Tanto per chiarire le cose, è innegabile riconoscere che se Woody Allen un film come Midnight in Paris l’avesse girato venticinque anni fa, probabilmente gli sarebbe venuto l’ennesimo capolavoro dei suoi straordinari anni ottanta. Oggi, però, Allen non ha più la grazia dolente dei tempi di La rosa purpurea del Cairo e di Radio Days, non ha più la voglia di raccontare storie e tratteggiare figure fragili come quelle che popolavano i suoi film più nostalgici ed elegiaci. Oggi il suo cinema è distratto, talvolta evanescente, non superficiale ma spesso rinunciatario. A ogni giro venuto bene ci si riprende dalla delusione di aver visto evaporare un genio, e inevitabile scatta la frase “questo è il migliore tra i suoi ultimi film”; mentre a ogni giro venuto male ci si gira dall’altra parte e si fa finta di niente. La pratica critica è tanto ingiusta quanto inutile, ma soprattutto riproduce in modo sorprendente la dinamica dei sogni e dei desideri dei personaggi di Midnight in Paris: questa volta, insomma, Woody sa di cosa parla e sa a chi si sta riferendo. Non tanto ai suoi spettatori, quanto a chi il cinema oggi lo fa e lo consuma.
Seguire dunque l’attuale cinema di Allen da appassionati della prima è ormai un’impresa vana: i giorni della radio sono passati e non torneranno. Ma guardarlo con l’attenzione che merita e con la profondità che ancora richiede, oltre a essere un dovere critico, è un modo efficace per scoprire cose sorprendenti e accorgersi, grazie a dio, che Allen non è fermo agli anni ottanta, ma tiene i piedi ben saldi nel presente.
Midnight in Paris, nonostante l’imperdonabile insistenza con cui Allen racconta storie di americani benestanti e odiosi, e per questo motivo butta via almeno una mezz’ora buona di film, è una riflessione necessaria su un elemento centrale del cinema contemporaneo: il tempo, tra costruzione della memoria e nostalgia di un passato ideale.
Nella città che per l’America rappresenta la nascita novecentesca della propria cultura, grazie agli scrittori che negli anni ’20 soggiornarono a Parigi dopo la Prima guerra mondiale (Gertrude Stein, Hemingway, Fitzgerald), Allen non siede sugli allori dell’iconografia parigina, ma la affronta di petto, la ricostruisce e la ricrea mettendo in discussione il suo stesso metodo. Se in Radio Days la nostalgia era il sentimento che dettava la narrazione e la scintilla di un flusso emotivo elegiaco, qui è una verità ingannevole, un sogno che si trasforma in abbaglio e sfugge continuamente di mano.
La spirale senza fine di chi ripensa con rimpianto ai tempi che furono, con l’età del jazz che redime il nuovo millennio e la belle époque che a sua volta migliora gli anni ’20 e poi, magari, altri decenni e altri secoli che si stagliano come modelli di virtù e innocenza violate, oltre a essere il frutto di un atteggiamento istintivo dell’animo umano, in Midnight in Paris diventa il fulcro creativo di una pratica artistica consapevole della propria impotenza e condannata alla ripetizione.

La necessità del protagonista Gil, sceneggiatore hollywoodiano aspirante romanziere, di vivere nel sogno per sopperire alla crisi d’ispirazione, riguarda l’intero cinema contemporaneo, la sua incapacità di vivere la realtà e interpretarne i segni con una lingua consapevole delle proprie forze. L’arte, invece, dice Allen, tende a ripiegarsi su stessa, come il tempo si avvolge sul proprio passato, interpretando il presente con un’estetica volutamente vintage (e in questo senso Mad Men è davvero il vero capolavoro cinematografico di questi anni) e trasformando la nostalgia mediale in una pratica esistenziale prima ancora che estetica. Ma pensare che Mad Men sia una serie tv sugli anni sessanta è tanto sbagliato quanto accontentarsi dell’idea che Midnight in Paris sia una favola sognante e leggiadra.
Certo, nella Parigi dei cubisti, dei surrealisti e degli scrittori belli e dannati Allen non si fa sfuggire l’occasione di scrivere gag scontate e geniali (la migliore è quella con Buñuel e la trama dell’Angelo sterminatore), ma questa volta nel suo film c’è molto di più: le sue caricature affettuose di Picasso, Dalì, la Stein, Hemingway, Degas e Gauguin hanno la tristezza delle illusioni, il fallimento inevitabile della riproduzione storica che sa di fallire. Soprattutto, esprimono la consapevolezza che la grandezza dell’arte è immortale, ma solo se creata a partire dal presente, in virtù di quella spinta avanguardista che i mostri sacri riportati in vita da Gil rappresentano per il loro periodo storico.
Ma dov’è l’avanguardia oggi? Dove va un’arte che per essere contemporanea si vota alla solitudine, al silenzio, alla distanza dal reale? Allen non lo sa, e soprattutto abbraccia con il suo film la crisi espressiva che coinvolte l’intero cinema di oggi. Un cinema prigioniero del tempo, come ribadito dall’ultimo film di Coppola, Twixt, che nel tentativo di muoversi libero nei decenni passati trova sì grandi risultati, ma va incontro all’inevitabile fallimento.
Per questo Allen sceglie il sogno: sbaglia, lo sa di sbagliare e di tirarsi fuori dalla mischia, ma lo fa per sfuggire il rumore bianco di una pratica artistica incagliatasi nel tentativo di impadronirsi delle ore e delle stagioni. Quelle, come mostra la prima semplicissima sequenza di Midnight in Paris, scorrono indifferenti, mentre il cinema non può far altro che stare a guardare, impotente.
- Materiali
- 7 dicembre 2011








mi scuso, ma non ho capito nulla...
"il cinema non può fare altro che stare a guardare impotente"? Caro critico (io sono un modesto spettatore) ma perché ricamare brillanti argomentazioni intorno a un modestissimo film? Per convincerci che l'arte è finita? Che Polanski o Sorrentino hanno poco da aggiungere?
Era forse più semplice evitare la recensione.
Oppure farci sapere di stare alla larga da WA ormai stanco e senza idee, capace di confezionare cartoline oleografiche sui miti parigini per la gioia del box office e della critica compiacente.
Caro lettore e spettatore, il pezzo su Midnight in Paris l'ho scritto perché il cinema oggi è anche (forse soprattutto) questa cosa qui, un viaggio nel tempo che ha perso la direzione ma non si è ancora stancato di ritrovarla (e "Hugo" di Scorsese, che da noi arriverà solo a febbraio, va nella stessa direzione). Perché oggi si vedono sempre più film o serie tv ambientate in un passato reintrepatato in chiave estetica e non storica ("Mad Men", "Pan Am", "The Artist", "Super 8"...), perché la memoria e la nostalgia sono un'ossessione di tutto ciò che viene prodotto (le consiglio il bel volume di Emiliano Morreale "L'invenzione della nostalgia"), perché il tempo è rimasto l'ultimo elemento narrrativo attorno a cui ci si interroga e si lavora, e dunque, guardando la prospettiva da un punto di vista critico, una ragione per tutto questo da qualche parte ci deve essere (e non per forza di cose sta dove la individuo io, visto che le recensioni sono fatte per mettere in campo dei dubbi, non per affermare granitiche certezze).
A doppiozero proviamo a riflettere su ciò che nel bene e nel male il cinema oggi produce, compreso l'ultimo cinema di Allen, che non sempre è riuscito (anzi, il più delle volte è modesto), ma non per questo è situato fuori dal tempo e dal mondo in cui viviamo.
Grazie del suo commento e a presto.
...quel finale poi tirato via così...la pioggia che ripulisce un presente che si ritiene banale...l'ennesima passeggiata con le mani in tasca e lo sguardo sognante...ancora nostalgia di un tempo vissuto solo nel racconto...come se il racconto - con intenti agiografici- sopperisse alla voglia di presente...è vero però che "la grandezza dell’arte è immortale, ma solo se creata a partire dal presente"
«(...) è innegabile riconoscere che se Woody Allen un film come Midnight in Paris l’avesse girato venticinque anni fa, probabilmente gli sarebbe venuto l’ennesimo capolavoro dei suoi straordinari anni ottanta».
«Seguire dunque l’attuale cinema di Allen da appassionati della prima è ormai un’impresa vana: i giorni della radio sono passati e non torneranno. Ma guardarlo con l’attenzione che merita e con la profondità che ancora richiede, oltre a essere un dovere critico, è un modo efficace per scoprire cose sorprendenti e accorgersi, grazie a dio, che Allen non è fermo agli anni ottanta».
?
@Avida Dollars
Significa che per quanto preferisca i film che Woody Allen faceva negli anni '80, gli sono grato di non essere un regista ripiegato su di sé, ma ancora in grado di fare delle che riflettono sul presente. Se faccessimo un confronto il risultato sarebbe impietoso, ma non per questo Midnight in Paris è un film da buttare, anzi. Tutto qui.
Mi scusi Manassero, rischio di tediare, e di passare per puntiglioso. Ma potrebbe spiegarmi cosa vuol dire che WA è «ancora in grado di fare delle (cose, sic.) che riflettono sul presente»? Dalla sua critica, if I'm not mistaken, non l'ho capito.
Cordialità.
Stavo là seduta e non ci volevo credere: certo, il doppiaggio non aiuta, ma la successione di banalità e cialtronerie mi lasciava abbacinata. Poi mi è venuta un'idea: Woody ha fatto una scommessa e l'ha perduta. Uno a caso, mettiamo che abbia fatto una scommessa con il suo analista, oppure con il barista del suo caffè preferito, perduta la scommessa si è visto costretto a realizzare tutti i suoi vaneggiamenti, le sue citazioni pedanti, i suoi refrain da vecchio petulante, ci ha dovuto mettere dentro proprio tutti, come in un pacchiano parco a tema (mancano solo Maurice Ravel e Diaghilev). Quasi quasi ho cominciato a divertirmi! Woody Allen ai lavori forzati: quei capelli di Scott Fitzgerald ! gli ha messo in testa quelli di Zelda! Hemingway con gli occhi fissi, Picasso con il riporto che gli parte dalla nuca, Dalì e il rinoceronte e tutte le altre diavolerie. Anche di fronte a "Un'altra giovinezza" di Coppola avevo pensato di essere di fronte all'immaginazione di un innegabile vecchio, ma lì non so perché mi ci ero appassionata. Se andate a vedere Allen considerate che "Ritorno al futuro" in confronto è una bomba gnoseologica. Una cosa sola non gliela farei passare, per mia deformazione professionale: la fotografia! La color correction è talmente ossessionata dall'allineamento di tutti i GIALLI (giallo ORO per di più!) da farmi cercare un po' di tregua nel neon verde che dice EXIT in fondo alla sala. Forse anche il direttore della fotografia aveva qualcosa da fargli pagare....
Stefano Chiodi ha una segreta Ghost Writer....
Allen non poteva girare "Midnight..." 25 anni fa perché lo ha scippato a me poco tempo fa. È mia assolutamente l'idea del viaggio dapprima geografico e poi onirico (il mio attraverso l'oppio di una fumeria cinese di NY), il suo, più banalmente, attraverso l'alcol e gli incontri con artisti di tutte le discipline. Lui ha rovesciato l'itinerario e per forza di cose, ambienti e artisti. Un plagio aggravato dunque. Ma non finisce qui.
Allen non poteva girare "Midnight..." 25 anni fa perché lo ha scippato a me poco tempo fa. È mia assolutamente l'idea del viaggio dapprima geografico e poi onirico (il mio attraverso l'oppio di una fumeria cinese di NY), il suo, più banalmente, attraverso l'alcol e gli incontri con artisti di tutte le discipline. Lui ha rovesciato l'itinerario e per forza di cose, ambienti e artisti. Un plagio aggravato dunque. Ma non finisce qui.
Il mio viaggio era: Parigi-NY. L'inizio per niente banale e il finale spettacolare! Per annacquare le cose, Allen ha creato un inizio brutto e banale e un finale orrendo. Inoltre, il mio soggetto approfondiva l'incontro estatico con grandi artisti della NY del Novecento e l'approfondimento della loro arte, senza battute stupide e insopportabili. Gli artisti del film di Allen vi sono enumerati superficialmente, che si tratti di Picasso o di avventori qualsiasi di un ristorante, in "Midnight..." è indifferente. Il mio soggetto è molto più visionario. In breve, "Midnight..." scippa un'idea forte e originale, la confeziona in fretta e furia e ne fa un'intollerabile operazione commerciale.
era meglio una volta