In fuga dalla letteratura

È in uscita il Meridiano Mondadori che raccoglie la narrativa di Gianni Celati, tutti i romanzi, larga parte dei racconti e dei taccuini di viaggio, da Comiche (1971) a Selve d’amore (2013). Un lungo saggio introduttivo di Marco Belpoliti, il miglior scritto che ho letto su Celati, che aiuta a capire la sua singolare avventura letteraria, il tentativo cioè di scappare dalla letteratura facendo della letteratura. Poi un’interessantissima biografia di Nunzia Palmieri (che insieme a Belpoliti cura il volume), cavata dalle carte Einaudi e dal fondo Celati della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, oltre che da informazioni dello stesso Celati.

 

Scappare dalla letteratura. Questa è la caratteristica inconfondibile di Celati. Ma come? Viene da dire; basterebbe non scrivere. Non è così semplice. Se un carcerato scappa, diventa un ricercato, che deve continuare a scappare. Così è stato per Celati, fin dall’inizio, da quando ha sentito la letteratura, quella circolante e premiata, come una prigione mentale, intollerabile; e allora col suo primo libro, Comiche, ha fatto qualcosa per scappare via. Questo libro, Celati racconta, è stato fatto a imitazione di un ricoverato psichiatrico di Pesaro, che, oltre a sonetti, componeva un giornale tutto scritto da lui, «Organo mazziniano dell’Ospedale Psichiatrico», scritto a penna, in bella calligrafia. Celati se lo è letto e riletto, ed è stato il germe di tutto; una fuga nel delirio verbale e immaginativo (40 anni più tardi si è messo a fare sonetti, con in mente forse i sonetti del suo mazziniano, Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna, 2010). Ammirava anche gli scritti di analfabeti, illetterati, i temi infantili, e i maccheronici, come esempi luminosi di fuga dal forbito parlare. Un suo professore del liceo leggeva ad alta voce il Baldus di Teofilo Folengo, in latino maccheronico, e l’aveva molto colpito il gusto con cui il professore leggeva questa lingua sballata e irrispettosa, una specie di fuga dalla serietà delle materie scolastiche: un altro germe che poi ha dato i sui frutti. E quindi lo scrivere non è mai stato per Celati un lavoro di volontà e costrizione, come l’Alfieri legato alla sedia, ma uno scappare via con la mente, ubbidendo all’impulso, dove e come l’impulso voleva; e quando il suo stesso modo di scrivere farneticante degli esordi rischiava di diventare maniera, cioè una gabbia in cui si era chiuso, come se la letteratura l’avesse catturato, è scappato via anche da se stesso e ha continuato successivamente sempre a scappare, provando modi sempre più liberi, taccuini di note, appunti, osservazioni di viaggio, anche camminando.

 

Questa per la verità è una costante anche della sua vita, la fuga, quando le cose si mettono male, nel senso che si chiudono e lo tengono lì, allora gli viene da scappare, non ne può fare a meno, deve essere nella sua natura; per cui: fuga dall’Università («Ho dato le dimissioni», mi è venuto a dire una mattina, 1987, «Ma di cosa campi?» «Voglio guadagnarmi il pane»), fuga dall’Italia per l’America, per la Normandia, per il Senegal; fuga dagli editori, quando incominciano a trattare un autore come un cavallo di scuderia; il suo amore per le lingue viene dalla voglia di evadere dall’italiano; il tentativo di imparare l’arabo per scappare anche dalle lingue europee, e poi il cinema, per scappare dalla scrittura. Adesso che vive in Inghilterra, le sue venute in Italia hanno sempre l’aria del fughino da scuola. Quando andava a trovare Calvino a Parigi, alla ripartenza, dice Celati, Calvino dalle scale gli gridava: ma hai una carta stradale? E inorridiva che non ce l’avesse; e questa è la differenza tra Calvino e Celati, che dopo le chiacchiere gli veniva da scappar via, con l’auto verso Londra (dove studiava) ma come se fosse un’avventura. Fa altrettanto Pinocchio, libro molto ammirato da Celati, dove la fuga è l’ossatura, la malefatta e la fuga, insieme alla disubbidienza, che ne fa il prototipo della civiltà italica, l’espressione più giusta e felice.

 

Ma è anche un tema ricorrente della narrativa di Celati, il darsi alla fuga, la soddisfazione liberatoria di correre via; corrono tanti suoi personaggi, La banda dei sospiri finisce che il protagonista scappa via in tram, altri in bicicletta, anche negli ultimi racconti del 2013. Quindi si può dire (come è stato detto) che c’è un Celati prima maniera, seconda maniera ecc.; ma anche (e forse è più giusto) che c’è un solo Celati in movimento, come fosse inseguito da se stesso, dal rischio di farsi impastoiare, ogni libro corre via dal precedente, verso territori sempre più disabitati, nel senso di percorsi solo da lui. I primi libri sembrano i meno convenzionali, perché più ostici alla lettura (li hanno detti parenti dell’avanguardia, anche se non è così, è altra la fonte mentale); invece mano a mano che i suoi libri sono diventati più leggibili, si sono sempre più allontanati dalle forme del medio romanzo. In fondo, dice Belpoliti, Celati ha sempre aspirato a qualcosa che sta prima della letteratura. In Comiche è l’ardore pazzoide che parla, il farnetico libero venato di mania di persecuzione, all’insegna della fretta, come se la vita e i fatti scappassero via e bisogna correrci dietro, senza badare alla sintassi e alla logica (il protagonista Aloysio non ha sempre lo stesso nome), anche il lettore deve correre dietro a questo accavallarsi di avventure di incerta realtà, di personaggi e di cognomi, c’è molto delle comiche accelerate del cinema muto, dove tutto finiva nel casino generale; anche il bellissimo cognome Guizzardi (Le avventure di Guizzardi, 1973) è qualcosa che guizza, difficile afferrarlo e fargli la psicanalisi. Nella La banda dei sospiri tutto è semplificato, pur restando una scrittura manchevole; è un ragazzino che parla e fa una specie di tema scolastico a puntate, sincero ma pieno di errori lessicali, per via che usa parole di cui non capisce il significato, ma sono errori che aggiungono altro significato e una diffusa comicità. La sua famiglia di cui racconta, con annessi zii e cugini, appare come una gabbia di matti, che è la verità di ogni famiglia, questo teatrino dove si recita la propria parte; e la famiglia che sembra normale, cela una pazzia ancora peggiore.

 

Luigi Ghirri, Scardovari, Strada sull’argine, 1988

 

Quando Celati scrive quel bellissimo libro che è Narratori delle pianure (1985) fatto di raccontini sentiti raccontare, sembra che tutta la materia ribollente degli altri suoi libri sia evaporata, come un gas giovanile che era diventato il suo marchio; sembra si vergogni di tutta la precedente irrequietezza verbale. Il modo di scrivere diventa lineare e semplicissimo, compresso (dice Belpoliti), ogni raccontino è un romanzo a cui è stato tolto tutto il gas romanzesco, anzi, tutta l’acqua che lo diluisce, resta qualcosa di asciutto, esemplarità memorabile da referto, e rispetto all’epoca prima è quasi un atto di contrizione, o meglio una fuga per non somigliare a se stesso e restarci preso. Ma ancora è la ricerca di qualcosa che sta prima della letteratura: il sentito dire, quei racconti correnti di vite ristrette in poche parole che ne dicono l’essenza, un po’ comiche un po’ malinconiche, piccoli miracoli che brillano, e che danno sollievo.

 

Quando un posto comincia a somigliarti, lascialo (Gide, Nourritures terrestres); e così anche questa prosa Celati l’ha lasciata. Ha incominciato a preferire le forme del taccuino, con note prese camminando, nelle soste, osservazioni del mondo esterno; è fatto così Avventure in Africa (2001), appunti, tentando di fare con la scrittura quello che faceva l’amico fotografo Luigi Ghirri, col quale girovagava, uno scrivendo, l’altro fotografando il mondo già tutto lì in posa per essere detto e fotografato. Una notte di capodanno ha preso un treno (me l’ha raccontato), è arrivato a Reggio Emilia, forse era il 1990, con una biro e un taccuino, e si è messo a girare per la periferia, voleva scrivere tutto quello che gli appariva, pari pari, nulla di più. Non ho mai saputo poi com’è andata. In Africa voleva registrare il semplice passare del tempo, Passar la vita a Diol Kadd (2011, diari del 2003-2006), «con immagini di tutte le ore del giorno, finché viene la sera»; non è più questione di avventure o di casi esemplari, ma di quello che resta fuori dalle narrazioni, il passare del tempo come in una sala d’aspetto, che è la vita umana.

 

Un classico Celati? Beh, la parola classico è molto ingombrante, ci sono di mezzo i secoli; e poi suggerisce l’idea del trombone, cosa da cui Celati è sempre stato lontanissimo. Certo un Meridiano è sempre qualcosa di santificante, diciamo che mette i contemporanei in odore di classicità. Se vale come lode ben venga. Celati è stato un autore decisivo, dice giustamente Belpoliti, figura di riferimento, anche se non appartenente all’esercito regolare delle lettere patrie. Non si è mai atteggiato a maestro, a caposcuola, capo corrente; però ha tirato tanti giovani autori verso la letteratura; con l’esempio, di un’attività leggermente ascetica, più che di una professione. Belpoliti la chiama etica; sì, scrivere come atto di devozione; così lontana dalla figura dello scrittore televisivo, con opinioni su tutto, con intemperanze spettacolari o lo spettacolo della coscienza civile, tutti grilli parlanti, che Pinocchio schiaccerebbe col martello sul muro televisivo.

 

Questo articolo è comparso su Il Sole 24 Ore Domenica: l'archivio è visitabile gratuitamente ancora per una settimana.

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