Napoli Teatro Festival

Un’occasione sprecata? (Francesca Saturnino)

 

Qualche giorno fa mi è capitato un incontro particolare. Tornavo con amici dal “dopo festival” del Napoli Teatro Festival, una serie di concerti serali negli splendidi giardini di Palazzo Reale. Tra via Toledo e Piazza Trieste e Trento, tanti ragazzini dei Quartieri Spagnoli – massimo quindici anni a testa – in due o tre per ogni motorino facevano sempre lo tratto di strada e tornavano indietro. Curiosi, ci siamo messi a chiacchierare con alcune ragazze della giovane paranza: ci hanno spiegato che si trattava della moderna evoluzione dell’antichissima forma di struscio serale con tanto di corteggiamento/scelta del rispettivo partner tramite “guardata” durante quei giri in motore. Ci hanno chiesto da dove venivamo e perché eravamo lì: così è venuto fuori il teatro. Ecco che compare Chicca, la più grandicella che gestisce un centro estetico in zona: alla parola teatro si è letteralmente illuminata. Ci ha raccontato di aver fatto, a un certo punto nella sua giovanissima vita, un laboratorio e che quest’esperienza non se la scorda più. Se potesse, ci ha detto, ne vorrebbe “ancora”. 

 

Laboratorio Food Distribution della guerra e del turismo, di Scognamiglio e Ciprì.


Mentre scrivo, anche quest’anno il Napoli Teatro Festival prosegue con la sua batteria di spettacoli, letture, concerti, mostre: oltre un mese fittissimo di appuntamenti che solo per orientarcisi servirebbe una guida a parte. Nel solco inaugurato lo scorso anno dal (ennesimo) neo direttore Ruggero Cappuccio, i biglietti per gli spettacoli hanno prezzi davvero popolari: questo permette una fruizione più che democratica della rassegna. Ma, prezzi dei biglietti a parte, nella calda estate dei festival che da nord a sud attraversa tutta la penisola, non c’è un motivo per cui il festival partenopeo, quest’anno alla sua undicesima edizione, emerge tra gli altri, se non che si tratta di una delle rassegne con fondi pubblici più sostanziosi d’Italia. Ideato su esempio dei grandi festival europei come Edimburgo o Avignone, nelle edizioni precedenti, soprattutto le prime, il festival invadeva la città: incursioni di teatro in strada, spettacoli in luoghi non canonici, del centro o delle cosiddette periferie. Primo tra tutti il Real Albergo dei Poveri, un posto enorme, abbandonato, nel cuore della città, il Museo delle locomotive di Pietrarsa a San Giovanni a Teduccio, l’ex Birrificio Peroni a Miano e poi il Porto, il Castel Sant’Elmo. Oggi il festival si è sostanzialmente rinchiuso nei (caldissimi) teatri dove andiamo tutto l’anno, dislocati in varie zone, senza un reale centro aggregante che ogni festival dovrebbe avere. 

 

Questo è un peccato in una città come Napoli che proprio sugli spazi partecipati, «liberati» e restituiti all’«uso civico» attraverso l’arte – penso all’Asilo, lo Scugnizzo, l’ex Opg, Santa Fede e tanti altri – avrebbe molto da offrire e da dire. Perché non usare i fondi del festival per avviare interventi strutturali con ricadute in città anche dopo il periodo del festival stesso? Come manca un centro fisico, allo stesso modo questa rassegna non ha un fuoco che lo alimenti. Basta guardare il programma, diviso in anacronistiche «sezioni»: molti – troppi – napoletani, qualche guizzo nazionale e una scelta esigua e non troppo soddisfacente di lavori internazionali, danza compresa. Questo fritto misto appare manchevole di un’idea organica e ragionata che parta dalla città e che la inglobi, insomma una progettualità che ci liberi dal perenne hic et nunc in cui questo festival sembra oramai da anni ingabbiato. Funzione di un festival – soprattutto se così imponente – dovrebbe essere quella di aprire e dilatare le visioni, produrre nuove narrazioni, azioni e reazioni durevoli, contaminazioni: il Napoli Teatro Festival, nella sua impostazione anti Contemporaneo, appare una rassegna che semmai la visione la addomestica. 

 

Laboratorio sull’attore, di Punta Corsara.


Eppure gli slanci positivi non mancano. Parte più viva è la variegata (e non raccontata) sezione dei laboratori gratuiti, grazie cui la città in queste settimane è luogo d’incontri tra giovani artisti da tutte le parti d’Italia che si confrontano, con esiti anche dal punto di vista produttivo. È il caso di La luna. Un percorso di ricerca e creazione a partire dai rifiuti, gli scarti, il rimosso di una collettività tenuto da Davide Iodice da cui nascerà una nuova produzione che come input avrà i rifiuti depositati dai cittadini durante il laboratorio. Punta Corsara nelle selezioni per Laboratorio sull’attore ha chiesto ai candidati di «indicare gli spettacoli teatrali significativi nella propria esperienza di spettatore»: ne è uscita un’interessantissima mini mappatura su base nazionale degli artisti più amati dalla generazione over 30, oltre che un lavoro finale presentato a chiusura del progetto. Degno di nota anche Food distribution della guerra e del turismo, laboratorio di illuminotecnica a cura di Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì che ha prodotto un’istallazione semi permanente luminosa dentro Vico Maiorani, uno dei più particolari e (per ora) meno turistici del centro storico, dove i partecipanti hanno interagito direttamente con gli abitanti. In corso anche Molecole Kantor/Neiwilleriane a cura di Loredana Putignani, ex compagna di Antonio Neiwiller, nella chiesa della Misericordiella, neo nato centro d’arte contemporanea dal basso nel Borgo Vergini, all’imbocco della Sanità. Tutto questo è qualcosa, ma non basta. L’impressione è che, ancora una volta, chi coordina questa grande macchina non abbia una visione del tutto e delle enormi potenzialità impattanti che il festival potrebbe avere sulla città. Penso alla scena contemporanea e al suo interagire con “l’universo/ mondo Napoli” – per dirla con parole di Enzo Moscato – e con le sue altitudini e i suoi abissi; e poi penso a Chicca, che a ventun’anni gestisce un centro estetico nei Quartieri Spagnoli e s’illumina alla parola: teatro. 

 

Laboratorio Molecole Kantore/Neiwilleriane, di Loredana Putignani


Due pezzi sul vuoto (Massimo Marino)

 

Hai voglia a cercare di definire perimetri: ci puoi provare, con la geometria, la psicanalisi, la storia, la disperata ricerca di relazioni tra fattori. Perfino con quell’arte in discredito che è la politica. All’interno trovi sempre quello: un vuoto, o mille vuoti, assenze, che smarginano ogni tentativo di definire, di coagulare, di confinare. 

Due spettacoli del Napoli Teatro Festival una rassegna che come ha spiegato Francesca Saturnino rimane eclettica e poco centrata, fanno riemergere questi pensieri, che spesso sorgono di fronte a creazioni teatrali che radicalmente affrontano la condizione contemporanea. I due pezzi sono titoli di punta della rassegna che quest’anno copre poco più di un mese, dall’8 giugno al 10 luglio: Brodsky/Baryshnikov, un viaggio dell’anziano mito della danza negli esili, nelle assenze del poeta russo della bellezza e della distanza, con la regia di Alvis Hermanis; Si nota all’imbrunire (solitudine da paese spopolato) di Lucia Calamaro, ormai senza dubbio la nostra autrice di teatro di più alto rilievo e inquietudine, nel nuovo incontro con un divo sensibile come Silvio Orlando.

 

Il primo lavoro, Brodsky/Baryshnikov, viaggia nelle lontananze del poeta premio Nobel, nei suoi flussi di parole che stordiscono, rapiscono e spostano in mondi di melanconia, di separazione, di assenza, di mancanza di una regione dell’anima (chiamatela patria, se volete), di una consistenza. Parole come soffi, turbini di vento, orizzonti oleosi; dense come pietre, liquide come il mare, davanti a una vecchia veranda liberty, con il mito della danza Baryshnikov che, muovendosi appena il necessario, tra dentro e fuori quei vetri appannati dal tempo e dagli uomini, intorno a un vecchio registratore a bobine beckettiano, con voce profonda recita in russo quei desideri smorzati dalla distanza, dalla vecchiezza, dalla minaccia della morte troppo presto incalzante, con minimalismo perfino eccessivo, che in certi momenti sa di gioco al risparmio, e si accende in certe pose che evocano il decadimento fisico, l’irrompere dell’età, la malattia, la decomposizione, lo strazio, la morte, degne del Goya nero. 

 

Brodsky/Baryshnikov, ph. Janis Deinats.


Ma il vero capolavoro è la pièce di Lucia Calamaro, che continua lo scavo di famiglie e personalità distanti. Dopo la figlia e la madre (e l’altra sorella) dell’Origine del mondo, dopo la moglie morta della Vita ferma, dopo gli altri suoi personaggi sempre avviluppati a qualcuno o a qualcosa e fuori fase, fuori luogo, ora fa di Silvio Orlando un marito vedovo che da dieci anni è a andato a vivere in un borgo minimo, lontano da amici, parenti, incontri, in un eremitaggio che ha i contorni di piaga del nostro tempo, la “solitudine sociale”, una vera malattia, il contraltare del giovanile ritrarsi degli hikikomori, il vedere dissolversi a poco a poco tutti i legami. Non fare nulla.

 

La scrittura brillante, ironica, di Calamaro, da commedia sofisticata o da pièce psicanalitica con retrogusto alla Woody Allen, mostra Silvio (i personaggi assumono il nome dell’attore) tediato dall’arrivo dei parenti per l’anniversario della morte della moglie: il figlio sfasato Riccardo (Goretti), in cerca di improbabile arricchimento; la figlia Alice (Redini), aspirante poetessa più o meno mancata, che vive di copie e citazioni; l’altra figlia Maria Laura (Rondanini), una che compila, precisamente, puntualmente, tediosamente, liste, specializzata nel ri-narrare storie di pazienti. Con loro c’è anche il fratello del protagonista, Roberto (Nobile), separato da Silvio da antiche storie e rancori, forse medico, forse un altro innamorato del vaniloquio, retorico, forse supponente (il forse è sempre d’obbligo in una scrittura che insieme definisce precisamente, concretamente, e che in realtà sfuma, glissa, rimanda, sospende). È apparentemente fatto di drammi di parole, il teatro di Calamaro, di vaniloqui ridicoli, teneri e disperanti che presto squarciano i cieli di carta della finzione teatrale che li nutre. 

Che qualcosa non torni in questa atmosfera tra dramma familiare, sospensioni cechoviane e visioni abbandonate Hopper (soprattutto all’inizio del secondo atto, con un’infilata di sdraio dove si catalizzano e cristallizzano posizioni e conflitti) è evidente dall’inizio. La bella scena di Roberto Crea dai toni pastello, che si caricano di echi di tramonti infuocati e di notti insonni nei finali d’atto, è fatta di materiali trasparenti, di tulle che dà l’idea di trovarsi in un castello di carte, tra ambienti, verande e corridoi di fantasmi. Una casa di spettri, come i familiari per Silvio, come una vita lontana, assente, non vivificata dal rapporto con gli altri, dal contatto, sempre vissuta seduta, con il volto rivolto all’ingiù. Le idiosincrasie precipitano (sempre apparentemente) in tentativi fallimentari di incontri, in ricordi di una memoria avvitata su se stessa, che non si sa dove vada a finire, che come un’infezione contagiosa crea “pensieri come bambole di porcellana gonfie di morte”.

 

L’attesa dell’anniversario della morte della madre, la celebrazione la sera prima del compleanno del padre, come una festa svagata, con una torta che dalla platea non si vede e candeline che non si accendono. Repentine sovrapposizioni di voci. Scatti. Fughe. Non riconoscersi nel tempo passato. Nella vita cambiata. Il desiderio di stare, almeno rammaricati, insieme, e un senso crescente, insopprimibile (metafisico?) di estraneità...

Un continuo punteruolo che scarnifica le carni, l’anima, fino al finale solitario, straziante, di Silvio, con un mazzo di fiori in mano, pronto a celebrare da solo al cimitero il buco nero della scomparsa della moglie, che richiama alla mente lo sprofondamento di Roland Barthes nell’assenza di Dove lei non è, il meraviglioso, struggente libro scritto dopo la morte della madre. Silvio ripete, inaspettatamente, che quest’anno non è venuto nessuno, né figli, né il fratello, lasciandoci nella poetica ambiguità che davvero, tra quelle pareti simili a carta, tutti fossero fantasmi, o che ogni discorso, ogni presenza, per chi scivola nell’incurabile malinconia del distacco sociale sia puro vento. Un buco nero. Con attori che nella tournée sicuramente si amalgameranno di più (si sentono ancora un po’ le provenienze da due esperienze differenti, la compagnia Orlando e quella di Lucia Calamaro), ma che già incidono meravigliosamente le parole vortice dell’autrice, portandole con incrinatura dolorosa, pietosa, ironica, su se stessi. Con un Silvio Orlando che giganteggia come nelle sue migliori interpretazioni, in un lavoro a togliere, a scavare con densa leggerezza, che ti apre e rivela in molti momenti, e soprattutto alla fine, l’uomo nudo. Desolato, ma ancora con la voglia di vivere. Nascosta, rimossa, smarginata, indefinita. Forse urgente, nonostante lo sprofondare nella commovente notte buia. Alla prima un trionfo. 

 

Brodsky/Barishnikov, una coproduzione New Riga Theatre e Baryshnikov Productions, si può vedere ancora stasera al Teatro del Maggio a Firenze e il 15 luglio alla Fenice di Venezia. 

Si nota all’imbrunire, prod. Cardellino e Teatro Stabile dell’Umbria, in collaborazione col Napoli Teatro Festival, va in scena il 13 luglio al teatro Caio Melisso per il festival di Spoleto, e poi in tournée.

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