Orgoglio e pregiudizio (senza zombi)

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.

 

Quando mi è stato proposto di scrivere un post per questa rubrica di classici sotto il solleone o, meglio, di confessioni sotto il solleone, ho sentito come una chiamata alle armi. E sì che pensavo di essermi vaccinato da vocazioni e simili. Ma la gioventù, si sa, è foriera di illusioni. Poi sfiorisce ed è allora che arrivano le visioni mistiche. E con esse, pochi giorni fa, un’illuminazione: questa è l’ultima occasione che mi rimane per leggere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen senza zombi, arti marziali, spurghi di pus e teste mozzate (non so se avete sentito parlare del film, qualora vi siate persi il relativo romanzo, ma se siete curiosi Google verrà in vostro aiuto con un sol click). Insomma, se volevo far conoscenza con la vera Elizabeth, invece che con la sua versione da combattimento originaria di Terra 2, era arrivato all’ultima spiaggia. E così ho passato un numero non indifferente di serate alla luce fioca della mia abat-jour che illuminava lunghi dialoghi, lunghissime descrizioni, interminabili notazioni di stati d’animo e sfumature di pensiero e tavolozze di sentimenti nonché ciclopiche, grottesche, estenuanti violazioni dello show don’t tell.

 

“Il mondo è sempre uguale sotto determinati aspetti, oggi, come alla fine del Settecento, quando Jane Austen descrisse mirabilmente in Orgoglio e pregiudizio le vicende di alcuni personaggi della borghesia campagnola del tempo: due genitori convenzionali, una nidiata di ragazze da marito, un pastore della Chiesa di Inghilterra, un seduttore senza scrupoli, un caparbio Mr. Darcy. Ma oltre a questi personaggi quasi soffocati dai loro pregiudizi e dalla loro mediocrità, più ridicoli che falliti, svetta il personaggio di Eleonora, una ragazza viva, vera, piena di temperamento e di sangue”. Così la quarta di copertina della mia edizione Oscar Mondadori del 1965, che ci regala un errore mostruoso, visto che la protagonista del romanzo non si chiama Eleonora ma Elisabetta (Elizabeth). Eppure è proprio così che vanno le cose (forse), rotolano sul pendio del tempo un errore dopo l’altro, fino a che la sequenza di cialtronate si trasforma in un mito buono per deridere la pochezza delle nuove generazioni con il ricordo di un’immaginaria età dell’oro.

 

Poi le nuove generazioni invecchiano e commettono lo stesso tipo di errore.

È proprio vero, sotto certi aspetti il mondo rimane lo stesso. Cambiano solo i dettagli, come nella copertina del mio Oscar, che ritrae in primo piano una ragazza con frangetta e filo di perle al collo, di cui si intravede l’abito da sera. Una mise che potremmo attribuire con difficoltà sia ai personaggi originali di un romanzo pubblicato nel 1813 sia agli stessi personaggi qualora ci sforzassimo di rapportarli al giorno d’oggi. Prendiamo per esempio le sorelle minori di Eleonora, Lydia e Kiity: di sicuro non sospirerebbero dietro agli ufficiali dell’esercito ed è altrettanto difficile pensarle con il filo di perle e un elegante tubino. Sembrano più tipe da tacchi a spillo anche a colazione, e connessa andatura da fenicottero, con le unghie spennellate, i vestiti sbriluccicanti, i jeans strappati da trecento euro e il leopardo facile, che si accompagnano a tatuatoni canottierati, depilati e cranio-rasati.

 

Lydia e Kitty non si perderebbero un’apericena, beate loro e i loro cellulari pieni zeppi di cuoricini. Per non parlare della tremenda lady De Bourgh. Fin troppo facile immaginarla ai giorni nostri, impettita e ingioiellata, con una pettinatura anni ’80 anche se siamo nel 2016, prigioniera del suo fuoristrada da sessantamila euro che affonda lentamente davanti al lungomare di una cittadina turistica dopo una manovra effettuata alla cieca, con lo smartphone in mano. Ma passiamo agli uomini, adesso. Collins, il mellifluo Collins, quanti ne abbiamo conosciuti come lui? Ormai hanno fatto carriera, e se non godono più di benefici ecclesiastici, li trovi infilati in qualche cooperativa o ente a fare da fantocci per i veri capi. Le nostre città rigurgitano tipi così tutti i giorni, come le fogne gli scarafaggi. E Wickham, il piacione? Probabilmente farebbe l’artista visivo e concettuale o l’aspirante dj internazionale. Sempre a parlare di Berlino. Sempre pronto a parlare di cultura e di ristoranti e a scappare con l’incasso.

 

In fondo avevano ragione nel 1965, anche se ai morti viventi ancora non ci avevano pensato, perché è su questa galleria di “personaggi quasi soffocati dai loro pregiudizi e dalla loro mediocrità, più ridicoli che falliti” che Elisabetta (e non Eleonora) si innalza risplendendo della sua luce, della sua grandezza, della sua bellezza fino a guardarci tutti dall’alto. Ma non per alterigia, non per presunzione. Anche lei, anzi, è vittima di un pregiudizio, non è perfetta. Ma è “viva, vera, piena di temperamento e di sangue” e aver letto la sua storia mi ha fatto sentire oggi un po’ meno zombi di ieri.

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