Maurizio Cattelan: Torno subito

Maurizio Cattelan: Be Right Back. Torno subito, come è scritto in quei cartelli che si appendono alle porte di un’attività, di un negozio quando ci si allontana per poco tempo, per poi tornare. Questo è il titolo del docu-film girato dalla regista Maura Axelrod e distribuito in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital e Feltrinelli Real Cinema (in visione nelle sale solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio scorsi). Il riferimento è a una delle sue prime opere, Torno subito appunto, del 1989: quando la Galleria Neon di Bologna lo invitò a esporre presso i suoi spazi, Maurizio, agli esordi, desiderante e impaurito verso quel mondo dell’arte che lo attraeva come una calamita e da cui al tempo stesso sarebbe voluto scappare, si fece travolgere da un’indecisione parossistica, fino a quando ebbe l’intuizione di lasciare la galleria così, vuota, con il cartello con la scritta appeso alla porta d’ingresso. 

 

D’altra parte, per chi conosce minimamente il lavoro dell’artista, questo titolo non può non suonare come provocatorio oggi: torna? Ma non si era ritirato dalle scene nel 2011? Sia chiaro: Cattelan è un provocatore, fa un sapiente uso dell’ironia e del rovesciamento per trasmettere il messaggio che intende veicolare. L’intento del film però non risulta quello di lanciare l’ennesima provocazione o di fornire indizi sul suo possibile ritorno. Quel ‘torno subito’ parla più del sentimento ambivalente di Cattelan, che desidera esserci, vuole fare parte del mondo dell’arte e affermarsi in esso come presenza, pur essendo inesorabilmente attratto dall’assenza, dalla fuga, dal nascondimento. 

 

Questa condizione liminale, non facile e combattuta, caratterizza tutta la sua vita e la sua produzione, e Maurizio Cattelan: Be Right Back lo racconta in modo chiaro seppur leggero, partendo dall’infanzia fino all’ultima, definitiva – se lo sia o meno, poco importa – mostra al Guggenheim di New York, nel 2011, quando viene una volta per tutte consacrato come uno degli artisti più importanti della nostra contemporaneità. 

 

Maurizio Cattelan, Lessico familiare, ph Zeno Zotti.


Il film si apre e si chiude in modo circolare sulla mostra del Guggenheim. In apertura, su vedute di una New York innevata (è l’inverno del 2011), si sentono voci fuoricampo che fanno considerazioni sulla sua carriera: ha raggiunto notevole successo prima dei cinquant’anni; molti pensano che non sia altro che un truffatore esuberante con del senso artistico; la sua carriera si basa su aneddoti, bugie e storie inventate; in tutto quello che fa, c’è una base di verità e ci si chiede se si ritirerà per davvero… perché Maurizio non può smettere. E poi si susseguono immagini delle sue opere più provocatorie, su tutte La nona ora (1999), la famosa statua raffigurante Papa Giovanni Paolo II schiacciato da un meteorite, liquidata – da un’altra voce fuoricampo – come ‘totalmente priva di gusto’. Mentre vediamo che Daddy, Daddy (2008), installazione venduta all’asta per una cifra vertiginosa, viene imballata dai trasportatori, ci viene raccontato che Maurizio è un tipo sfuggente, che non si apre con nessuno, che è circondato da molti ma pochi gli sono davvero vicini. In tre minuti e mezzo di film ci vengono date chiavi di lettura che ci permetteranno di andare oltre allo stereotipo di Cattelan buffone, pur senza contraddirlo. La narrazione si sposta quindi sull’infanzia padovana – cresce in una famiglia povera, frequenta poco la scuola – lasciando intuire l’immagine di un bambino non facile, quello stesso bambino che tornerà come autoritratto in molte sue opere. 

 

Maurizio Cattelan, Torno subito, 1989, ph Fausto Fabbri.


Tante sono le persone chiamate a raccontare la sua vita e la sua carriera: la sorella Giada, l’ex fidanzata Victoria Cabello, il gallerista Massimo De Carlo, la gallerista Marian Goodman, l’ex direttrice del Guggenheim Nancy Spector, amici, giornalisti, collezionisti e anche Maurizio stesso. O meglio, il suo alter ego Massimiliano Gioni, che sin dalla fine degli anni Novanta si spaccia per lui nelle interviste e in alcuni eventi istituzionali.

 

Ma al di là del dato biografico, che lasciamo scoprire allo spettatore, il film è interessantissimo per alcuni nuclei tematici che possono essere individuati al suo interno, tutti collegati tra di loro e che permettono un accesso alla figura di Cattelan al di là dello stereotipo e delle solite categorie critiche. 

La prima tematica ricorrente è quella del successo, e non a caso una considerazione sul riconoscimento ottenuto, abbiamo visto, apre proprio il film. L’artista lo raggiunge nel 1999 con La nona ora, venduta da Christie’s per 900.000 dollari, fatto che cambiò significativamente il suo rapporto con il mercato ma anche la sua popolarità, visto che quell’immagine del Papa divenne virale su ogni media. In una delle interviste che compongono il documentario, Massimo De Carlo, tra i primi galleristi a credere in lui sin dagli esordi, afferma che Cattelan ha dedicato la sua vita non all’arte, ma al successo nell’arte. È quindi un arrivista?

 

Maurizio Cattelan, La nona ora, 1999, ph Zeno Zotti.


Potrebbe essere, ma ancora una volta se si guarda più a fondo si vede un’esigenza esistenziale profonda, un bisogno di affermazione che va ben oltre al mero narcisismo. Maurizio, che faceva i lavori più umili per andarsene di casa e sostenersi da solo, nell’arte trova qualcosa per cui vale la pena vivere. Nell’ottimo libro-intervista a cura di Catherine Grenier (Maurizio Cattelan con Catherine Grenier, Un salto nel vuoto, Rizzoli, Milano 2011), l’artista dichiara: “la funzione principale dell’arte è stata quella di salvarmi e darmi una dignità che fino a quel momento non avevo” (pp. 78-79). Una delle figure ricorrenti nel ‘bestiario’ di Cattelan è quella dell’asino: così si è sentito a lungo nella vita, prima a scuola, poi nel mondo dell’arte. La paura di essere l’ultimo della classe l’ha portato a concepire nel corso degli anni operazioni con asini vivi – in Warning! Enter At Your Own Risk. Do Not Touch, Do Not Feed, No Smoking, No Photographs, No Dogs, Thank You (1994) – e tassidermizzati. Come spesso accade, la rincorsa al successo, la ricerca del riconoscimento, anche economico, è un quotidiano tentativo di allontanare il ricordo di quel bambino che a scuola falliva, è una rassicurazione, un farmaco contro l’insicurezza che si presenta comunque in ogni sfida. E allora – e siamo al secondo punto – la fuga.

 

Maurizio Cattelan, Him, 2001, ph Paolo Pellion di Persano.


Cattelan si mette in mostra ma poi fugge, fugge dalle inaugurazioni, dai musei affollati, dalle relazioni umane soffocanti. Usa la sua immagine per diversi autoritratti – e non a caso la sua prima opera è un autoritratto, Lessico familiare, del 1989 – ma poi si sceglie un alterego, Massimiliano Gioni, per rilasciare interviste, lo stesso Gioni che per più di metà del documentario parla in prima persona al suo posto. Un gioco che potrebbe essere interpretato come l’ennesima provocazione del buffone di corte, come una Supercazzola ben confezionata, non fosse per la sua estrema coerenza. Cattelan si dà in assenza sin dalle prime opere, si pensi alle lenzuola intrecciate alla finestra del Castello di Rivara (Una domenica a Rivara, 1992), al Torno subito appeso alle porte della galleria Neon, alla dichiarazione di smettere di fare arte del 2011. Che si tratti di uno stratagemma furbesco o meno poco importa, perché in ogni caso risulta efficace anche a distanza di decenni. Cattelan infatti comprende molto presto nella sua carriera che nel mondo postmoderno in cui tutto è vedibile e conoscibile, la negazione di questa accessibilità così diretta può garantirgli un grado di attenzione ancora più alto. 

 

Maurizio Cattelan, All, 2001, ph Zeno Zotti, the Solomon Guggenheim foundation New York.


Cattelan non è un giullare, è sempre stato serio su tutto, viene ripetuto più volte nel film. O meglio, a noi pare che dietro la molto sottile superficie picaresca si nasconda qualcosa di assai più complesso. Il suo è un lavoro potente, e questa potenza – e qui siamo all’ultimo e più rilevante nucleo tematico – sta nella sua capacità di rottura dell’ordinario. Nell’intervista con Grenier citata sopra, alla domanda “Come ti definiresti?” Cattelan risponde: “Sono un uomo ossessionato dall’immagine” (p. 119). In un passaggio del film Gioni-Cattelan dice di essere interessato al funzionamento delle immagini e a capire perché ci sono immagini che accettiamo, seppur cruente, e altre che invece semplicemente non digeriamo. Qual è il nostro livello di accettazione? Da questa domanda parte la sua volontà di portarle al limite per esplorarle e per far scaturire nello spettatore anestetizzato una reazione inaspettata e destabilizzante. Questa sfida ai limiti può essere sviluppata in vari modi tutti simili tra loro: ad essere messa in campo è sempre la sovversione dell’immagine socialmente accettata attraverso il ribaltamento di un simbolo culturalmente riconosciuto. Avviene ne La nona ora, per esempio, dove l’elemento dissacrante fa vacillare le certezze di ogni occidentale – difficile per altro non vedervi una freudiana uccisione del padre – così come in Hollywood (2001), dove la celebre scritta californiana viene riprodotta tale e quale sulle colline di rifiuti alla periferia di Palermo.

 

Ma anche in Daddy, Daddy (2008) – si noti, ancora una volta, il titolo – dove Pinocchio giace annegato, in Untitled (2004), i celebri ‘bambini’ impiccati in Piazza XXIV Maggio a Milano, o in Him (2001), bambino in preghiera con le fattezze di Adolf Hitler. Un tentativo efficace di ‘riattivare’ un’immagine forte, quella di Hitler per esempio, ma talmente riprodotta e nota da lasciare ormai l’osservatore indifferente. Si tratta di rinominare il mondo, far scaturire significati anche nuovi, “mettere in luce delle cose che altrimenti avresti guardato senza nemmeno vederle” (Cattelan in conversazione con Grenier, cit., p. 78).

 

Successo e presenza nell’assenza, ironia e serietà, ribaltamento e (ri)attivazione delle immagini della nostra contemporaneità. Tutti questi aspetti caratterizzano il lavoro di Cattelan sin dagli esordi e la citata mostra All al Guggenheim del 2011, con quella vertiginosa concrezione di oggetti, personaggi e animali tassidermizzati, ha reso il giusto riconoscimento al percorso di un artista che è sempre stato coerente nella sua ricerca. Che poi si sia ritirato veramente dalle scene, oppure che torni (subito), poco importa rispetto alla verità tragica che le sue opere riescono tutt’oggi a trasmetterci.

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