Parigi. Il marzo infinito

#67marzo. È venerdì pomeriggio e sono sul treno per Ginevra. Malinconica. Per la prima volta dopo mesi, lasciare Parigi mi dispiace di nuovo.

 

Quali mesi? I mesi del post Charlie e del post 13 novembre, delle agghiaccianti risposte al terrorismo da parte del governo francese e dello sconfortante – involontario? – coming out di tanti cittadini sedicenti di sinistra a un tratto colti da ottuso e viscerale nazionalismo (islamofobia?). Sono arrivata a tagliare i ponti con alcuni amici e atterrita ne ho sentiti altri cantare spensierati la Marsigliese per calmare il pianto della figlia in fasce. Ho fatto fino alla nausea i miei pellegrinaggi ai vari bar colpiti e in Place de la République, 7 minuti a piedi da casa mia; fino a non poterne più degli omaggi alle vittime su ogni supporto e dell’ «a morte i barbari» su tutte le superfici.

 

In quei giorni, a chi mi chiedeva angosciato che aria tirasse a Parigi, rispondevo provocatoria che non tirava nessuna aria, se non una brezzolina blandamente fascista; ma adesso, ripensandoci da qui, la città boccheggiava vivacchiando la vita di tutti i giorni sotto una cappa funerea e mortifera; e forse non (solo) per colpa degli attentati.

 



Il 1° aprile all’alba sono fuggita in Bretagna. Sono passata da una Place de la République deserta per andare a prendere il métro e poi il treno a Montparnasse. Senza sapere che la notte prima un gruppo di citoyens non era rientrato a casa.

Sono tornata a Parigi il #38marzo, il calendario era cambiato e Place de la République occupata da 7 giorni. Il 31 marzo, una parte dei manifestanti contro la Loi El Khomri o Loi Travail (progetto di legge che smantella i diritti dei lavoratori a beneficio delle imprese) avevano deciso che «après la manif, on ne rentre pas chez nous» (dopo la manifestazione non torneremo a casa). In un avvicendarsi di quotidiane occupazioni serali e simmetrici sgombri notturni, assemblee generali con inizio alle 18:00 e un numero crescente di partecipanti – ormai due o tre migliaia ogni sera –, in un moltiplicarsi dei raduni in altre città di Francia, nasceva la Nuit Debout. Al di là della miccia costituita dalla Loi Travail, il movimento è fratello gemello di quello del 15M, degli Indignados spagnoli di cinque anni fa. Ma poiché anche di quello all’estero se n’è saputo poco o niente, proverò a raccontare questo.

Il #38 marzo dunque verso mezzanotte vado a République con la mia amica e collega Yasmina Melaouah, a Parigi per qualche giorno ed entusiasta del movimento. Fa un freddo boia e dal cielo cade il maledetto «crachin» (molto opportunamente traducibile con «sputacchio»). All’estremità est della piazza, una tettoia di tela cerata (ora emancipatasi in gazebo) e due altoparlanti e, davanti, gente assiepata che ascolta chi a turno prende il microfono e dice la sua sulla situazione sociale e politica del paese, su quello che vorrebbe veder cambiare, su quello che… ma sto facendo un salto in avanti, perché quella sera al microfono passavano ragazzotti mediamente sbronzi e sconnessi che mi facevano sentire più vecchia di quello che sono, e molto delusa ho detto a Yasmina: «mais c’est n’importe quoi!» (in italiano, forzando un po’, ma che cazzata!); una frase che oggi mi manda in bestia quando la sento dire dagli scettici di passaggio, e che forse quella sera ha irritato anche Yasmina, la quale però non si è lasciata smontare e ha insistito: no, davvero, tu che abiti qui, tornaci di giorno.

Tornaci di giorno e poi mi dici.

Ci sono tornata di giorno, saltuariamente, ho visto in effetti le commissioni al lavoro, sedute in cerchio in vari punti della piazza: la commission écologie, la commission grève générale, la commission éducation, la commission féministe, la commission françafrique, la commission économie politique, la commission sdf («sans domicile fixe», senzatetto)… ho visto i loro esponenti alternarsi ai cittadini sciolti e riferire al microfono – in due minuti di tempo cronometrati da volontari dal polso più o meno fermo – esiti di riflessioni o proporre spunti per azioni più o meno capillari.

 

Ma non mi sono mai seduta.

Non sono una militante, e fino a quel punto guardavo al tutto con occhi miopi. Tiepidina.

 

 


Eppure ho continuato a tornarci, a girarci intorno, a quella piazza, come attratta da una forza centripeta. Una sera ci sono passata verso mezzanotte: gli altoparlanti e il gazebo non c’erano e mi si è accelerato il battito. Ho chiesto a più persone, affannata: ma l’AG (assemblée générale, i francesi acronimizzano tutto)? Un ragazzo molto allegro mi ha detto «mais oui, mais oui, on était quatre ou cinque mille, comme d’hab» (ma sì, certo, eravamo quattro o cinque mila, come al solito) gli ho detto meno male, e lui ha risposto a domani. Me ne sono andata con un senso di stupore e piacere: andava tutto bene, e io avevo un appuntamento.

 


Poi è arrivato il #59marzo. Il mio amico Bertrand mi ha detto «ça va chauffer ce soir» (stasera succede un casino): era previsto l’arrivo degli zadistes di Notre-Dame des Landes, i militanti ecologisti fratelli degli italiani NO TAV che agiscono nelle ZAD (zones à défendre – zone da difendere, in questo caso la zona agricola a nord ovest di Nantes, interessata dal progetto controverso di un aeroporto internazionale). Questi specialisti dello «squat all’aria aperta» erano determinati, nella notte del #59marzo, a riprendersi la piazza sfidando il consueto sgombero della polizia. Non sono una militante, ma il travalicamento dei limiti, specie quelli imposti e discutibili – o discutibili perché imposti – mi entusiasma.

 

Sono andata a République alle sette di sera, con Bertrand e Silvère. E mi sono seduta.

 

Continua qui:

Parigi. Il marzo infinito (parte seconda)

 

Fotografie dell'autrice.

 

Maurizia Balmelli è nata e cresciuta a Locarno, Svizzera. Ha vissuto quattordici anni a Torino, un anno a Napoli e da cinque vive a Parigi. Traduce dal francese e dall’inglese per varie case editrici italiane. Tra gli autori tradotti: Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Yasmina Reza, Aleksandar Hemon , Martin Amis.

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