Michael Ackerman. Watermark

Le immagini di Michael Ackerman esposte alla Leica Galerie sembrano le pagine di un album, una mappa silenziosa. Ricordano l’atlante di Aby Warburg, sono istantanee di “forme” del pathos. Molte non hanno cornice, stanno semplicemente sospese. È lo sguardo dello spettatore che deve generare un riquadro, che cerca, nel loro silenzio, nello spazio indefinito in cui si perdono, di creare una narrazione che le tenga legate. Alcune sono puntate con degli spilli, altre disposte intorno a un’immagine centrale, da cui si parte e a cui si torna dopo aver percorso un cerchio con lo sguardo, come quando si ruota la testa, la si muove, e ad occhi chiusi si cerca di ricordare qualcosa che in quel momento sembra perdersi in un tempo fuori dal tempo stesso. 

 

Forse Michael Ackerman vuole suggerire proprio questo: che lo sguardo si perda nelle forme, che il disorientamento sia la condizione ideale in cui ogni sguardo può davvero incontrare la propria forma. O forse è anche paradossalmente il tentativo di narrare la forma stessa del disorientamento, la possibilità di perdersi in uno spazio dentro la propria esistenza, poiché qui l’immagine fotografica riesce davvero a possedere un’esistenza a sé, che conduce a una visione dove il tempo, come lo spazio, non è lineare. “È un’interruzione nel corso naturale delle cose” racconta il fotografo, “e modifica l’esperienza. Addirittura ti scollega, ti allontana. O forse ti fa vivere l’esperienza più profondamente”. E il titolo lo fa intuire. 

 

 

“Watermark” significa segno lasciato dall’acqua. Corrisponde a ciò che non è “a fuoco”, a ciò che è labile, fluido, evanescente, una presenza eterea che talvolta pare incorporea. Potrebbe essere la scia che attraversa una sequenza di quattro immagini con una bimba che abbraccia la madre, la luce che scivola sul viso di una bambina sdraiata sul letto, l’insieme di cerchi concentrici generati dal corpo della stessa bambina, che si immerge in uno specchio d’acqua avvolta dalla luce. 

 

E cosa significa? La natura “fluida della verità”, ovvero che la realtà può essere ellittica, errante, oscillante. Un universo in grado di eludere le aspettative dell’interpretazione, delle sue griglie rigide, ma nello stesso tempo suscitare il desiderio di decifrare ciò che appare in tutta la sua inafferrabilità e leggerezza, come se queste immagini fossero costituite da pochi versi poetici, che trasmettono vulnerabilità e passione. 

E come riesce il fotografo a generare questo paradosso? Attraverso un’azione che riflette l’essenza stessa del medium fotografico: mostrare più che narrare ciò che resta di quello che viviamo, ciò che scompare e rimane solo nelle forme immateriali della memoria: l’idea di assenza. “Volevo eliminare il contesto, ottenere un certo tipo di vuoto” rivela il fotografo, “volevo sfuggire alle trappole della realtà, senza perdere il legame con il reale. Secondo me la fotografia è inscindibile dall’assenza. È da qui che nasce il bisogno di afferrare ciò che non hai”. 

 


E “ciò che non hai” è tutto ciò che sta dinnanzi agli occhi di chi guarda ed è difficile da capire. Per questo il passo successivo è quello di entrare nelle immagini come se fossero stanze e lasciarsi avvolgere dal loro vuoto, da quello che Genet, ricorda il fotografo, definiva “l’impossibile nulla” e che Ackerman chiama la “purezza impossibile”. È questo il mistero delle sue immagini: alleggerire le forme, permettere che qualcosa di indefinito circoli in esse, riuscire a guardare dentro ciò che è ignoto, come accade per la forma del frammento, che indica gli spazi e i silenzi tra le cose.

 

Ogni soggetto pare che abbia bisogno di essere portato oltre, di spingersi lontano dalla realtà, tanto che paradossalmente quest’ultima si spinge oltre se stessa. Così nello spazio espositivo non sorprende di trovare, accostate ad altre immagini, i volti di Anna Frank e del fotografo Robert Frank, come frammenti di esistenza, di ricordi di esperienza, che convivono accanto a tutti gli altri. E nonostante questo sembra che per Ackerman sia fondamentale creare il vuoto, per far scomparire gli stereotipi e per portare ciò che si guarda a una nudità che permetta di aprire lo spazio a qualcosa d’altro e consenta di assumere su di sé, trasformare in esperienza personale, ciò che appare nelle sue immagini, come accade in altre sue opere.

 

Michael Ackerman nasce a Tel Aviv nel 1967. Nel 1974 emigra a New York. Tra il 1993 e il 1997 viaggia spesso in India e le fotografie qui scattate sono oggetto del suo primo libro End Time City (Delpire, 1999), che ottiene il Prix Nadar. Nel 1998 gli viene conferito il prestigioso “Infinity Award for Young Photographer” dall’Icp di New York. Da allora ha esposto in numerose città, sia in Europa sia negli Stati Uniti.

 

 

Le immagini racchiuse nel suo libro Half Life mostrano New York, L'Avana, Berlino, Napoli, Parigi. Nel 1998 viaggia attraverso la Polonia dove si trasferisce per brevi periodi dell’anno fotografando Cracovia, Auschwitz, Varsavia e Katowice, ma i luoghi non sono riconoscibili. Nel 2000 le fotografie tratte dal suo lavoro Smoke, scattate a Cabbagetown, alla periferia di Atlanta, vengono utilizzate nel film di Jem Cohen e Peter Sillen intitolato Benjamin Smoke, dedicato a Benjamin, voce solista dell’omonimo gruppo Smoke. 

 

Così il segno dell’acqua sta ovunque, e il suo mistero, sempre sul punto di scomparire come le apparizioni, si sposta insieme al nostro sguardo: cade nell’immagine, si sovrappone ad essa, diviene l’immagine stessa, apre una breccia nella continuità delle cose. E infine fa in modo che ciascuno di noi si chieda ciò che ci attira maggiormente: la volontà di sapere o il desiderio di credere e abbandonarsi alle immagini che abbiamo di fronte ai nostri occhi? Una cosa è certa: le fotografie di Ackerman “restano, resistono, esistono”. E disorientano. 

 

Mostra: “Watermark” di Michael Ackerman, a cura di Claudio Composti, Leica Galerie & Store Milano, Via Giuseppe Mengoni, 4 in collaborazione con mc2gallery, dal 25 Luglio 2017 al 16 Settembre 2017. 

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