Neurostoria: un futuro del passato

 

Un vascello attraversa il vasto oceano tra le colonne d'Ercole, visivamente figurate come colonne in stile classico. Al di sotto, in un riquadro, campeggia un passo del Libro di Daniele (XII, 4) divenuto molto celebre: Multi pertransibunt et augebitur scientia (Molti vi passeranno attraverso e la loro conoscenza sarà accresciuta).

Così appare il frontespizio dell'edizione del 1620 dell'Instauratio Magna di Sir Francis Bacon, un'opera che si proponeva come fondazione del Novum Organum di una scienza moderna, anti-dogmatica e anti-aristotelica, sperimentale – benché non ancora matematizzante come quella galileiano-newtoniana alla quale Kant un secolo e mezzo dopo assegnerà una fondazione trascendentale.

Questa la rappresentazione che la mia immaginazione ha associato al lavoro di Daniel Lord Smail, docente di storia ad Harvard. Cambiato ciò che deve essere cambiato, non credo sia fuori contesto e fuori misura. In Storia profonda. Il cervello e l'origine della storia (Bollati Boringhieri, 2017, ed. or. 2008), tradotto per la prima volta e curato con perizia da Leonardo Ambasciano, c'è un manifesto che ha qualcosa dell'ambizione di Lord Verulam, almeno per la portata di innovazione e le resistenze che, a causa di una certa «inerzia» e «indifferenza», incontra un simile progetto.

 

Libri come quelli di Jarred Diamond, in particolare il fortunato Armi, acciaio e malattie, o di Jonathan Gottschall, L'istinto di narrare, sono stati accolti con attenzione in Italia benché l'inserzione reale di un 'punto di vista bio' nella storia, in particolare nella ricerca, continui a essere difficile e rara, anche nell'antichistica. Smail ha scritto il libro che permette di comprendere il “nuovo” (almeno per l'Italia) paradigma per la ricerca storica, collocato in quell'«affascinante luogo dove la storia si interseca con la biologia e con la neurofisiologia». Una storiografia neuro-biologica, in qualche modo un modello aggiornato di storia naturale, incentrata sul retaggio neurofisiologico di Homo sapiens, i cui comportamenti sono profondamente radicati nei suoi ambienti, nella storia evolutiva e nella selezione naturale. 

Il progetto culturale – ogni libro è il precipitato di un programma di studi – prevede la convergenza di discipline umanistiche e scienze sociali con le scienze fisiche e naturali, chiama gli storici a interessarsi di scienze della vita e i biologi a pensare in chiave storica, con interessanti ragionamenti sui motivi che nella storia della cultura hanno visto le discipline istituzionalizzarsi, specializzarsi e condurre vite separate e non comunicanti. In questa convergenza, descritta con estrema chiarezza e con grande gusto narrativo, si compiono diverse notevoli operazioni culturali, in questa sede necessariamente stilizzate.

 

 

La storia profonda prevede una diversa cronologia, nel senso della lunghissima durata e in alternativa al consueto time frame vicino-orientale, giudaico-cristiano ed eliotropico, spingendosi a prendere in considerazione i tempi precedenti la scrittura che esulano dalla nozione di “storia” per definizione. Tale mappatura periodizzante include nel suo orizzonte la preistoria globale: «Una storia profonda è qualsiasi storia che congiunga [...] il Paleolitico e il Neolitico assieme al Postlitico […], tutto ciò che è accaduto a partire dalla comparsa della metallurgia, della scrittura e delle città circa 5500 anni fa»; una storia focalizzata «sulla biologia, sul cervello e sul comportamento» in cui trovano posto «clima ed ecologia, malattie, reti e scambi, morfologia umana, sesso e genere».

Se in questo senso lo studio della preistoria è cambiato in modo significativo nella seconda metà del Novecento e nei suoi ultimi vent'anni in particolare, grazie agli apporti sistematici della paleoantropologia, della geologia, dell'ecologia, la specificità del paradigma delineato da Smail – medievista e modernista che si occupa di antropologia delle civiltà mediterranee – è una nozione di storia capace di saldare la frattura tra i tempi, propria di un modello storiografico basato sulle sole  fonti scritte. 

C'è qualcosa di più che non la (giusta e necessaria) critica del “mito della stasi paleolitica”. Tale racconto ha inchiodato i gruppi umani del passato remoto a un ordine socio-economico senza mutamento, mediante descrizioni che Smail definisce “diorami verbali”, simili alle vetrine dedicate alle tribù primitive nei musei di storia naturale. In gioco vi è una più ampia nozione di documento e di archivio, che si rivolge alle tracce, intese come «qualunque cosa racchiuda qualche forma di informazione in merito al passato» nell'ambito di saperi come geologia, biologia evoluzionistica, etologia, archeologia, linguistica, cosmologia e ai loro depositi, «blocchi di rocce, fossili, DNA mitocondriale, isotopi, modelli comportamentali, modelli di vasellame, fonemi».

 

 

Scrive l'autore che «gli archeologi, gli antropologi, i biologi molecolari e i neuroscienziati che studiano il passato profondo sono anch'essi storici, indifferentemente dagli archivi che essi consultano»; così «osservare le piramidi che nascono in Egitto e nell'America centrale è come guardare la comparsa delle tigri dai denti a sciabola nelle linee filogenetiche dei marsupiali e dei placentati, separate com'erano dagli oceani e da centinaia di milioni di anni di evoluzione biologica». 

Si tratta di una riproposizione contemporanea della storia totale di Bloch e Febvre, capace di andare oltre l'ingenua formulazione positivista à la Ranke, post-annalesiana perché sincronizzata con i recenti sviluppi delle scienze neo-darwiniane e neo-lamarckiane, che valorizza, interroga e mette sotto torchio una vasta gamma di «informazioni preservatesi in modo non intenzionale». Tale impostazione fa saltare infatti la distinzione tra la conservazione consapevole e quella non volontaria di fonti/tracce sedimentate, per espandere la ricerca a ogni segno e correlarlo alla cultura. Modellata su una teoria dell'evoluzione «attraverso un processo di variazione cieca e di conservazione selettiva», tale prospettiva dà vita a esercizi di comparatismo diacronico e sincronico e alla formulazione di specifici modelli interpretativi neurostorici.

 

È bene sottolineare quanto il libro sia animato da una proposta di pluralità metodologica e di personale modellizzazione che include alternative o complementarietà, e non dalla polemica contro impostazioni anti-scientifiche, diffidenza verso gli archivi genetici, linguistici, paleontologici o i campi disciplinari dominanti: «le storie, come ogni prodotto di conoscenza disciplinare, vengono create nel contesto di ciò che le cornici permettono di fare. Sono queste cornici che occorre allargare e piegare».

In questo senso Smail – e questa mi sembra essere la sua proposta originale – si dota di una chiave ermeneutica per perseguire lo studio neuro-storico del cervello attraverso il suo percorso evolutivo, incrociando etologia, biologia e scienza cognitiva. Nella neurohistory il concetto di teletropia occupa un posto molto importante: viene sviluppata su base naturalistica l'idea di Clifford Geertz che la cultura sia costitutita da «serie di meccanismi di controllo – progetti, prescrizioni, regole, istruzioni […] per orientare il comportamento» e che l'essere umano sia l'«animale più disperatamente dipendente da simili meccanismi di controllo extragenetici ed extracorporei». Si tratta di programmi culturali di ordinamento sociale, reti di significato che i gruppi umani stessi hanno intessuto e a cui, dopo aver obliato il gesto della loro tessitura, delegano la metaconduzione delle proprie condotte.

 

Siamo lontanissimi dal rigido determinismo a cui una comunicazione semplificata e spettacolare ha associato la genetica, a partire dalla divulgazione della sociobiologia e dal suo endorsment neo-conservatore. I modelli teorici attuali considerano sapiens un animale culturale per natura e prevedono una plasticità delle sue sinapsi tale da connettere un'emozione universale a un oggetto o a uno stimolo particolare, permettendo alla cultura di radicarsi nella fisiologia (ad esempio il disgusto e suoi oggetti correlati): in questo senso gli «effetti sociali delle modificazioni neurochimiche sono particolari per ogni cultura e per ogni individuo». Il «cablaggio neurale fissato dalla cultura» costruisce lo scenario all'interno del quale le persone prendono decisioni e fanno cose, elaborando interpretazioni a partire da eventi e interagendo di conseguenza in mondi storici che sono contesti specifici: è di questa antropologia biologicamente aumentata che si può fare storia.

 

La capacità umana di modulare gli stati neurochimici, che quando si incrociano con la coscienza «producono sentimenti», è alla base della neurostoria come storia di come gli umani modificano il loro sistema nervoso. L'interazione sociale nelle sue complesse architetture e strategie culturali ha una correlazione fisica con la produzione di sostanze legate al sistema endocrino (ossitocina, dopamina, adrenalina etc.), capaci di dare «colore e consistenza» alle esperienze: sono dette psicotrope le «pratiche capace di alterare lo stato d'animo» e di amplificarlo, con un arco che include sostanze e comportamenti. Cibi e bevande, sostanze stimolanti ma anche canti, danze, rituali, processioni, competizioni, comportamenti ritualizzati collettivi; in sintesi la cultura umana e le sue pratiche istituzionali, che dalla raffigurazione parietale rupestre si sono espanse sempre di più in seguito alla svolta agricola neolitica.

Da allora si rendono sempre più disponibili le occasioni di modificazione dello psichismo, dalle esperienze estetiche alle pratiche festive e religiose, alle forme di spettacolo pubblico o monumentale del mondo antico e moderno, fino all'esplosione di consumo di generi voluttuari (caffè, tabacco, cioccolata etc), di letteratura d'evasione ed erotica, che crescono esponenzialmente nell''Ottocento dell'espansione demografica e delle società di massa. Tali inneschi neurologici nel Novecento accelerano e si potenziano ulteriormente con l'amplificazione tecnica legata alla sociabilità e ai mass media, a mezzi di rappresentazione, comunicazione e telecomunicazione sempre più pervasivi, sensibili e immersivi, fino ad arrivare alle attuali forme di dipendenze (addiction) più o meno moderate da droghe, social network, videogames, porno on line. Tutti ambiti di cui si conoscono i legami con neurotrasmettitori, circuiti della ricompensa e ricerca della gratificazione, ben oltre la categoria morale di edonismo.

 

 

Smail si concentra in particolare sui meccanismi teletropici, che definisce come «meccanismi utilizzati nelle società umane per creare cambiamenti di stati d'animo nelle altre persone attraverso lo spazio», in altri termini attività più o meno istituzionalizzate e controllate che influenzano la chimica corporea degli altri. Possono essere di tipo simbiotico, come l'eccitazione sessuale (sexual arousal) indotta da pratiche e reti discorsive di corteggiamento tali da generare ossitocina, i quali sono mutualmente vantaggiosi e piacevolmente consensuali; o di interesse collettivo come nei riti religiosi, che alleviano stress e ansia e generano senso di appartenenza e conforto comunitario, dai forti benefici in casi di stress con effetti di rafforzamento della coesione dal punto di vista sociale. 

 

Ma possono essere meccanismi teletropici di sfruttamento e sopraffazione, usati per il controllo o l'induzione morale e fisica di determinati comportamenti, e posti alla base di lotte per il controllo di chi dispone dell'autorità per gestire risorse piscotropiche: ne deriva anche una teoria del potere di tipo conflittualista, neurochimicamente legata anche in chiave etologica all'esercizio della violenza, alle logiche di dominanza e all'erogazione di risorse desiderate in società gerarchicamente ordinate.

Smail avanza dunque una nozione di civiltà come «economia e sistema politico organizzati sempre più attorno alla disponibilità e alla circolazione di pratiche, istituzioni e beni che alterano e sovvertono la chimica corporea umana». A partire da queste premesse si delinea una lettura di lungo periodo, secondo cui «le società europee, tra il XII e il XIX secolo [hanno] sperimentato un cambiamento epocale che vide un allontanamento dai meccanismi teletropi manipolati dalle élite dominanti verso un nuovo ordine in cui le teletropie di dominanza sono state rimpiazzate dalla scelte crescente di meccanismi autotropici disponibili su mercato largamente privo di regolamentazioni». Il che contribuisce a rileggere e ridefinire quelli che indichiamo come processi di “secolarizzazione”, razionalizzazione e soggettivazione moderna. In questo senso, l'ipotesi riguardo le grandi trasformazioni rivoluzionarie della modernità è che i «meccanismi psicotropi che gli europei hanno incontrato durante la loro fase coloniale [abbiano] agito come il solvente del vecchio regime sociopolitico». 

 

Secondo questa linea, mi pare non si possa escludere che anche la definizione dei regimi totalitari, in quanto “biopolitica”, possa avere una base neurochimica, e che le correnti psichiche siano qualcosa di più che una semplice metafora per identificare mentalità, ideologie di nazione, genere, razza e immaginari socialmente condivisi, amplificati dalla sociabilità e dalla comunicazione di massa e radicati in corpi e menti biologicamente soggetti a modificazioni e sollecitazione emotivamente potenti. In questo senso troverebbero ulteriore senso sia il potenziamento degli aspetti estetici della politica nella nazionalizzazione delle masse, sia la brutalizzazione della politica, l'estremizzazione della violenza e l'esercizio sistematico del terrore nei confronti dei civili durante la guerra europea dei Trent'anni del Novecento.

 

Smail scrive che «riconoscere il ruolo dei meccanismi psicotropi nello sviluppo delle società umane significa rendersi conto che ciò che viene identificato come progresso nella civilizzazione umana non è altro che un nuovo sviluppo nell'arte di modificare la chimica corporea». Il suo libro da un contributo importante per una storia globale ad alto tasso di complessità e per un decentramento dello sguardo storiografico dal mondo al cervello, in cui uno dei guadagni maggiori credo sia la consapevolezza che il senso dell'identità di soggetti e gruppi – se davvero deve essere qualcosa – consiste nel risultato di una serie di fattori storici sociali e dunque neurochimici.

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