Pablo Larraín. No - I giorni dell'arcobaleno

Cile, 1988. Sono passati quindici anni esatti dal colpo di stato militare che ha deposto nel sangue il governo socialista di Salvador Allende e dall’insediamento della giunta militare del generale Augusto Pinochet. Il mondo attorno al Cile però è cambiato: il blocco sovietico è in via di disfacimento e non si sente certo più l’atmosfera dell’incombente minaccia comunista che aveva attratto le attenzioni della CIA nel 1973. Per Pinochet è dunque il momento giusto per portare a termine ciò che da anni stava tentando di fare: dare una veste costituzionale a un potere militare che aveva vissuto fino ad allora in un continuo stato d’eccezione. Il referendum del 1980 con cui venne ratificata la nuova costituzione della giunta militare (tutt’ora in vigore) venne giudicato “altamente irregolare” da tutti gli osservatori internazionali. Il 1988 è dunque l’occasione per indire un referendum regolare e per fare finalmente di Pinochet un leader legittimato democraticamente.

 

 

Questo il programma del regime. La storia però decise di andare da un’altra parte. Il referendum vide vincere l’opposizione con il 54,7% delle preferenze e il Cile iniziò un lungo, faticoso e ambiguo cammino verso la democrazia. No di Pablo Larraín, uscito in questi giorni nelle sale italiane dopo quasi un anno dalla sua anteprima a Cannes 2012, ci racconta i giorni di quella stupefacente campagna referendaria che con pochi mezzi e sotto una continua minaccia repressiva riuscì a sconfiggere i potenti apparati dello stato di Pinochet. Nonostante la giovane età del suo regista, No deve però essere contestualizzato qualche anno addietro: è infatti il capitolo finale di una trilogia che Larraín ha dedicato agli anni della dittatura cilena. Con il primo capitolo, Tony Manero (passato alla Quinzaine a Cannes nel 2008 e vincitore del Torino Film Festival lo stesso anno), Larraín aveva raccontato la microfisica delle relazioni sociali della dittatura e quella quotidianità del male che aveva distrutto nel profondo la società cilena. Con il secondo, Post Mortem (uno dei migliori film del concorso di Venezia 2010), si era invece soffermato sui giorni attorno al colpo di stato visto dagli occhi di un impiegato di medicina legale che si trovò suo malgrado ad assistere all’autopsia di Salvador Allende. Tony Manero e Post Mortem erano però due opere dai colori desaturati, cupi, dove incombeva un pervasivo senso di morte. No invece sembra a prima vista prendere la direzione del risveglio della società: dagli anni della dittatura ai “giorni dell’arcobaleno” (come recita il sottotitolo dell’edizione italiana). Ma è proprio così?

 

 

La sceneggiatura del film è tratta dalla pièce teatrale El plebiscito di Antonio Skármeta (lo stesso da cui fu tratto Il Postino di Troisi). Nel testo si raccontano le vicende della costruzione di quella incredibile campagna referendaria. Il protagonista è il pubblicitario che la organizzò, René Saavedra: cinquantenne, idealista, felicemente sposato, impegnato politicamente etc. Ma Larraín e il suo sceneggiatore decidono di scompaginare le carte. Si inventano un protagonista di tutt’altro tipo (interpretato da Gael García Bernal): giovane, carrierista, lavoratore entusiasta di una multinazionale, non impegnato politicamente, in crisi di coppia. Il René di Larraín ha come unico obiettivo il raggiungimento della massima efficacia della campagna e per fare questo è deciso ad importare il linguaggio della disimpegnatissima pubblicità americana degli anni Ottanta. La sua campagna è un jingle commerciale a metà tra “meno male che Silvio c’è” e una pubblicità del Mulino Bianco.

 

All’inizio i partiti di sinistra sono inorriditi: vorrebbero utilizzare gli spazi elettorali per denunciare i crimini del regime, ma si sa che col piagnisteo e la controinformazione non si va da nessuna parte. La campagna del No sarà così la costruzione di un’idea di felicità, spensieratezza, ottimismo, proprio come le pubblicità degli anni Ottanta. Nessuno scontro col nemico, nessun conteggio delle migliaia di vittima delle torture e degli omicidi di stato (se ne calcolano 30mila nei 17 anni di dittatura militare). La strategia funziona e la vittoria sarà insperata. Il Cile si getterà alle spalle il periodo più buio della sua storia. Tuttavia una sensazione di amaro in bocca rimane. Lo vediamo in quello in quello sguardo un po’ stranito, incredulo, alienato, vagamente triste con cui René si allontana facendosi largo tra la folla in festa al termine del film.

 

 

Larraín ha uno stile improntato alla narrazione ma è anche un regista molto consapevole della dimensione formale. Un tratto caratteristico dei suoi film – che tuttavia in No vede un salto di qualità in termini di consapevolezza – è quello di costruire un’immagine contraddittoria, polisemica sempre giocata sul filo dell’ambiguità, dove le polarità non si relazionano tramite opposizioni o ribaltamenti ma si confondono l’una nell’altra. È come una striscia di Moebius dove il diritto e il rovescio si dispongono lungo la medesima superficie e si passa dall’uno all’altro senza soluzione di continuità.

 

Questo vero e proprio pensiero dell’immagine ha una sua efficace forma d’espressione in No tramite la fotografia: il film è girato con una U-Matic 3/4, uno dei primi formati di videocassetta utilizzata in ambito professionale e industriale negli anni Settanta e Ottanta. L’effetto è che il confine tra le immagini di repertorio (secondo Larraín ammontano a circa il 30% del film) e il nuovo materiale girato sia molto incerto. Il regista racconta persino che alcuni spettatori in Cile si fossero complimenti per quanto fosse stata realistica l’interpretazione de “l’attore che impersonava Pinochet”.

 

Ma questa strana continuità tra bene e male, tra vittoria e sconfitta, tra novità e continuità, tra dittatura e democrazia riguarda anche la scrittura. No è pieno di doppi: René lavora nella stessa azienda dove lavora il responsabile della campagna del sì. Le strategie comunicative della due campagne a volte sono molto simili. Ma in modo ancora più evidente lo sceneggiatore mette in bocca a René le stese identiche parole quando presenta in azienda la nuova pubblicità di una Coca-Cola locale e quando presenterà il suo primo spot politico al comitato referendario: “quello che state per vedere adesso è in linea con il contesto sociale attuale; dopotutto oggi il Cile pensa al suo futuro”. Ma qual è questo futuro in cui pubblicità e politica si confondono l’una nell’altra? Nella scena conclusiva vedremo René lavorare alle più squallide (e pure un po’ sessiste) pubblicità degli anni Ottanta; la stessa identica scena dell’inizio della pellicola, come se nulla fosse cambiato. Ma questa figura della continuità che è così insistentemente cercata nel film è anche il destino che segnerà il Cile post-Pinochet. Il dittatore lascerà la scena facendo dimenticare i propri crimini e stringendo la mano al suo successore. Tutta la classe politica del golpe rimarrà saldamente ai propri posti di potere con Pinochet stesso a capo delle forze armate fino ai dieci anni successivi al referendum.

 

Nel 1988 come diceva il jingle dello spot del No “l’allegria” per il Cile stava davvero “arrivando”. Sarebbe tuttavia arrivata con un considerevole bagaglio di ombre che ancora oggi incombono sul presente e il futuro di quel paese. 



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