The Big Short, sipario sul sogno americano

Lo sguardo di Jared Vennett, investitore per Deutsche Bank, è sveglio e ammiccante. Il ruolo di narratore interno, deputato a rompere la quarta parete, gli sta a pennello; eppure è proprio Vennett a mettere subito le cose in chiaro, durante i primi minuti de La grande scommessa: non è un eroe, nemmeno un antieroe, è solo uno che racconta i fatti nudi e crudi. Il personaggio, interpretato da un Ryan Gosling pesantemente truccato, è già a una notevole distanza dal Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street. Non ammalia, non incanta, non fa desiderare di essere come lui. Addirittura, ci spiffera il finale della storia, una storia che già conosciamo.

 

Dovrebbe essere tutto ben noto, stiamo parlando della crisi dei mutui subprime del 2008, ma il film diretto da Adam McKay tratta lo spettatore da completo ignorante, non dando quasi nulla per scontato. La scelta è corretta, perché sono passati meno di dieci anni e quasi nessuno ne parla più. Sono quindi frequenti le interruzioni del racconto, soprattutto durante la prima ora, per spiegare alcuni concetti fondamentali del mercato finanziario, interventi affidati a celebrità insospettabili come Selena Gomez o Margot Robbie, un modo irriverente per rendere una materia ostica alla portata di tutti.

 

The Big Short strizza l’occhio alla forma documentario, è quasi sorprendente che un regista come McKay, di solito impegnato nelle commedie di Will Ferrell, sia riuscito a produrre un lavoro più dalle parti di Michael Moore che di Scorsese o Stone. Nel corso del lungometraggio i momenti recitati sono alternati a spezzoni presi dalla realtà dell’epoca, in una progressione cronologica che pone in evidenza l’evoluzione tecnologica accelerata negli Anni Zero. La fotografia è volutamente lontana dall’alta definizione, le inquadrature adottano lo stile dei film-verità, il montaggio è frenetico e destrutturato, e aiuta molto a far digerire due ore e venti di quello che non è certo un film d’avventura.

 

Molti hanno affiancato La grande scommessa al filone dei già citati film sul Wall Street, qualcuno sarà anche stato fuorviato dal titolo italiano, che banalizza il tecnicismo gergale dell’originale, da pensare all’ennesimo film sulle truffe. Eppure, in un certo senso è proprio così. La grande scommessa ci consegna una verità poco digeribile: è il Sistema stesso, il Capitalismo, a essere fraudolento. Nessuno avrebbe mai creduto che il mercato immobiliare potesse crollare, perché nessuno voleva che crollasse. Come un malato terminale tenuto in piedi dai farmaci, così banche, istituzioni e costruttori continuavano a drogare pacchetti di titoli tossici, negando la realtà. Nascosto tra i risolini beffardi degli addetti ai lavori c’è questo inconfessabile dato di fatto, che il Sistema non può crollare perché è il Sistema stesso a (ri)generarsi, magari con la compiacenza della politica, o con qualche agenzia di rating disposta a regalare voti alti, pur di non perdere la sua sostanziosa commissione.

 

In questo scenario gli unici a scommettere, letteralmente, contro il Sistema sono chiaramente degli outsider, persone che vivono al di fuori del Sistema o che lo interpretano meno dogmaticamente della massa. Gente come Michael Burry, eccentrico manager di un fondo privato di investimenti, in odore di sindrome di Asperger, un fenomeno con i numeri e il primo a prevedere la crisi, con tre anni di anticipo; il già citato Jared Vennett, insoddisfatto dei propri guadagni, e alla continua ricerca del grande colpo; Mark Baum, in un rapporto di continuo amore-odio verso il proprio lavoro di trader, soprattutto dopo la tragica morte del fratello per suicidio; gli amici fraterni Charlie Geller e Jamie Shipley, che hanno accumulato qualche milione di dollari grazie alla loro abilità in Borsa, ma non riescono a entrare nel giro grosso e si fanno aiutare da Ben Rickert, uno che era talmente schifato da Wall Street da essersi ritirato a vita privata. Solo Vennett e Baum hanno un legame nella trama, gli altri tirano avanti la loro storia parallela nella realizzazione della Grande Scommessa.

 

Sia chiaro, a parte Burry tutti gli altri sono inizialmente increduli alla prospettiva del fallimento del mercato immobiliare, a cominciare dalla testa calda Baum, che compie l’unica scelta possibile, andare sul campo, guardare oltre i freddi numeri, dimenticare i continui sfottò che le banche riservano a Burry dopo averne accettato la scommessa. Quello che Baum (uno Steve Carell in grande forma) trova è uno scenario totalmente distante dai lussuosi party newyorchesi. Case invendute, deserte, gente che non paga il mutuo da mesi. Tutti i prodromi della Crisi.

 

In questa storia non ci sono vincitori. I protagonisti non hanno fatto altro che prendere atto dell’ineluttabile e lucrarci fino a diventare ricchi, anche i più puristi di loro. Nessuno ha pensato di cambiare il Sistema, neanche dopo. L’inchiesta non è servita a nulla, a pagare sono state le persone normali, la povera gente. Milioni senza casa, milioni senza lavoro, mentre lo Stato salvava le banche con i soldi dei contribuenti. Al massimo è toccato ai dipendenti Lehman Brothers uscire dai loro uffici con le scatole piene dei loro effetti personali.

 

In questa storia non c’è una morale, né alcuna personificazione del colpevole. Perché è il Sistema a essere colpevole, e ad aver distrutto il paradigma del sogno americano. Casa, lavoro, benessere per tutti. Non più.

 

In questa storia non ci sono vincitori, e nessuno sembra aver imparato la lezione. Non è casuale che il fronte repubblicano conservatore, quello che ha più avuto le mani in pasta su quanto accaduto nel 2008, abbia attaccato ferocemente il film, e il libro di Michael Lewis da cui è tratto. E qualcuno ha notato come negli ultimi tempi siano state registrate delle attività molto simili a quelle del 2008. Perché il Sistema non è cambiato.

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