Michel Serres. Pollicina ci salverà dal populismo

All’età di 88 anni, Michel Serres è una delle voci più singolari, eterodosse e profetiche del panorama filosofico europeo, che si è contraddistinto, negli anni Sessanta del secolo scorso, per aver annunciato l’avvento della società della comunicazione al posto della società della produzione, e, agli inizi del nostro secolo, per averci reso coscienti che solo da un cinquantennio ci siamo lasciati alle spalle il Neolitico, con la “fine” del mondo rurale e contadino, immettendoci nel solco di una nuova e incipiente metamorfosi dell’umano, che già sta rendendo l’Homo sapiens contemporaneo un genere di animale molto differente se paragonato ai suoi antenati. Improvvisamente sono apparsi uomini che non si sentono più attaccati a questa o quella comunità, conoscono poco il dolore e la sofferenza fisica, godono di un benessere mai conosciuto prima, controllano la nascita e in parte la morte, possono modificare geneticamente i propri alimenti, vivere liberamente la sessualità, ridurre drasticamente il lavoro umano necessario alla produzione e così via. Insomma, una nuova condizione umana che consiste nella condizione di poter cambiare la propria condizione.

 

E, da alcuni anni, Serres, il vegliardo, ha puntato benevolmente gli occhi e l’attenzione sui nativi digitali, i millennials, da lui ribattezzati “Pollicini” per l’uso del pollice incollato allo smartphone, facendone un ritratto appassionato e pieno di ammirazione, prima in una comunicazione nel 2011 sulle sfide future dell’educazione all’Accademia di Francia, di cui è membro, poi, l’anno seguente, nel volumetto di successo Petite-Poucette (trad. it., Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere, Bollati Boringhieri, Torino 2013). Serres presenta questi ragazzi come gli embrioni della mutazione antropologica avviata da poco o come un’avanguardia sociale, silenziosa ma in marcia, laddove i vegliardi post-heideggeriani vi vedono magari gli ultimi barbari di un’umanità che si inabissa nell’età della tecnica e nell’oblio dell’Essere.

 

Ultimi nella galleria dei personaggi concettuali che Michel Serres ha sempre creato per incarnarvi le trasformazioni del mondo e le metamorfosi della condizione umana (ricordiamo, tra i precedenti, Ermes o il Terzo-Istruito), Pollicina e Pollicino non erigono barricate, non occupano le università, ma sono l’armata pacifica dell’ultima rivoluzione “dolce” della storia dell’umanità, quella di Internet, con la quale, ad esempio, hanno definitivamente dato il congedo alla figura del docente che sciorinava un fiume di informazioni e date ex cathedra, nel silenzio religioso dell’aula che lo ascoltava. Sì, perché per Serres le rivoluzioni “dolci” sono state più importanti e foriere di cambiamenti sociali e culturali delle rivoluzioni del “duro” (dalla pietra tagliata al bronzo alla rivoluzione industriale). 

 

Dall’ammirazione alla protezione: è questo il passaggio che il filosofo francese compie nei confronti delle nuove generazioni, che ormai non si limitano a “usare” il computer, ma vivono all’interno dell’universo digitale, con il suo ultimo pamphlet, da poco tempo edito in Italia col titolo: Contro i bei tempi andati, che ribalta quello ironico originale: C’était mieux avant!, sempre da Bollati Boringhieri. Proteggerli da chi? Semplice, dal suo contraltare, il “Vecchio Brontolone”, e dalla sua ronzante litania del “si stava meglio quando si stava peggio”, dal suo mettere all’indice una generazione che presume impoverita emotivamente dal diluvio delle informazioni e in balìa di oscuri e perversi strateghi del web marketing, dal suo tentativo goffo di demoralizzare proprio quei Pollicini che, arrabattandosi tra stage e lavori flessibili di ogni genere, pagano la sua pensione. La buona novella che Michel Serres consegna a Pollicina e ai suoi compagni è che, al contrario, non abbiamo mai vissuto in un mondo migliore di questo: la vita media incredibilmente allungata, il controllo sanitario e la qualità del cibo, il sollievo quotidiano che danno gli antidolorifici, l’igiene e le cure palliative, l’assenza del servizio di leva obbligatorio e la scomparsa quasi totale della pena di morte, la riduzione dell’orario di lavoro, le macchine che si sono sostituite alla fatica dei corpi, la facilità di comunicare e viaggiare, la sensibilità ecologica per l’impatto ambientale delle attività produttive e per la tutela della biodiversità.

 

E, soprattutto: la pace, che da settant’anni c’è in Europa. Cosa dovremmo rimpiangere, allora? L’epoca di feroci dittatori come Stalin, Mussolini, Hitler; le schiene rotte nei campi; le fatiche immani delle donne tra casa e campagna; la mortalità infantile elevata; il tabù del sesso; le morti frequenti e improvvise per infezioni in assenza della penicillina; il flagello della poliomelite, che non risparmiò nemmeno uno dei Presidenti degli Stati Uniti d’America…? Ecco, che brontoli pure Vecchio Brontolone! Non vale la pena che Pollicina distolga la sua attenzione dallo smartphone per ascoltare la sua poco plausibile apologia del passato, seppure il suo lamento sul tempo andato in cui c’era più prossimità e calore nei rapporti umani merita attenzione, dal momento che lo spettro della solitudine e delle folle solitarie si allunga in una società dove si perdono i vecchi modi di “vivere insieme”, i vecchi noi, e stentano a generarsi i nuovi.

E cosa dire della tentazione populista, che imperversa in gradi e forme diverse da un capo all’altro del mondo, con i variegati e rimodulati accenti neoautoritari, reazionari, razzisti, xenofobi, sovranisti, antieuropeisti, isolazionisti, antiecologisti, che sembra sedurre proprio quel Vecchio brontolone, che i trend demografici negativi nei Paesi ricchi hanno reso una parte significativa e incisiva degli elettorati nazionali (come ha dimostrato il referendum sulla Brexit)?

 

Riuscirà il Vecchio Brontolone, in questo caso, a trascinare con sé Pollicina e compagni? Può affascinare Pollicina l’evocare il popolo messo in opposizione alle élites o agli immigrati o a entrambi e questo strisciante svalorizzare i valori e le istituzioni della democrazia liberale? Sarà entusiasta di ripetere slogan come “prima gli italiani!”, “prima i francesi!”? Raccoglierà l’appello a ritrovare ancestrali identità? Qui, Serres sfodera ancora il suo ottimismo e ci presenta i giovani nativi digitali con solidi anticorpi che lo immunizzano di fronte alla tentazione populista e, soprattutto, con caratteri etici e antropologici refrattari ad essa, come aveva già fatto in Petite-Poucette. Immersi e interconnessi quotidianamente nei social network, Pollicina e compagni abbandonano le rive paludose dell’appartenenza “nazionale”, un tempo veicolo di razzismo, etnocentrismo, fanatismo, e veleggiano tranquilli verso un ideale interculturale di cittadinanza globale. I viaggi, gli Erasmus, le borse di studio internazionali, gli sms e le chat quotidiane con gli amici di ogni angolo del mondo, li rendono intolleranti all’intolleranza. “Sangue” e “suolo” sempre più appaiono improponibili come coagulanti sociali e ripugnano loro per le catastrofi morali e umane che hanno prodotto nella storia.

 

Il virtuale annulla il contatto diretto, “carne e ossa”, ma evita il carnaio. Non solo sarà sempre meno seducente alla moltitudine di Pollicine e Pollicini l’affiliazione a entità omogenee, compatte ed esclusive, o a feticci come il “popolo”, ma, soprattutto, è la rappresentazione della base contro il vertice, del popolo contro un “alto” o un “esterno” che lo minaccerebbero che Serres vede inefficace, obsoleta, oppure effimera nell’era dei nuovi social media, dove gli utenti sono emittenti e riceventi e non solo riceventi, come nell’epoca (risalente a pochi decenni fa) dei mass media. I libertari, con Pollicina in testa, vinceranno su vecchi e nuovi autoritari e amanti delle gerarchie. Con la diffusione dei social media piano piano sarà erosa la struttura asimmetrica e piramidale del potere, esemplificata da Serres con la metafora della “Tour Eiffel”, certo non distruggendo, ma obbligando anche le democrazie rappresentative a reinventare i propri dispositivi istituzionali. Conclude il filosofo francese: “La base della Tour Eiffel ha la stessa dignità del vertice, il quale scomparirà, lo speriamo tutti. Per fortuna non ne costruiremo più di simili. Non penseremo più le nostre relazioni né la società in quel modo. Non crediamo più a questa politica antiquata né a queste vecchie istituzioni, così statiche che la loro struttura formale, dalle piramidi d’Egitto alla Tour Eiffel, è rimasta immutata, tirannica anche se camuffata da repubblica. Avanza la democrazia; o meglio nascerà?”

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