La vignetta di Giannelli

Parodie (fatte bene) di una satira (fatta male)

“Non mi ha fatto ridere”

 

La vignetta di Emilio Giannelli pubblicata il 18 luglio sul “Corriere della Sera” mostra una strana scena di convivenza forzata, un istante tutto da decifrare e interpretare. Una famigliola rientra a casa dopo le ferie (lo capiamo dalle valigie e lo esplicita la didascalia), e si trova, con stupore (lo capiamo dagli sguardi, dalla bocca spalancata del papà e dalla domanda che lui o la mamma – questo non si capisce bene – pronunciano), il salotto occupato da un gruppo di “profughi” (lo capiamo dall’aspetto dei personaggi e lo esplicita il baloon-risposta di uno di questi). La vignetta ha scatenato un putiferio, è stata accusata di razzismo e di non fare ridere. Sul primo giudizio mi sento di dissentire. Sul secondo non posso che concordare.

 

In che modo la vignetta potrebbe essere razzista? Qualora la si legga come l’esagerazione, la caricatura, appunto, di una situazione giudicata e proposta come realtà di fatto: i profughi stanno invadendo l’Italia, “la nostra terra”, “casa nostra”, e allora ce li troviamo, letteralmente, dentro casa. È una lettura legittima? Alle prime critiche piovute su Twitter, Giannelli ha risposto che “Il mio intento era prendere in giro chi teme che i rifugiati arrivino a casa sua: la satira è anche paradosso”. La vignetta, cioè, intendeva tradurre in immagine, esagerandolo, caricaturandolo, rendendolo alla lettera, lo scenario temuto da molti italiani. Non vi è ragione di non dare credito a Giannelli sulle sue intenzioni. Le sue vignette non hanno mai avuto, mi pare, accenti razzisti (e difficilmente si potrebbe dire razzista il “Corriere”), anzi hanno spesso preso di mira esponenti politici che cavalcano programmaticamente il razzismo. Insomma, mi piace pensare che sia assurdo che quella vignetta sia razzista (ma nulla vieta che in un altro contesto avrebbe potuto esserlo).

 

Fa ridere la vignetta di Giannelli? Magari qualcuno avrà riso. Ma quello che fanno notare i tanti critici è che “non funziona”: è “fatta male”, è una “brutta vignetta”, è “brutta satira”. Gipi l’ha vivisezionata, sottolineandone molte delle incongruenze a livello squisitamente grafico. Giannelli ha uno stile che potremmo definire legnoso, quindi certe rigidità sono sicuramente volute, ma altre sembrano proprio il risultato di un lavoro frettoloso, se non raffazzonato. Particolarmente strano il baloon “profugo” inserito “a sandwich” tra un vaso e una lampada (dietro il primo e davanti alla seconda). Particolarmente strana la forma irregolare della cornice, che nella parte superiore finisce per coincidere con il bordo della credenza, lasciando fuori la figura di una donna con la testa avvolta da un velo, mentre sotto “sfora” finendo per coincidere con due lati del televisore. Ghiribizzi decorativi? Pedestri rabberciamenti?

 

Le incongruenze, però, non sono soltanto grafiche, ma anche narrative, di sceneggiatura, di scrittura. Se la famigliola pensa che i profughi stiano invadendo l’Italia, perché tanto stupore? Il papà (o la mamma; anche qui, di nuovo, incongruenza grafica) non dovrebbe forse prorompere in qualcosa come un “Ecco, lo sapevo!”, nel trovarsi di fronte la scena del soggiorno occupato, ovvero nel trovare grottescamente, surrealmente confermato il proprio timore? Non dovrebbe, anzi, mostrarsi tutto fuorché sorpreso/a, indispettito/a semmai, seccato/a? La didascalia “Ritorno dalle ferie” è poi un vero distrattore. Costringe il lettore a chiedersi cosa c’entrino le ferie con i “profughi”. Quando ho visto la vignetta per la prima volta, non l’ho capita: ho immaginato fosse un riferimento a un fatto preciso, alla dichiarazione di qualcuno che aveva parlato delle “ferie degli italiani” mettendole in relazione con i “profughi”. Forse con un “Vengono a casa nostra” o “Ce li ritroviamo dentro casa”, ovvero con una di quelle classiche vignette in cui testo e figura si traducono a vicenda, rendendo concreta una metafora, avrei capito meglio. Questo perché l’implicatura legata alle “ferie” è abbastanza contorta, anche se logicamente sensata: i “profughi” sono riusciti a entrare in casa perché la casa era incustodita perché la famiglia era in vacanza. Nella vignetta ci sono solo tre frasi per sei parole in totale, ma riescono comunque a mettere troppa carne al fuoco.

 

Altri due elementi concorrono al cattivo funzionamento della vignetta, all’inceppamento del meccanismo comico su cui questa si dovrebbe basare: la scelta lessicale (“profugo”) e il baloon che la contiene. Non credo che gli italiani che temono l’invasione temano quella dei “profughi”, quanto diversamente o più genericamente quella degli “immigrati”, parola potenzialmente neutra (“chi si è trasferito in un paese diverso dal proprio spec. per cercare un lavoro”, dice il De Mauro) ormai così spregiativamente connotata da necessitare di un termine sussidiario “politicamente corretto”: “migrante”. Il baloon che fuoriesce dalla bocca del “profugo”, che si volta verso la famigliola per rispondere alla domanda, è del tutto ridondante. “Profughi”, “immigrati” o “migranti” che siano, i personaggi che occupano il salotto sono perfettamente riconoscibili, perché fortemente connotati: dal colore della pelle, dai tratti somatici e dagli abiti, anche e soprattutto da quelli mancanti (due di loro sono scalzi e portano dei calzoni sbrindellati). La regola generale della comicità dice che una battuta sottolineata – o stiracchiata – non fa ridere e che il comico peggiore, o che si trovi davanti suo malgrado un cattivo pubblico, è quello che è costretto a spiegarla. Giannelli, didascalico, sembra sottovalutare i propri lettori. E questa è difatti l’accusa principale che da sempre viene mossa al vignettista (e, in maniera diversa, anche a Forattini e Vauro).

 

 

Dal duplex al memeplex

 

La vignetta di Giannelli è stata giudicata impacciata, goffa, involuta ed è proprio su questo gancio, su quelle incongruenze che si sono innestate le parodie che se ne sono fatte online. È diventata un meme di Internet, ovvero un testo, in questo caso visivo, che genera, a partire dal formato su cui è basato, un microcosmo di proliferazioni ipertestuali, in questo caso trasformazioni. Lo stesso 18 luglio sono state create due pagine Facebook, Vignette che fanno ridere più di quella di Giannelli sui profughi e Scuola elementare di vignette Carlo Azeglio Giannelli, e alcuni dei remix che contengono, creati dagli admin e da altri utenti, sono esilaranti e hanno del geniale. Il template selezionato all’interno della vignetta originale, necessario per iscriversi correttamente nella pratica parodica, comprende: un gruppo di figure che entra nel salotto (azione puntuale) e un gruppo di figure sedute sul divano davanti al televisore (azione continuativa), con una figura del primo che dice qualcosa e una del secondo che risponde (azioni puntuali). Gli elementi chiave, spesso selezionati e sviluppati separatamente o su cui comunque si concentra con diversi gradienti la trasformazione ludica, sono: i due gruppi nelle loro rispettive posizioni, il botta e risposta, il divano, il televisore.

 

La questione “profughi” prende questa piega: “E voi chi siete?” “Gli altissimi negri!”. Oppure: “Otto sotto un tetto!”, “Neri parenti”, “I Neri per casa”, “Nomadi!” (con tanto di band accovacciata, nella posizione occupata dal divano). La componente etnica della scena viene sottolineata anche in altri modi: dalla vignetta vengono cancellati molti personaggi per lasciare solamente la mamma e il gruppo connotato come “africano”, e il tutto viene sovrastato dal logo del sito porno “Brazzers”.

In altri casi, ci si concentra sul divano, tirando in ballo personaggi del mondo pop mediale che ne sono storicamente caratterizzati: i Simpson (per l’iconica couch gag, sempre diversa, con cui termina la sigla di testa), Beavis & Butthead di MTV (che trascorrono gran parte della giornata spalmati sul divano, sputando sentenze sui video musicali che guardano), Akbar & Jeff dal fumetto Life in Hell (del Matt Groening pre-Simpson), i ragazzi della gang Barksdale dalla serie The Wire (che si riuniscono su un divano abbandonato per strada). Oppure, più semplicemente, a domanda si risponde: “Chi va a Roma perde poltrona”.

 

La dinamica del botta e risposta chiama in causa il povero Robin (“E vo…?”) schiaffeggiato da Batman (“Profughi!”) e Mussolini che arringa la folla, e autorizza call & response del tipo: “Non stare chiuso qui..” “Pensiero!”, “Eh?” “Puppa!”, “Ma che ce frega ma che c’emporta” “Se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua”, “Piantala co sti bonghi non siamo mica in Africa” “Caro signore sa che le dico questa è la libertà…”, “E se sbaglio?” “Ti corrigeremo”, “Fuoriii!!!!” “Che fai, mi cacci????” (con il faccione photoshoppato, ma sarebbe meglio dire paintato, di Gianfranco Fini). Surreale, tutto attivato dall’espressione di stupore del papà che entra in salotto, lo scambio: “E voi che ci fate qua?!?” “CIELO! Mio marito!”. Anche in versione a parti, ancor più surrealmente, invertite (per potere inserire la classica discolpa): “Cielo mio marito!” “Non è come credi posso spiegare”.

 

 

Dato che il gruppo “profugo” siede davanti al televisore, il botta e risposta diventa l’assist per scambi citazionisti-televisivi: “Che fa la Lazio?” “Sta sotto tre a zero”, “Che ti guardi?” “Voyager”, “Oddio ma che è? Un Horror?” “No, è Salvini a Porta a Porta”,  “È già morto Jon Snow?” “Vaffanculo!”, “la sellerona” “scavicchi ma non apra”, “L’Antico vaso?!” “Andava portato in salvo!”, “C’è Gigi?” “E la Cremeria?”.

Scatta la contaminazione con altri tormentoni del Web italiano: “Ridateci i nostri Marò!”, chiede il papà. “Giammai”, risponde l’occupante del divano, che, a questo punto, si qualifica come indiano. Ancora, i “profughi” giannelliani fanno jam session con le foibe, il gender e la recente ossessione per Google DeepDream, trasformandosi in icone psichedeliche.

 

La vignetta non fa ridere. Fa più ridere, suggerisce una delle due pagine Facebook, la classica, implosiva, canzonatoria, autoironica – si spera – freddura: “La sai l’ultima?” “Zeta!”. La vignetta non fa ridere. Ma “il popolo del Web” riesce a ridere lo stesso.

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