Milo De Angelis. Qualcosa di urgente

Il primo libro di Milo De Angelis, Somiglianze, esce nel 1976 (lo stesso anno della nascita del punk, per intenderci, e del quasi-sorpasso del Partito Comunista alle elezioni politiche). La scena della poesia italiana di quegli anni – con la presenza ancora attiva di alcuni grandi del Novecento, da Caproni a Sereni a Zanzotto – vede la sostanziale egemonia della neoavanguardia degli anni ’60, mentre si affacciano le più svariate forme di sperimentazione (cfr. l’antologia Poesia degli anni Settanta, a cura di Antonio Porta, 1979). In poesia come in musica, e nelle altre arti, “trasgressione” e “creatività” sono quasi obbligatorie. L’Italia, come sappiamo, sta attraversando un periodo di grande fermento sociale e politico, un lungo post-Sessantotto pieno di speranze e di violenze, che investe anche il dibattito culturale e artistico.

 

 

De Angelis, che ha venticinque anni ed è nato e vissuto a Milano, dovrebbe in teoria condividere –in un modo o nell’altro, almeno in parte – le esperienze politiche e culturali della sua generazione; invece, spunta sulla scena come se piovesse direttamente dall’Elicona. Mentre i suoi coetanei stanno sulle barricate o vanno ai concerti rock, lui appende silenziosamente alla bacheca dell’Università Statale un foglietto: “Cerchiamo qualcuno che ami la poesia”. La sua totale refrattarietà alla politica (comprese le varianti anarcoidi, esotizzanti, psichedeliche) è a dir poco insolita, in quel contesto; altrettanto insolita è la dedizione assoluta alla Poesia. In anni in cui distacco, ironia, gioco letterario e bricolage intellettuale spadroneggiano, il giovane Milo sembra prendere la Poesia terribilmente sul serio anche sul piano esistenziale. La sua serietà è quella scontrosa, stralunata e imbronciata di certi adolescenti (l’adolescenza –insieme al gesto atletico – è uno dei motivi riconosciuti della sua scrittura).

 

Un testo da Somiglianze, "Essere trovati":

 

Se uno ha visto

vuole tornare con ciò che è regalato nella storia

quando l’acqua in segreto diceva

che ci sarà una grande gioia all’inizio:

l’infanzia è più tardi

è quasi al termine, è la stanchezza della mammella

già piena d’ira e di calcolo

su quello che può dare.

 

Testo oscuro, certo. Nessuna sorpresa, per i lettori di versi. Ma l’oscurità di De Angelis non è quella – già nota – dei surrealisti, degli ermetici, o dei giocolieri del significante suoi contemporanei. Qualcuno ha parlato di orfismo, ma anche questa etichetta dice poco. Ciò che caratterizza la scrittura di De Angelis dagli inizi a oggi è –mi pare – la plausibilità linguistica, la compattezza sintattica che stringe in un’enunciazione perentoria, in un solo respiro, le più divaganti sciabolate di senso, le asserzioni e le notizie più arbitrarie e sibilline, tutta la spaesante entropia testuale. Il suo è un tono oracolare, sapienziale, un drastico prendere-o-lasciare che sfida il lettore e le sue attese; ma sempre senza sgroppate, senza sussulti, come se si riferisse a cose già note, anzi lampanti. 

 

È l’autore stesso, in un intervento del 2016 (“Cosa è la poesia”) compreso nel volume dello Specchio, a fornirci l’immagine forse più illuminante del suo stile, facendone risalire le radici addirittura all’infanzia:

 

Fin da bambino non riuscivo a raccontare la mia vita. Anzi, non riuscivo in assoluto a raccontare. Se mi chiedevano quello che mi era successo il giorno prima, non sapevo da che parte cominciare. Emergeva solo qualche spezzone separato dal resto. Chi mi ascoltava, perplesso, non coglieva una storia, una connessione di eventi, un qualsiasi ritmo narrativo. C’erano solo spezzoni e brandelli che non entravano in sintonia. Oppure c’era una scena su cui mi fermavo troppo, con accanimento, con un pathos ardente e fuori luogo. Come in certi film gialli, fissavo la mia telecamera su un dettaglio, rimanevo fermo lì, creavo uno stato di allarme. Chi mi ascoltava finiva per perdere il filo, oppure per esasperarsi. Sentiva una tensione, un accento drammatico anche sincero, che però non trovava il suo sbocco. Avvertiva qualcosa di urgente, qualcosa che stava per precipitare, il senso di un’imminenza cruciale, di un evento decisivo. Ma l’evento, sul più bello, scompariva. Piombava il silenzio.

 

 

A differenza di tante “sperimentazioni” ad essa contemporanee, la scrittura di De Angelis ha l’aria di nascere appunto, più che da una poetica data o da un progetto stilistico, da quel “qualcosa di urgente”, da quella “imminenza cruciale” che – secondo il suo stesso racconto – occupa l’autore fin da bambino. In un tempo di intellettualismi e di programmi, questa poesia si esibisce senza schermi come manìa in senso greco. Sacra ossessione. In lei, “spezzoni” e “brandelli” (per citare ancora la rievocazione fatta dall’autore) eludono ogni possibile “sintonia”; lo “stato di allarme” che si genera è un po’ il suo  “contenuto” di fondo.

 

Al pari dell’opera, anche il personaggio-poeta si discosta nettamente dall’immagine allora predominante. In un ambiente culturale manieroso, accorto e garbatamente disincantato, De Angelis incarna senza remore il mito del poeta “per natura”, incandescente, inafferrabile, lontanissimo da ogni creanza letteraria. Il suo invasamento è totale, estremo; la sua estraneità quasi inquietante. Più ancora che a Rimbaud, a me ha sempre fatto pensare al ritratto che Camillo Sbarbaro fa di un altro poeta “assoluto” del nostro Novecento, Dino Campana, autore dei Canti orfici (che “si portava addosso come un certificato di nascita”): “Un disagio nasceva intorno a lui –scrive Sbarbaro – come potesse di punto in bianco, sventatamente, cavar di tasca qualcosa d’insanguinato”.

 

Da subito, l’autore di Somiglianze diventa Milo (così lo chiama, fuori da ogni costume accademico, anche il critico Stefano Verdino nella sua Postfazione al volume mondadoriano). Montale è Montale, Fortini è Fortini; De Angelis è Milo. Attorno al suo carisma, e alla rivista “Niebo” da lui fondata nel 1977, si crea un circolo ristretto, quasi esoterico; non una conventicola letteraria come tante: una sorta di fratellanza sotterranea dedita al culto della Poesia (si tratta, che io sappia, di un fenomeno senza precedenti in Italia: per trovare qualcosa di simile bisogna spostarsi in Germania, risalire al Kreis nato tra Otto e Novecento intorno a Stefan George).

 

Nelle foto dei primi anni ‘80 (penso a quelle apparse sulla rivista Poesia) Milo è magrissimo, smunto, allucinato. Le sue pubbliche apparizioni hanno ben poco di pubblico: senza mai alzare gli occhi sull’uditorio mormora nel microfono, monologando, quasi allarmato dalla volgarità di ogni “comunicazione”, come se ogni sparuta platea fosse ammorbata di pubblicità

Millimetri (1983) porta all’estremo le premesse di Somiglianze. Leggiamo un testo molto citato soprattutto nel finale, "La goccia pronta per il mappamondo":

 

La goccia pronta per il mappamondo

e per i più sconosciuti

nomi di ventura

ha raggiunto finalmente una scorciatoia

a colpi di lima

ha appoggiato il bicchiere

su un solo dito, fratello

della prima volta. Tutto

il campo, con le

sue biciclette sepolte, sguizza

parole di ventriloquo:

metà alla vittoria, metà

all’erba in trappola.

 

In noi giungerà l’universo,

quel silenzio frontale dove eravamo

già stati.

 

I due testi che abbiamo riportato forniscono un’immagine unilaterale della poesia di De Angelis: quella che rimanda a una dimensione ulteriore, sovrastorica, totalmente separata dalla realtà di ogni giorno. Caratteristico del suo modo di procedere è invece il riferimento puntuale a luoghi e tempi condivisi, che fa da controcanto alla verticalità lirica, la strania e la potenzia. Ed ecco emergere dal flusso accecante dell’arcano senza tempo “la promessa del 1961”, il “novembre del 1975”, il 1990. Ecco una costellazione di toponimi (Via Crescenzago, Via Rosales, Via Prospero Finzi, Via Boscovich, Via Stradella) o di spazi pubblici ben noti ai milanesi (il Saini, il Giuriati, l’Idroscalo, la stazione di Lambrate). Un fitto terra-terra, che s’illumina di leggenda.

 

Un altro effetto di controcanto al lirismo frontale risulta dall’uso ricorrente dei dialoghi, che conferiscono ad alcuni testi un carattere quasi teatrale. I dialoghi di De Angelis possono ricordare alla lontana certo Sereni; ma –più che un contrasto di punti di vista – quello tra i suoi personaggi suona spesso come un’ordalia. Uomini e donne carichi di inquietudine e di strazio, terribilmente sapienti e disperati, si gettano in faccia brandelli di senso. “C’è un confine impercettibile tra il tuo lamento/ e il tuo crimine”; “Sta’ zitto, tu parli solo per dimenticare”; “Oh se tu capissi:/ chi soffre/ chi soffre non è profondo”; “Quando uscirai, quando non avrai/ alternative? Non aggrapparti, accetta/ accetta/ di perdere qualcosa”.

 

Chiamarli dialoghi, in effetti, è improprio: non si tratta di confronti dialettici, tesi classicamente ad approdare –in prospettiva – a una verità condivisa. La verità, qui, dilegua e si sottrae penosamente ad ogni passo; è inattingibile, eppure continua a bruciare come una ferita infetta. Ogni personaggio brancola verso il definitivo e l’indicibile, rinfacciando all’altro il suo non-sapere, senza che mai si giunga a uno scioglimento, a una pacificazione. Non ci sono opinioni, argomentazioni contrapposte: solo l’urgenza vuota di qualcosa che è in gioco.

 

È notevole che nella poesia di De Angelis questo gioco arrischiato col sapere e con la verità si tenga lontano dalla filosofia propriamente detta, nonché da ogni forma di ideologizzazione. In lui niente “pensiero poetante”, niente puntelli e allusioni culturali, niente heideggerismi bataillismi o lacanismi: lo smarrimento vitale è nudo, inerme, inchiodato a un campo sportivo, a un ospedale, a un marciapiede di via Ripamonti, al bar-tabacchi protetto da due tende blu nell’immagine in copertina al precedente volume riassuntivo (Poesie, Oscar Mondadori, 2008).

 

 

Questo nuovo libro, che raccoglie quelli pubblicati dal 1976 a oggi (Somiglianze, Millimetri, Terra del viso, Distante un padre, Biografia sommaria, Tema dell’addio, Quell’andarsene nel buio dei cortili, fino al recente Incontri e agguati) comprende anche un prezioso inedito, risalente agli anni dal 1969 al 1973. In queste pagine giovanili, recuperate grazie alla sollecitudine dell’amico Angelo Lumelli, fa un certo effetto scoprire che, fin dai diciott’anni, Milo era Milo. La sua poesia, che è stata e resta tra le più originali e tra le più influenti degli ultimi anni, ha saputo difendersi dai numerosi epigoni (come per la Settimana Enigmistica, di De Angelis si potrebbe dire che “vanta 12.755 tentativi di imitazione”) e persino da se stessa, dalla tentazione di ripetersi, di farsi il verso. Milo è sfuggente elusivo inafferrabile ma è lì, sempre lì fin da ragazzo, fin da bambino, con il suo “accanimento”, con il suo “pathos ardente e fuori luogo”.

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