Cattivi maestri: Egg Freezing e Pari Opportunità nella Silicon Valley

“C’è chi pretende che la fisiologia, da sola, sia in grado di rispondere alla seguente domanda: la riuscita personale ha le stesse possibilità d’esito favorevole nei due sessi?” Se lo chiedeva Simone de Beauvoir, nel 1949. Spiegando perché, quando si parla di “caratteri propri” della femmina umana “si direbbe che il suo destino si faccia tanto più pesante quanto più ella si ribella affermandosi come individuo”. E perché, nel paragone col maschio, “costui appare infinitamente privilegiato: in lui, la vita genitale non contrasta con l’esistenza personale”. A distanza di quasi un secolo, le domande non cambiano. Nell’ottobre del 2014 passa agli onori delle cronache una nuova trovata dei giganti californiani Facebook e Apple: le dipendenti in età fertile potranno, se lo vorranno, congelare i propri ovuli a spese dell’azienda. Si chiama “Egg Freezing” o “Crioconservazione degli ovociti”, tecnica medica normalmente utilizzata per donne sottoposte a trattamenti chemioterapici e chirurgici, da poco transitata nelle liste dei benefit aziendali.

 

Siamo in Silicon Valley, pluripremiata culla dell’innovazione per la Corporate Social Responsibility e l’attestazione di modelli virtuosi di business sostenibile. Proprio all’interno di questa cornice, i due miti dell'hi-tech dispongono un investimento di 20 mila dollari a trattamento per terapie ormonali, espianto degli ovuli, crioconservazione e successivo reimpianto. Nella certezza che per le “donne in carriera” il “momento più opportuno” per una gravidanza non arriverà prima dei 40 anni. Alla base, la sostanziale lentezza delle carriere femminili e la consistente disparità nelle prospettive di guadagno e di accesso a ruoli apicali da parte delle donne rispetto agli uomini. Forbes quantifica il “gender gap” nella società californiana come un problema di discriminazione in acuto: 1 donna assunta ogni 7 uomini, 1 ogni 8 per ruoli tecnici. Ad aggravare la disparità, gli altissimi tassi di abbandono delle carriere femminili, per motivi di accudimento familiare e di cura dei figli. Un problema planetario, se si considera che nel 2012, in Italia, l’Isfol ha registrato un 40% di abbandono professionale femminile a vantaggio di mansioni di cura, a fronte di un eloquente 3% delle controparti maschili.

 

Anish Kapoor, Blue Solid, 2006-2007

 

Si apre un dibattito che spacca in due sia l’opinione pubblica che gli addetti ai lavori: c’è chi sostiene che questo è uno strumento femminista, perché aiuta le donne a far carriera come e quanto gli uomini. C’è chi al contrario ritiene che questo non è uno strumento femminista, perché aiuta le femmine a far carriera a patto di somigliare il più possibile ai maschi. Al di là delle etichette, è proprio su queste coppie di termini, donne/uomini – femmine/maschi, che si gioca il vivo della questione di genere sollevata dal tema. Su un polo della riflessione il sesso, ovvero la morfologia del soggetto, la sua biologia, il suo funzionamento come organismo maschio o femmina. Sull’altro polo il genere del soggetto, ovvero il corredo di attribuzioni storiche, sociali e culturali arbitrarie, che lo posizionano in quanto uomo o donna all’interno di un dato contesto storico, sociale e culturale, e quindi – restringendo la lente – produttivo e professionale.

 

Il transito dell’Egg Freezing dall’ambito strettamente medico a quello aziendale investe quindi il punto di congiunzione esatto fra l’essere femmine, e il diventar donne, in un preciso contesto sociale, storico e produttivo: quello del Capitalismo avanzato. Contesto che alla luce di severe fragilità di sistema, aggravate dalla pressante crisi economica internazionale, è costretto a riposizionare le istanze individuali fra le priorità aziendali, in nome di una nuova produttività sostenibile.

 

Fra le molte iniziative di work-life balance promosse negli ultimi anni e assunte a modello internazionale (flessibilità delle fasce orarie, possibilità di lavorare da casa o telematicamente, co-working, forme di assistenza alla vita domestica e familiare tarate sulla trasformazione dei bisogni del dipendente lungo l’arco della sua vita) si sviluppa questa volta una singolare idea di equilibrio fra vita personale e carriera, e un’idea di Pari Opportunità che muove da un presupposto tutt’altro che avanguardista. La progettualità delle donne è nuovamente messa di fronte a un dato di natura: il loro essere madri in potenza. Torna la specificità del corpo femminile interpretato come peso e limite, l’identità della donna “disturbata” dalla sua natura, incastrata in una storica divaricazione: da una parte la realizzazione del sé come professioniste, dall’altra il desiderio più o meno urgente di poter diventare madri. Nell’accettare questa dicotomia come fatto, si accetta di manipolare speranze e aspettative, tenendo la donna laddove la si vuole produttiva, presente, efficiente, concentrata. E, probabilmente, inconsapevole.

 

Anish Kapoor, Tall Three and The Eye, 2009

 

Alessandra Kustermann, primario di ostetricia e ginecologia alla clinica Mangiagalli di Milano, parla chiaro: “Illudere le donne che procrastinare l’età della prima gravidanza non comporti rischi è una menzogna. La stimolazione ormonale che accompagna queste tecniche prima, durante e dopo l’espianto degli ovuli implica un notevole impegno fisico, che non garantisce il risultato sperato: il reimpianto degli ovociti a distanza di 10 anni ha possibilità di successo inferiori al 30% per 10 ovociti e del 50% per 20. Il grande discriminante è l’età della donna. Quella ideale è 25/30 anni. Dopo questa età, decresce esponenzialmente il successo della tecnica”. L’espianto degli ovuli è inoltre un atto chirurgico vero e proprio, “come tale non esente da rischi e da complicazioni “, chiarisce Kustermann. “Fra queste: infezioni della cavità pelvica, lesioni di organi vicini alle ovaie, sanguinamenti addominali fino al rischio di emoperitoneo, peritoniti, ascessi addominali e, nei casi più estremi, shock emorragico”. Trattandosi di tecniche relativamente recenti, la ricerca scientifica non è ancora in grado di produrre dati di medio e di lungo periodo sul rapporto fra stimolazione ormonale e i tumori dell’ovaio, che sembrerebbero aumentare del 50%. Analogamente, sono dibattute possibili anomalie sullo sviluppo del bambino fecondato in vitro.

 

Jeff Koons, Baroque Egg with Bow, (Blue/Turquoise), 1994

 

Oltre agli aspetti medici, la maggioranza dei dibattiti non mette sufficientemente in luce il significato che questo tipo di intervento rischia di assumere in un momento di profondo mutamento delle identità aziendali multinazionali, le quali si attestano sempre più come soggetti economici e socio-politici, condizionando la sensibilità sociale, promuovendo assetti valoriali e orientando il timone del welfare e delle forme di tutela in direzioni inedite. Veder promuovere strumenti fortemente discriminanti per le donne da aziende dotate di enormi risorse e sofisticatissimi strumenti di marketing, in grado quindi di manovrare strumentalmente i fondamenti delle CSR, rallenta un irrimandabile processo di revisione delle logiche aziendali. Per le quali, lo ripetiamo, la Silicon Valley è a tutt’oggi considerata modello e punto di riferimento internazionale.

In questo senso, l’Egg Freezing a scopo aziendale suona come la certificazione di un dato di fatto: maternità e carriera sono ancora oggi due aspetti contrastanti della realizzazione del sé, e le soluzioni sono ancora distanti. Conviene allora ristrutturare le identità femminili, condizionarne le aspettative, offrire l’illusione di una tecnica capace di affrancare i corpi dal loro naturale funzionamento. E nel frattempo, salvaguardare gli utili aziendali, nascondendo antiche contraddizioni sotto l’etichetta del “volto umano del Capitalismo”.

 

Più che un indice di progresso, stiamo parlando di un clamoroso passo falso della Responsabilità di Impresa. In pericolo principi universali di Pari Opportunità e di Sostenibilità che ancora attendono di essere messi in pratica come motori di sana innovazione. Principi programmatici a cui, quando necessario, i colossi statunitensi come Apple e Facebook dovrebbero essere ricondotti da allievi, e non da maestri.

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