una mail all'indirizzo dell'albergo esprimendo enstusiasmo per quell'oggetto così bello. La storia non va avanti perché non mi risposero...peccato!

 

Le mie matite

 

Questo per dire che le matite le uso e le apprezzo. Con una matita sto scrivendo, per coerenza, questo pezzo sulla matita, e solo in seguito passerò ai tasti. Se guardo qui e ora le matite che ho davanti a me sulla scrivania, tutte nere, vedo due HB, una Lyra Temagraph HB/2 medium della Fila, una Skizzo della Herliz e un mozzicone Faber Castell (ma è un caso: non compro le matite in base alla marca, basta che scrivano bene). Dentro l'ultimo libro che sto leggendo (Arundhati Roy, The Ministry of Utmost Happiness), ho invece una matita-omaggio della rsi, la Radiotelevisione svizzera. Sul fondo della matita c'era una capsuletta trasparente contenente pezzettini di pomodoro ciliegino seccato, ma l'ho tolta per sentirne l'aroma e non sono riuscita a rimetterla. Della stessa serie avevo anche le matite con capsulette al basilico, al peperoncino e alla calendula, ma le ho annusate e consumate.

 

Non mi sono rimasti nemmeno i mozziconi. Eppure spesso non li butto via; li conservo in una scatoletta di latta senza farne nulla, li tengo lì perché non sono capace di gettarli. Forse sono feticista senza saperlo, feticista minimalista. Conservo poche cose e poche cose mi sono care: tra di esse, i libri, i quaderni di appunti dei libri che leggo, il quaderno dei libri in cui scrivo dall'età di otto anni i titoli dei libri che ho letto, quelli da quando ho iniziato a leggere agli otto anni e quelli successivi. Sui quaderni scrivo con la stilografica. Sui libri invece, se sono miei, scrivo sempre e soltanto con la matita, dall'alto in basso se seduta e dal basso all'alto se sdraiata. Sui libri delle biblioteche no, non scrivo, anche se la tentazione è forte, talvolta irresistibile. Se vi soccombo, traccio con la matita un segno leggerissimo, quasi invisibile, sul bordo, che poi cancellerò con la gomma prima di rendere il volume. Qualche bibliotecario mi ha scovata e rimproverata.

 

Scrivo con la matita per il piacere di scrivere con la matita, di avere in mano una cosa piccola (ho scritto un libro sulla filosofia delle piccole cose), una cosa lieve e armoniosa e insieme corposa e solida. A matita scrivo anche le assenze degli studenti universitari quando faccio l'appello – lo so che è antiquato, ma che cosa volete da una che usa ancora la matita? – perché so che alcuni saranno semplicemente in ritardo e verranno alla fine dell'ora a farsele cancellare. 

 

Tecnologia e filosofia della matita

 

La matita è uno strumento non solo tecnologicamente ma anche filosoficamente perfetto: unisce infatti in un unico oggetto/strumento varie coppie di modalità del pensiero: lentezza e velocità; tradizione e innovazione; dinamicità e calma, improvvisazione e ripetizione. La punta si muove sulla carta lasciando la traccia del pensiero tradotto in parole in base alle possibilità del corpo. Dalla testa alla mano seguendo braccio e avambraccio e curvando dalla parte del gomito, scivola giù il pensiero per raccogliersi su quella punta di cono che esce dalla bacchetta di legno. Ancora grezzo e arruffato, il pensiero preme e insiste col suo peso dentro la testa, scende lungo il braccio e la matita è lì a raccoglierlo, a dargli la forma articolata di un filo e a srotolarlo sulla pagina della scrittura corsiva, che corre come cavalli al galoppo, creando connessioni e relazioni. 

 

Succede la stessa cosa con i tasti? I polpastrelli premono i tasti e sullo schermo compare un testo. Premo i tasti e oplà, si presentano davanti ai miei occhi pensieri espressi in segni, lettere o ideogrammi, i quali, messi tutti in fila, formano un testo disposto secondo linee, righe. Premo i tasti e compare un'immagine, premo i tasti e dispositivi programmati afferrano nel loro frullìo elementi puntuali e li addensano sui testi. I tasti però sono soltanto giovani, moderni. La matita è giovane e antica, veloce e lenta, dinamica e posata. La matita segue il pensiero veloce che genera modelli complessi di idee e accompagna il pensiero lento che costruisce serie ordinate; il primo porta il contributo del pensiero giovane, rapido; il secondo quello dell'impegno cognitivo lento e meditato, vecchio, che si traduce in schemi e formule. Il modello veloce genera a sorpresa modelli ideali anche complessi, ma solamente il sistema lento costruisce i pensieri in una serie ordinata e logica di passaggi. Se la matita non fosse in grado di seguire e rappresentare i due modelli, perché campeggerebbe, così appuntita e un po' mangiucchiata, sulla copertina del volume del Premio Nobel per l'economia 2002, dedicato a tale tematica: Daniel Kahneman, Thinking, fast and slow?

 

Le altre matite:

Giovanna Durì, La prima matita e le sue compagne

Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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