Né destra né sinistra, semmai peggio (II)

La comprensione e l’identificazione del ruolo della destra radicale italiana ed europea nel tempo che stiamo vivendo implica cogliere alcuni aspetti di contesto. Il primo di essi rimanda alle domande sul senso delle trasformazioni che le nostre società stanno vivendo. La percezione diffusa, tra una parte della popolazione, che il mutamento gli giochi negativamente, ha un forte impatto nel determinare una diffusa dissonanza cognitiva tra attese e risultati. La ricerca di una compensazione, rispetto allo smarrimento incentiva, più che il bisogno di intraprendere nuovi percorsi, il desiderio di riconoscersi in qualcosa di già visto, detto e condiviso. L’affanno del «nuovo che avanza» ingenera sconcerto e disincanto. Esso, infatti, è spesso vissuto nella sua doppia radice di smacco rispetto alle aspettative e offesa nei riguardi del proprio status socio-culturale. L’unica compensazione plausibile è offerta dal reiterare moduli di pensiero tanto consolidati quanto privi di riscontri nel tempo che avanza. Su questo piano inclinato, tale perché destinato a fare rotolare coloro che vi si dispongono acriticamente, scivolandovi in progressione, la destra radicale offre la solidità apparente del «buon senso comune», riscoprendo e facendosi alfiere delle posizioni legate all’appartenenza di stirpe, declinata come atavismo inalienabile, e della tangibilità della terra, intesa come territorio sul quale si esercitano diritti proprietari e soprattutto identitari.

 

L’arsenale della destra radicale, al netto dei simbolismi e dei ritualismi che connotano le appartenenze militanti, riposa essenzialmente nel linguaggio. È questo un secondo aspetto di grande rilevanza. La capacità di costruire una egemonia sub-culturale è quindi strettamente connessa alle parole che vengono utilizzate per definire, e cercare di portare sollievo, alla dissonanza quotidiana. Soffermandosi sulla centralità della lotta per il possesso del campo semantico, affermano Luc Boltanski ed Arnaud Esquerre in Verso l'estremo. Estensione del dominio della destra (2016): «gli usi delle parole costituiscono, soprattutto nello spazio pubblico, strumenti fondamentali di lotta politica, perché hanno l’effetto di determinare cosa può essere detto e cosa no in una congiuntura specifica. Rendono cioè lecite espressioni fino ad allora ritenute scandalose e provocano la censura o l’autocensura per espressioni fino ad allora ritenute accettabili. Per questa ragione le trasgressioni linguistiche sono sempre state tra i principali strumenti utilizzati per condurre dei colpi di mano in politica». Più che a dettare una precisa agenda, la destra radicalizzata fornisce il lessico del disagio in corso, dando quindi una forma a ciò che, altrimenti, rischia di rimanere allo stato di percetto confuso e sfocato.

 

Per questo sta costruendo una sua egemonia para-culturale, spostando su di sé l’asse dell’attenzione di una parte della società che, sentendosi sempre più posta ai margini e sempre meno rappresentata, dinanzi all’imperativo del «non c’è alternativa allo stato di cose esistente», registra in esso il suggello della sua crescente inessenzialità. Ciò che questa destra radicale va quindi facendo, più che un’opera di tradizionale ideologizzazione, secondo i canoni abituali dell’appartenenza politica, è semmai quella di «riconoscimento» dello stato di abbandono in cui versano gli esclusi, ossia quanti hanno perso o stanno perdendo lo status di cui si sentono ancora depositari. Il suo ruolo, in altre parole, è di dare voce ad essi, sia pure usando il proprio lessico. A fare da concorso a questa traiettoria vi è la generale disposizione per la quale gli attori che si esprimono in pubblico cercano di uniformarsi al modello del «portavoce», fatto che implica: «il confermare le attese preesistenti, interpretando ogni volta il ruolo che ci si aspetta da loro in una recita di cui tutti più o meno conoscono l’intreccio». Si tratta di un terreno scivolosissimo, sul quale le forze politiche tradizionali si collocano oramai abitualmente, confidando di giocare con forze proprie mentre, invece, alimentano in maniera perversa il circuito per cui si rendono sempre più subalterne alle parole d’ordine espresse dal radicalismo. Il riscontro, al riguardo, è che: «oggi tutti si spostano in continuazione, spesso in modo confuso, per non essere lasciati indietro da altri più veloci, aprendosi sempre di più verso la dimensione dell’estremo, quindi oggi verso l’estrema destra».

 

 

Più in generale, questo fenomeno segna il passaggio dalla contrapposizione tra una destra liberal-liberista e una sinistra socialdemocratica a quella tra un conservatorismo immobilista, basato sul laissez-faire, e la destra radicale: a quest’ultima, quindi, spetta la palma della mobilità. Al discorso dominante, basato sulla non modificabilità dello stato delle cose vigente, subentra così la tentazione di una contestazione totale e permanente, fondata sul capovolgimento degli assunti dominanti. Il tutto, però, non sulla scorta di un controprogetto bensì attraverso il semplice desiderio di confutare l’esistente in quanto tale. Ne deriva il ritratto di un radicalismo senza una radice che non sia lo stato diffuso di disagio sociale, nel suo oramai perpetuo rinnovarsi. In questo percorso la destra radicale si avvale di tre elementi: il primo è la presa a prestito dalla sinistra di un discorso radicalmente critico del neoliberalismo, in difesa del «popolo», nel mentre si invoca l’intervento salvifico dello «Stato». Il fuoco reale della destra radicale rimane comunque l’avversione nei confronti del liberalismo politico. La polemica contro il liberismo, infatti, si basa non su una visione critica delle relazioni sociali di produzione bensì sull’opposizione tra un’economia nazionale sovrana e il capitalismo cosmopolita.

 

Poiché non si intendono mettere in discussione le prime, si dice che la deriva che la collettività vive sia il prodotto della manipolazione del «buon, vecchio, radicato sistema economico». Si tratta di un insieme di immagini mentali idealizzate e cristallizzate che rimandano alla cultura materiale del fare e della fatica, dove le relazioni interclassiste si condensano in una concezione al medesimo tempo nazionalista e gerarchica dell’economia, ancora una volta fatta passare per «naturale» espressione delle cose. In questo, la destra radicale è rimasta ancorata a una sorta di sintesi tra ruralismo e fordismo manifatturiero come fucina delle identità lavorative. Il secondo elemento è dato dal rifiuto totale del liberalismo storico (i Lumi) e della sua espressione sociale, una borghesia cosmopolita che emerge dalla crisi del ceto medio per avvantaggiarsi delle altrui sventure. Anche questo costituisce un vecchio cavallo di battaglia, laddove all’internazionalismo disidentitario del soggetto borghese, al suo essere ancorato alla dimensione anonima e anomica della metropoli, così come al capitale speculativo, finanziario e quindi fluttuante, si rivalutano e contrappongono le virtù di soggetti interclassisti il cui legame di reciprocità deriverebbe dal vivere permanentemente su un territorio, della cui storia sarebbero i titolari, avendo ramificato da tempo immemore su di esso le proprie radici.

 

Il fantasma antisemitico, in questo caso, è immediatamente dietro l’angolo poiché gli ebrei, nelle costruzioni ideologiche del radicalismo, sono invece la quintessenza del carattere borghese, sommando su di sé i caratteri della peggiore amoralità: individualismo, internazionalismo antisovranista, mancanza di radici, come anche il parassitismo e una grande capacità camaleontica, sapendosi adattare ad ogni situazione per inquinarne i caratteri «puri». Contro questo stato di cose e per ristabilire un «sano» legame sociale, bisogna quindi reagire ed attivarsi. Il fenomeno migratorio, in quanto «invasione», ne è la quintessenza, rispondendo a un preciso disegno di smobilitazione della capacità di risposta vitale delle comunità nazionali sovrane, alle quali viene contrapposto e progressivamente sostituito un meticciato universale, grazie al quale le classi borghesi ultraricche potranno preservare i loro privilegi se non incrementarli. Il terzo fattore, inteso come cornice, è il recupero dell’ultraconservatorismo dai riflessi contestatari, che transita dal secondo Ottocento al primo Novecento per arrivare a noi, rivestendo la destra radicale di una fisionomia antitetica a quella da essa altrimenti assunta fino ad allora: non soggetto quietista ma figura di mobilitazione; non agente del rifiuto ma imprenditore della trasformazione. Un capovolgimento copernicano, poiché il discorso politico sulla «restaurazione» dell’ordinamento sovrano non poggia più sulla passività del «popolo» medesimo bensì sul suo coinvolgimento attivo. Si tratta di un passaggio strategico: la destra reazionaria ha tradizionalmente decantato i «valori» perduti di un aristocraticismo dello spirito (e del possesso) che si identificavano con i sistemi di Ancien Régime.

 

L’immobilismo ne era una garanzia, cristallizzandone la struttura piramidale. La destra radicale odierna, pur continuando ad attribuire a un’élite dirigente, ora intesa essenzialmente come soggetto politico, le qualità di nobiltà e superiorità inarrivabili, si appella alla collettività, definendola come il vero soggetto del mutamento. Il fatto che tale appello sia essenzialmente inteso come una «reazione» allo stato delle cose esistente, ossia come risposta di rimessa, alla ricerca di un passato perduto, tematizzato quindi mitologicamente, non toglie nulla al suo essere elemento di mobilitazione. La funzione discorsiva è qui svolta dalla critica al «pensiero unico», tale perché omologante e lobotomizzante, che è attribuito al capitalismo della globalizzazione e alla borghesia internazionalista. Il tema della rottura di un modo univoco di pensare (con il suo corollario solidarista di aggregazione) è preso di forza dall’arsenale della sinistra e rivolto contro di essa. Un aspetto che sfonda il senso comune trasversalmente, è lo slittamento verso lidi revisionistici del senso comune, attraverso una lettura provocatoria della storia, dove ci si impegna a rompere le convenzioni interpretative, ora denunciate come mistificazioni. Il racconto del passato, soprattutto di quello del secolo appena trascorso, con il suo lascito di tragedie, è il prodotto del «racconto dei vincitori».

 

 

Non è allora un caso se il negazionismo, ovvero il rifiuto dell’evidenza fattuale e della rilevanza nelle coscienze del dopoguerra dello sterminio delle comunità ebraiche europee, ricondotto semmai a particolare secondario del processo storico, sia perennemente in agguato. Poiché nel suo essere l’estremità assoluta dei discorsi radicali, si presenta, agli occhi e alle orecchie degli astanti, come un discorso privo di inibizioni, libero da obblighi di deferenza verso la narrazione della «vulgata dominante», quindi atto «anticonformista» e, come tale, esercizio di «libera espressione». In un rapporto di triplice reciprocità tra sovvertimento dei significati, rimando alla libertà come licenza di giudizio e, infine, simulacro di conoscenza, quest’ultima in quanto prodotto di una propria disposizione d’animo e non come risultato di una indagine scientifica. In questa operazione di rovesciamento, due sono i termini che fungono da perno: «popolo» e «morale». Il popolo viene assunto da destra come figura indistinta di soggetti oppressi e sfruttati dai «potenti». Il primo punto da cui partire, quindi, sta nel riconoscergli un deficit di rappresentanza. A tale riguardo – accusa la destra radicale –, la controparte di sinistra avrebbe tradito la sua storica funzione di raccoglierne il disagio, poiché troppo intenta a rappresentare se stessa, in quanto collusa con i «poteri forti».

 

La sinistra, in altre parole, non solo non è più oppositiva ma costituisce un architrave del sistema di oppressione «borghese». Non di meno (ed è una funzione essenziale della stessa prassi di sistematica indistinzione adottata nel linguaggio populista), il fatto che il popolo del quale si dice volerne recuperare la rappresentanza, sia un tutt’uno organico, risponde ad una visione interclassista che si fa anticlassista. Poiché al suo interno esisterebbe una sola linea di separazione, quella che intercorre tra una comunità ancestrale, quindi in sé buona, quella autentica, fondata sul radicamento spaziale e territoriale e sul virtuosismo morale, ed un ceto cattivo, tale perché artificiale e improduttivo. La natura della destra rivoluzionaria riposa quindi nella volontà di creare una terza forza, che si contrapponga alla «plutocrazia» e alla oclocrazia. L’ossessione contro il denaro, come veicolo dell’artificiosità, è d’altro canto uno dei fondamenti dell’immaginario radicale. Registra anche il passaggio, consumatosi dal dopoguerra in poi, dalla bontà e veracità della figura del lavoratore rurale (alla quale si accompagnavano la perversità e la pericolosità delle classi lavoratrici urbane e industriali, proclivi al socialcomunismo) alla rilevanza del «popolo dei produttori», in realtà tali soprattutto perché colpiti dalla crisi della produzione e, in immediato riflesso, dal declino del loro status sociale.

 

Il baricentramento del discorso si è infatti spostato verso il nuovo ceto medio, sofferente per lo stato delle cose e, al medesimo tempo, insofferente per il suo perdurare. Il vero nemico è il connubio tra oligarchie del denaro e la sinistra «benpensante» e «buonista». Il legame tra la stratosferica alterità dei grandi gruppi di potere finanziari e la strafottente presenza sul territorio della seconda è garantito dall’enfatizzazione sui diritti civili e individuali, quelli che afferiscono e concernono un «soggetto borghese» che è, per sua definizione, manipolante e manipolato. Manipola lo stato delle cose, a proprio beneficio, così come è completamente rescisso dalla naturalità del popolo. Di fronte a ciò sarebbe quindi necessario consolidare una «vera opposizione», tale poiché «né di destra né di sinistra», ma fondata sull’autenticità del legame etno-culturale. Da ciò deriva e si pone un problema di fondo, all’interno di una cornice – quella della transizione dalla questione sociale al problema penale (sorvegliare e punire, in buona sostanza) – dove le deficienze del presente, l’incomprensibilità del mutamento, lo smarrimento ingenerato dall’«età delle passioni tristi» vengono riformulati come indici di una necessità inderogabile, quella di «rimettere gli individui al loro posto», impedire gli sconfinamenti, generare nuova sicurezza attraverso l’incasellamento del pluralismo sociale all’interno di una serie di ruoli sequenziali, come tali definiti e invariabili.

 

L’«ordine» è, da questo punto di vista, sempre e comunque intrinsecamente morale. Il senso della proposta politica della destra radicale è che l’ordine corrisponde al controllo sociale e il controllo sociale è la garanzia della virtù che riposa nella prevedibilità. Da tale disposizione consequenziale deriva la necessità di formulare il richiamo all’ordine morale in termini di ovvietà: «per una sorta di tautologia circolare, è morale ciò a cui tiene il popolo; e il popolo è veramente tale perché tiene a ciò che fonda i “valori”». Conservare è la parola magica e risolutiva. Implica sia il soddisfacimento di un bisogno nostalgico (rivolto quindi al passato) che l’enfatizzazione del binomio tra insicurezza e protezione (declinato al presente). Conservazione demanda inoltre al discorso – a sua volta ossessivamente ribadito – sulla natura e la «naturalità» della condizione sociale, di contro all’artificiosità dei diritti civili. Il battere il chiodo delle identità sessuali è funzionale alla ricostruzione di un universo di significati morali che si identifichi pienamente con la rassicurante fissità dei ruoli. Cosa c’è di più «naturale» della sfera sessuale se essa è associata a precise funzioni sociali, ossia immutabili, fisse come se fossero delle essenze? Il resto è solo un ibrido che non può che procurare ribrezzo. La centralità del tema dell’identità deriva quindi anche da queste premesse. Si trasferisce sulla questione della nazione, intesa come unione sacra tra vivi e morti nella medesima comunità. Il popolo autoctono esiste poiché schiacciato dai meticci e dagli altri «stranieri interni». Se nel caso degli ebrei il tema di fondo era il complotto, per i musulmani è, invece, l’invasione.

 

L’attenzione verso e contro l’«invasione musulmana» si accompagna comunque al perdurare dell’ossessione nei confronti del «complotto giudaico». Ha prodotto una differenza inconciliabile, un’alterazione, qualcosa che non è possibile includere nel concetto di popolo per come la destra nazionalista lo intende. Il popolo vero e autentico, infatti, esiste per sottrazione: è essenzialmente ciò che non vuole né deve essere, ossia lo scarto in quanto parte da rifiutare, da abbandonare, eventualmente da eliminare. Si tratta comunque di neutralizzare, poiché la dialettica sociale, per la destra, sta nel rapporto tra il popolo autentico e quello dei marginali, questi ultimi tali in quanto irriducibili alle «sane regole» del convivere civile. Il passaggio dall’identità dell’Europa all’Europa delle identità si presenta in tale modo più agevole. Si tratta di alimentare la situazione che si dice di volere combattere, incrementandone paradossalmente la plausibilità cognitiva: gli imprenditori politici della paura agiscono propriamente su questa leva. Le politiche securitarie vanno in tale senso, ancora una volta tautologico perché circolare, incentivando il senso di insicurezza che a sua volta chiede maggiore protezione, alla quale corrisponde un aumento di rischio percepito che domanda pressantemente ulteriori attenzioni e così via. Le tesi più estreme assumono in tale modo, con lo spostamento di baricentro verso destra, una sorta di crescente convalida, ossia di auto-legittimazione. Quand’anche il fatto da cui si generano non sussista se non nell’immaginazione. Anzi, ancor più dal momento che al fatto si sostituisce una sorta di mitografia dell’evento. 

 

Leggi qui la prima parte.

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