Quo Vado. Il terrone globalizzato

Nel 2015 il governo ha emanato il Jobs Act – il fatto che tutte le parole-chiave della politica italiana siano ormai in inglese è il marchio del nostro provincialismo[1] (ricordo un presidente della Banca Commerciale Italiana che pronunciava “bi-si-ai” per dire BCI; ovviamente era un imbecille). Questo “Atto Lavori” rende più conveniente per ogni azienda italiana assumere qualcuno a tempo indeterminato piuttosto che rinnovargli contratti a termine. La disoccupazione globale in Italia non è molto diminuita, in compenso è aumentata l’occupazione stabile. Insomma, il Giobsact tende a realizzare il sogno etnicamente più specifico degli italiani: il Posto Fisso.

 

Può essere considerato una critica obliqua al Jobs Act Quo Vado? Il successo di incassi del film di Gennaro Nunziante sancisce il trionfo di Checco Zalone, disprezzato finora dalla critica detta radical-chic. Anche per gli italiani che non conoscono il latino il significato del titolo è chiaro: “Ma dove sto andando?” In effetti una delle ragioni del successo del film sembra consistere nel fatto che esso dà forma, anche se comica, a una drammatica domanda che assilla molti italiani: “Dove stiamo andando?”

 

Questa farsa satirica all’italiana prosegue una lunga tradizione: appartiene al sottogenere che chiamerei “L’Italiano Che Va a Fare Figuracce all’Estero”. Genere inventato da Alberto Sordi, il quale è ricordato nella storia per aver creato, in circa 160 film, un’immensa Saga dell’Italia della seconda metà del XX° secolo, una Enciclopedia sociologica in ideogrammi comici. Secondo la regola del sottogenere di cui sopra, il protagonista fa un viaggio in uno dei paesi che gli italiani considerano “più avanti di noi” – cioè più moderni, con donne più emancipate, insomma “più civili” – e che sono, da oltre mezzo secolo, sempre gli stessi: Inghilterra, Stati Uniti, paesi scandinavi. (E non la Germania o la Svizzera, per esempio, che pure hanno avuto una massiccia immigrazione italiana fino agli anni ’70: questi paesi vengono descritti dal cinema e dalla letteratura popolari come nazioni ricche in cui trovare lavoro, ma non vengono mai esaltati come modelli culturali.) L’italiano o l’italiana catapultata all’estero nel film viene preferibilmente dal Sud Italia – e Zalone è di Bari – insomma è un “terrone” o una “terrona”. Questo “provinciale” va in questi paesi trascinandosi addosso i pregiudizi nazionali. Egli si rende presto conto che egli appare ridicolo agli occhi dei nordici che “stanno più avanti di noi”. È la figuraccia, appunto – termine-chiave dell’intersoggettività italiana – ovvero perdere la faccia, la propria maschera sociale (utilizzando una vecchia dicotomia, possiamo dire che quella italiana non è una guilt culture, è una shame culture; e qui l’inglese non è abusivo, perché questi concetti sono stati elaborati dall’antropologia anglofona).

 

Basti una scena auto-satirica. Checco risponde alle domande di tre bambini cresciuti in Norvegia. Quando dice “Ho 38 anni, e vivo con mamma e papà”, i bambini non la smettono più di ridere. Trovano molto buffo che a 38 anni si possa vivere ancora con i genitori. Checco descrive la mamma come “la donna della mia vita”, che serve il figlio seducendolo soprattutto a tavola. In Italia “i giovani” (anche quelli di 38 anni e oltre) spesso e volentieri vivono a casa dei genitori, o in un appartamentino sullo stesso pianerottolo della casa dei genitori, anche quando non sono più disoccupati. I termini per stigmatizzare i giovani italiani di oggi si sprecano. “Mammoni” è il più comune; uno dei ministri più antipatici, Tommaso Padoa-Schioppa, lanciò “bamboccioni”, mentre Michele Serra ha proposto “gli sdraiati”. Una sorta di linciaggio lessicale delle ultime generazioni pervade l’Italia. Economisti e sociologi discutono da tempo per capire se questa vischiosità familiare dei giovani italiani, soprattutto maschi, sia effetto collaterale del declino economico italiano da oltre vent’anni, oppure se ne sia una delle sue cause.

 

Checco incarna il paradigma italiano perché il suo ideale, sin dalla tenera infanzia, è “il posto fisso”. Non solo, è essenziale che il posto fisso sia raggiungibile a piedi da casa. Lo si è ben visto quando nel 2015 il governo ha assunto oltre centomila insegnanti prima precari: è scoppiato il finimondo. Si è gridato alla distruzione delle famiglie italiane perché il “posto fisso” dell’insegnante era disponibile a vari chilometri da casa, per lo più al Nord. Si dà il caso, in effetti, che nel Nord Italia gli insegnanti siano scarsi, mentre sono sovrabbondanti al Sud (sembra che la vocazione a insegnare latino o filosofia ai giovani sia un sottoprodotto del sottosviluppo economico); a meno quindi di non spostare milioni di studenti al Sud, occorre che molti insegnanti del Sud si spostino al Nord. Ma il posto fisso lontano da casa non vale, è un ossimoro, perché vien meno la condizione della fissità.

 

Checco, da “provinciale” qual è, lavora negli uffici di una non precisata Provincia di Centro-Sud. E il suo ufficio sta giusto di fronte a casa sua. Ma quando le province vengono abolite – cosa accaduta sulla carta – l’amministrazione pubblica, non sapendo che farsene di lui, lo spinge a licenziarsi offrendogli una cospicua buonuscita. Ma Checco non demorde: al sacro Posto Fisso non bisogna rinunciarci mai. Per incoraggiarlo a licenziarsi, l’acido stato italiano lo spedisce nei posti più scoraggianti, fino al Circolo Polare Artico. Sarà qui, in Norvegia, che conoscerà e si innamorerà di un’italiana, Valeria Nobili – e quel cognome dice tutto. Nobili evoca il famoso esploratore polare Umberto Nobile, eroe nazionale; un nome che si oppone all’alone volgare di Zalone. Valeria è il paradigma nobile della sinistra liberal: è una ricercatrice ecologista che si batte per salvare le specie in via di estinzione, non nutre alcun pregiudizio etnico, ha vissuto nelle parti più disparate del globo, e va a letto con chi vuole. In ogni luogo in cui è andata – in Africa, in Asia, Norvegia – ha avuto un rampollo da un uomo del posto: un bambino nero che ha educato nella fede mussulmana, una bimba asiatica che ha educato nella fede buddista, e un bambino scandinavo biondo che ha educato nell’ateismo; lei, italiana, si è auto-educata al cattolicesimo. Il pluralismo etnico-religioso domina in questa famiglia Arcobaleno. Valeria è insomma l’allegoria della Globalizzazione, l’opposto della “provincia” di Checco, l’opposto del mondo che vota per Marine Le Pen in Francia, per la Lega in Italia, per Nigel Farage in Gran Bretagna...

 

Il film è a lieto fine, nel senso che prevale la correttezza politica di Valeria: finalmente Checco rinuncia alla Sfinge del posto fisso, e se ne va a vivere con la sua bella in Africa come cooperante ONG per un ospedale nella savana. La maggioranza degli italiani, assicurando il successo del film, è pronta a questo “taglio epistemologico”? In effetti, l’italiano un po’ calvo, non bello, goffo, con accento pugliese che Checco incarna non è certo quello che va a curare gli africani ammalati di AIDS o di malaria, è piuttosto quello che viaggia facendo le crociere nelle orrende navi Costa, versioni marinare del Corviale romano, così deturpando i gioielli marittimi mediterranei. La gente crede di viaggiare facendo turismo, ma questo è oggi un’industria di massa per la gente che non vuole veramente viaggiare. Il turismo è deambulare o ambulanza, non è viaggio. Il vero voyage a cui invitava Baudelaire è trasferirsi per lavorare o per studiare o per combattere, o per tutte queste cose insieme. Viaggia veramente solo chi si sradica, in particolare dalla mamma.

 

Corviale

 

Da notare che Valeria è italiana come Checco, eppure appartiene a un altro mondo, nel quale lui cerca di entrare e di farsi accettare nell’anseatica Bergen. Questo dettaglio registra il fatto che la vera differenza culturale oggi non passa attraverso le nazioni, ma attraversa le nazioni stesse. Insomma, il conflitto focale del secolo oggi, in Occidente, non è tra nazioni più o meno ricche, ma tra i ceti mondialisés (come dicono i francesi) e i ceti localistes all’interno di ogni singola nazione.

 

Valeria Nobili, ecologista multietnica, incarna la Società Aperta. Anche se per lo più gli spettatori come Valeria non amano il film di Zalone in quanto troppo “rozzo”; in effetti il film è non per le Valerie, ma soprattutto per i Checco, di cui rappresenta in qualche modo la crisi, ovvero la de-fissione. Anche se il film, bonaccione e rassicurante, fa innamorare queste due Italie, cercando così di conciliarle.

 

Certamente il film di Zalone è una potente macchina per far ridere. Ma si ride anche perché si capisce il dramma dell’Italia, uno dei paesi più profondamente conservatori d’Europa, uno fra i più culturalmente arretrati (basta confrontare i nostri tassi di laureati e di lettori di libri con quelli dei “paesi più avanti di noi” per rendersene conto), eppure, allo stesso tempo, con una minoranza molto aperta, ovvero sradicata. Questa è la globalizzazione: rinunciare alle proprie radici, ma cercare di metterne di nuove.

 

Francamente, non credo che il motore della storia sia oggi la lotta di classe ma – come insegna Zalone – il conflitto trasversale, in certi paesi di più in altri di meno, tra cultura globalizzata e cultura che chiamerei “focolarista”, che si aggrappa alle proprie “radici culturali” e di cui xenofobia e varie forme di intolleranza per “gli intrusi” sono corollari. I greci antichi contrapponevano due divinità per altri versi solidali: da una parte la vergine e fissa Estia, il focolare sempre immobile (divenuta la Vesta dei latini), dall’altra il sempre mobile e mutevole Hermes (poi il Mercurio dei latini).

 

Estia ed Hermes

 

Nel film i sessi degli dei si ribaltano: è Valeria l’hermetica o mercuriale a schiodare il vestalico Checco dalla diva Estia (posto fisso).

 

Come è noto, oggi i ceti operai, i lavoratori più umili, votano sempre meno per i partiti di sinistra, da cui si sentono sempre meno rappresentati perché troppo “hermetici”, ma per i partiti focolaristi: per il Front National in Francia e per la Lega in Italia, che esprimono il rigetto della società aperta. Perché la povertà economica e culturale ha bisogno soprattutto di focolarità, lo sradicamento sarebbe micidiale.

 

Lo si capisce bene studiando la propensione verso l’Europa: essa risulta trasversale agli schieramenti di sinistra e di destra. Più si vive in provincia, meno si è colti, più si è poveri, più si è contro l’Europa. Più si vive nelle grandi città, più si è colti, più si è benestanti, più si è per l’Europa. Lo si è ben visto nel referendum francese del 2005 che bocciò la nuova Costituzione europea (referendum che ha segnato il declino costante dell’Europa): hanno votato contro in egual misura elettori sia di sinistra che di destra, purché fossero poco colti, abitanti di città di provincia e meno abbienti. Ma una dicotomia del genere è ravvisabile in quasi tutti i paesi occidentali. Le sinistre occidentali sempre meno rappresentano i ceti più poveri, i diseredati, ma persone come Ms Nobili, ovvero la piccola borghesia colta e tendenzialmente cosmopolita.

 

È noto che da una ventina d’anni, chi “dice cose di sinistra” è considerato arrogante da chi vota a destra. A chi criticava Berlusconi, si rispondeva spesso in modo ironicamente stizzito “Voi della sinistra avete sempre ragione! Dite sempre le cose giuste!” Eppure il modo in cui loro difendevano Berlusconi o ripetevano gli slogan della Lega Nord non sembrava meno arrogante. La ragione mi è oggi chiara. “Dire cose di sinistra” è ormai appannaggio del ceto intellettuale medio-alto, il tipico “tipo di sinistra” è un professore o professoressa di scuole secondarie; appartiene a un ceto che ancora legge libri e tiene conto del mondo nella sua globalità. L’arroganza è insita nel fatto che “dire cose di sinistra” sprizza un odore di sofisticazione. Mentre sempre più il discorso di destra – lo dimostra bene Donald Trump – è il discorso “viscerale”, anti-intellettuale, grossolano, dei ceti inferiori; inferiori per reddito oppure per livello culturale – e non è detto che queste due inferiorità coincidano, tutt’altro. Oggi il voto di destra tende a coagularsi attorno ai due poli opposti della società: attorno ai pochi grandi privilegiati e attorno ai poveracci. “L’arroganza” rimproverata alla sinistra non è quindi per il tono con cui il docente di sinistra “ammaestra”, quanto per il fatto che ormai il rapporto tra gusti politici e classi sociali è invertito: sempre più l’opinione di sinistra è urbana-intellettuale-benestante, sempre più l’opinione di destra è provinciale-incolta-povera. Il capolavoro di Zalone è il suo avere un physique du rôle di uomo di destra che disprezza il cosmopolitismo, per infiltrarvi, cavallo di Troia mediatico, “le cose di sinistra”, ma senza la scia di arroganza.

 

 

 

[1] Acronimo di Jumpstart Our Business Startups Act, legge emanata da Obama.

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