Mostre tra Parigi e Berlino

A Parigi, nelle continue minacce di attentati, i musei sono guardati a vista. Dappertutto, compare l’etichetta minacciosa del servizio Vigipirate, che da sistema antitaccheggio, è divenuto deterrente antiterrorismo. La stagione delle mostre parigine guarda a Oriente, dal mondo arabo alla Cina, al Giappone, come proponendo un’affascinante ricognizione nei nostri concetti di esotismo, così come essi stanno mutando nel mondo in cui la Cina ha sempre maggiore potere economico e politico, e gli emiri del Golfo finanziano esposizioni in tutto il mondo intorno all’eredità islamica nei suoi molteplici aspetti. Al Musée Maillol compare Foujita, magnifico pittore di eroticissimi nudi, e di non meno allusivi gatti, di tutte le taglie e dimensioni, che sono in braccio all’artista.

 

Noto per il suo comportamento eccentrico e trasgressivo (a certe sue gesta allude il personaggio di Bertram Stone nel film The Moderns di Alan Rudolph, dove il ruolo era interpretato da un magnetico John Lone), si incide come uno dei protagonisti delle années folles, anche per il notevole impegno profuso per definire un personaggio eccentrico, come dichiarano i magnifici ritratti fotografici firmati da Istvan Kertesz. Abile a modulare il proprio linguaggio espressivo con le necessità decorative dell’Art Dèco, venne catturato dallo spleen, con la sua compagna decise perciò di trasferirsi in Sud America, ed alla fine tornò in Giappone, dove il governo lo usò per tele di propaganda, sulla gloria dell’esercito giapponese, che non sono presenti in mostra. In bicicletta andando verso il Quai Branly, i soldati si moltiplicano e specialmente quando si arriva in vista della Torre Eiffel, presidiatissima, mentre lo chef Ducasse cerca il sostegno del suo amico Macron, per tenere la prestigiosa location, che spregiosamente è stata data a un marchio non stellato.

 

 

Tra gli alti lai del cuciniere, si accede alla notevolissima esposizione Enfers et Fantộmes d’Asie, memorabile esposizione su inferni e spettri, tra Buddismo e altre religioni. Spettri inquieti, demoni infernali, giudici dell’averno burocratici e maligni, vanno in scena nel cinema dei demoni, dove va in onda un estratto del cattivissimo Narok (ossia inferno) dei tre cineasti thai Jitnukul, Praditsarn e Thamnitayakul. Al piano di sopra si passa a vicende di blues con una mostra biografica dedicata al paradossale destino di Paul Robeson, cantante blues, attore, comunista dichiarato, che a lungo ebbe notevoli problemi nel suo paese natale, gli Stati Uniti.

 

Il filo orientale continua al vicino Musée Guimet, dove Mata Hari, per il titillamento dell’élite parigina iniziò la sua strepitosa carriera, dove è in scena Le monde vu d’Asie, capziosa rassegna di immagini (e in specie di magnifiche carte geografiche), in cui si assiste al mondo visto dall’Asia, tra pregiudizi, stereotipi e folgoranti invenzioni. Altrettanto notevole la mostra all’Institut du Monde Arabe dedicata al Canale di Suez, di cui si indagano nelle mille pieghe l’impatto nella vita egiziana ed europea, con non pochi legami con l’Italia, perfettamente incarnati dalla commissione a Giuseppe Verdi per Aida, che clamorosamente aprì la sua fortunata carriera al Teatro Khediviale del Cairo nel 1871: soldi e sogni si sono saldamente intrecciati nella creazione di questa colossale opera, che è costata molte vite umane. Poi, arrivati al crepuscolo, resta solo di prendere la bicicletta, per andare, tra vari controlli alle Bassin de la Villette, dove si può giocare a Seurat, facendo il bagno nelle grandi piscine a bordo Senna. Poi, di controllo in controllo, è il momento di andare a Berlino, dove la tappa principale è la notevole Wanderlust, alla Alte Pinakothek. Una riflessione polifonica sulla Wanderung polifonica, dove nel cuore del dispositivo è una presenza fortissima di Caspar David Friedrich, senza scordare la presenza inquietante di Heinz Thoma.

 

Una ricognizione articolata in area tedesco-francese, con alcune presenze importanti dal mondo anglosassone.  Come una scena dell’acclamata serie Babylon Berlin, si impone all’attenzione Jeanne Mammen alla Berlinische Galerie, maestra di un realismo acido negli anni ’20 berlinesi, poi censuratissima dai nazisti e mai tornata dopo la guerra alla stessa felicità del ritratto di Valeska Gert, regina del cabaret di Weimar poi immortalata come guru ermafrodito da Federico Fellini in Giulietta degli spiriti. Infine, un altro paio di pedalate, e per concludere, prima del consueto low cost da una affollatissimo aeroporto di Schonefeld, l’incantevole Oh, yeah!, al Museo delle Poste e Telecomunicazioni, ossia una immersione nel pop alla tedesca, dagli anni ’20 ad oggi, con video, musiche e racconti.

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