Giuseppe Tornatore. La migliore offerta

La migliore offerta, mai titolo fu più adeguato. Questo, infatti, è il cinema italiano che piace di più agli italiani. Parlano i numeri: uscito il 1 di gennaio è ancora terzo al Box Office, con una tenitura infrasettimanale di rara forza, viaggia verso i 7 milioni di euro di incasso, che certamente passerà. Un ottimo risultato per un film che conferma quanto Tornatore sia forse il più sopravvalutato dei registi italiani. 

 

L’intenzione era evidentemente quella di fare un film dal respiro internazionale: interamente girato in inglese, con un cast di altissimo livello – Geoffrey Rush, Donald Sutherland, Jim Sturgess, Sykvia Hoeks – ambientato in un non luogo che potrebbe essere Vienna o una qualche amena, pulita, ordinata località del Nord Europa. La confezione ovviamente è perfetta, anche perché con un budget di 14 milioni di Euro non poteva essere meno che perfetta… La storia  è quella di Virgil Oldman (Rush), celeberrimo battitore d’asta e collezionista d’arte, misantropo, misogino e ricchissimo, ossessionato dalle donne che non riesce ad avvicinare e che solo può possedere sotto forma di ritratto. Coadiuvato dal vecchio amico Billy (Sutherland), del quale ha stroncato senza pietà qualsiasi ambizione artistica, è riuscito a mettere insieme una grandissima collezione di ritratti femminili che conserva in una stanza segreta: Raffaello, Tiziano, Goya, Renoir, Rossetti, Durer e molti altri grandissimi artisti impreziosiscono le pareti di questa stanza della villa di Virgil, quasi un ventre femminile dentro al quale scompare per allontanare il mondo che non ama, non stima e avvicinare le uniche donne che sia mai riuscito a conoscere ed avere. Tutto scorre misantropico e misogino finché non arriva la telefonata di tale Claire, che chiede la valutazione della villa dove vivevano i genitori scomparsi e dei beni ivi contenuti. Claire, però, non si presenta, non compare, trova scuse e giustificazioni per sottrarsi alla valutazione estetica di Virgil, sfugge alla sua vista ed al suo tatto, i suoi sensi più forti e sviluppati, prestandosi solo al suo udito, cosa che ovviamente getta nello scompenso il battitore d’asta, rendendolo folle di curiosità. Solo quando Virgil sarà destabilizzato al punto giusto, senza più difese, gli si presenterà per giocare il gioco dell’agorafobica fragile come una porcellana dei Della Robbia pronta a guarire per amore. Un meccanismo perfetto con un solo obiettivo: il furto, il raggiro, il grande colpo. Che riuscirà perfettamente – ça va sans dire – con l’aiuto di un paio di complici tra i quali il bistrattato Billy.

 

 

Ora: il giochino cinematografico dove nessuno è chi dice di essere e dove tutto si ribalta pezzo dopo pezzo come un domino in un finale ad effetto l’abbiamo visto e rivisto, ma può anche funzionare ed essere gradevole se ben realizzato. Tanto, di cose nuove, ne vedremo sempre meno, ben venga il buon vecchio cinema classico e rassicurante ma che almeno non lo si infarcisca di supponenti giochini metaforici e di abusati dettagli. Durante la valutazione della villa di Claire, Virgil – che è ovviamente un maniaco dell’ordine e della pulizia e gira indossando candidi guanti bianchi di cotone - s’imbatte in alcuni pezzi meccanici che – un po’ alla volta – porta al giovane Robert, eccellente artigiano restauratore, il quale poco a poco ricostruisce quello che sembra essere un pezzo originale di Jacques de Vaucanson, inventore meccanico francese del XVIII secolo, creatore dei primi grandi meccanismi automatici e di quello che viene considerato il primo vero automa della Storia: una papera capace di beccare il grano e bere acqua. Virgil crede quindi di trovarsi davanti ad un automa “umano” di Vaucanson, una grandissima scoperta che, poco a poco, pezzo per pezzo, si compone grazie alle sapienti mani di Robert regalandoci la "grande metafora" del meccanismo perfetto ma arrugginito che si ripara fino a tornare ad essere una macchina lucida, oliata e funzionante. Ovvio che nel momento in cui l’automa è completo lo è anche il piano di Claire, Billy e Robert che lasceranno Virgil giusto con l’automa.

 

 

Siamo quindi nel Tornatore metaforico, che gioca col thriller, filone completamente opposto a quello del Tornatore siculo, e tutto sommato ne saremmo anche contenti perché preferiamo scordare Baaria e ricordare quel piccolo, seppur già simpaticamente pretenzioso, gioiellino che era Una pura formalità? Resta il miglior Tornatore, regista al quale evidentemente fanno male (e non è l’unico) soldi e mezzi, gli congestionano la creatività, gli sviluppano il manierismo e la ripetizione e pompano aria sulla brace del metaforico, che innervosisce e annoia soprattutto nella cornice di una regia che vorrebbe essere sofisticata ed è invece pesante, grave e fastidiosamente virtuosa. Anche la sceneggiatura, che si difende per la media del cinema italiano, soffre di qualche lungaggine che, in un film che vuole essere metafora di un meccanismo perfetto, non dovrebbero davvero esserci.  Si passa per esempio parte del tempo a chiedersi come sia possibile che dell’esercito di collaboratori ed alte professionalità che circondano Virgil nel suo lavoro, nessuno abbia fatto una ricerchina per scoprire chi è veramente Claire.

 

 

Centoventiquattro minuti di film pomposamente accompagnati dalle musiche del solito Morricone, un finale che arriva almeno venti minuti prima di quello vero e al quale fanno seguito spiegazioni e sottolineature affatto necessarie, visto che il giochino è piuttosto prevedibile sin dall’inizio, e un cast spropositato. Che dire, ben vengano gli incassi e il successo del cinema italiano (in Italia, sull’estero vedremo….) se solo servissero a finanziare un cinema più fresco e meno pretenzioso. Ma qualcosa mi dice che, ancora una volta, non sarà così…

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