Non solo food. La semiosfera di EXPO 2015

Per lunghi mesi, l’EXPO 2015 di Milano è stato nei media soprattutto una specie di genere discorsivo, sinonimo di malversazioni, corruzione, loschi progetti di palazzinari a spese dei contribuenti, disastro ambientale, incapacità organizzativa. Dopo l’inaugurazione, fa molto meno scalpore l’indiscutibile successo di un evento che dovrebbe invece attrarre potentemente la riflessione critica, dato che si tratta di uno di quei fenomeni densi, capaci di offrire un precipitato e uno spaccato dello stato delle cose del mondo a livello locale e globale, in cui davvero esercitare uno sguardo semiotico di largo respiro – sui concept, gli spazi, gli allestimenti, gli spettacoli, le identità, i comportamenti, la comunicazione e quant’altro, insomma la “cultura” che esso esprime. Per giunta una Milano accogliente e risanata in questa occasione ci mette del suo, ad esempio con la bellissima mostra alla Triennale, curata da Germano Celant, Arts & Food. Rituali dal 1851, il cui ingresso è compreso nel biglietto. Sospesa la lettura ideologica contraria per principio al genere grande evento, è dunque possibile tentare una prima full immersion nell’insieme e nel complesso dei significati all’interno dei quali si iscrive un avvenimento come questo. È l’occasione che non si è lasciato sfuggire Alberto Abruzzese, che ha diretto per UTET Grandi Opere: EXPO 1851-2015. Storie e immagini delle Grandi Esposizioni, a cura di Luca Massidda, fresco di stampa.

 

A partire dalla natura relazionale dell’oggetto di consumo e dalla sua intrinseca necessità di esibizione, Abruzzese ha sempre insistito sulle Esposizioni Universali come fenomeno cruciale della civiltà di massa, una delle sue più specifiche forme espressive, riconoscendo loro tutto il ruolo che hanno avuto nella formazione di un immaginario collettivo che fra fine ottocento e primo novecento ha celebrato lo spirito delle macchine, le mitologie del progresso, la seduzione delle merci e la loro messa in scena. Attraverso lo stretto connubio con lo sviluppo della società dello spettacolo, esse hanno portato a definitiva maturazione, dopo la prima rivoluzione industriale, i valori socioeconomici e simbolici della piazza-mercato, della festa, delle grandi fiere, attraverso insediamenti territoriali adibiti alla pubblicizzazione delle tecnologie e delle merci, alla loro affermazione nei rapporti di potere della società e della vita quotidiana. Così nel suo Lessico della comunicazione (Roma 2003), Abruzzese sottolineava la natura mediologica delle esposizioni, “massima concentrazione degli sguardi su un unico luogo, offerta di ciò che altrove si esprime nella sua completezza o di ciò che in futuro avrà il suo compimento, vortice di attrazioni, viaggio e meta di un’avventura individuale ma di una individualità vissuta tra la folla dei visitatori” (pp. 170-171,) basata sulla presenza dei corpi dei visitatori e sulla simultaneità di uno sguardo reciproco. Luca Massidda dal canto suo ha dedicato all’argomento la sua tesi dottorale e quindi il libro Atlante delle Grandi Esposizioni Universali (Milano 2011), dove ricostruisce molto bene la lunga vicenda delle EU a partire da tre prospettive, quella del Capitale, quella della relazione con i media – che a un certo punto ne espropriano poteri e funzioni – e quella relativa alla dimensione urbana, con particolare attenzione all’attuale stagione offerta dalla società delle reti alle metropoli globali. Coppia dunque perfetta per la regia di questo mega volume, che orchestra più di 40 fra saggi e interviste, ed è una Grande Opera in senso proprio: con 510 pagine di grandi dimensioni, pesa molto e richiede un robusto coffee table per essere aperto, sfogliato, consultato e all’occorrenza letto. Un magnifico corso universitario già pronto, con un solo problema: gli studenti non riusciranno a fotocopiarne il libro di testo. In una buona biblioteca, potranno però immergersi in questa Grande Esposizione in forma Libro e lasciarsi sedurre anzitutto dall’imponente e godibilissimo apparato iconografico, la cui parte più riuscita è forse costituita dalle illustrazioni e dalle fotografie tratte dai media d’epoca, come giornali e cataloghi illustrati di grande formato, qui riprodotti a tutta pagina, capaci di rendere al meglio attraverso la sapienza illusionistica, il dettaglio maniacale dei disegni e delle incisioni e la saturazione dei colori il senso di straordinaria fantasmagoria associato a questi eventi, capace di meravigliare e sedurre il pur critico Walter Benjamin, che scrisse pagine memorabili sulle EU.

 

A Benjamin si riferisce infatti Abruzzese nella sua “critica dei giudizi critici”: “il fascino che le Esposizioni esercitano sulla nostra immaginazione supera di molto gli aspetti negativi che vi possiamo individuare” (p. 15), e bisogna saper fare la differenza fra la storia sociale economico-politico delle EXPO e la storia dei simboli, delle allegorie e delle “bellezze” emotivamente vissute dal pubblico, pur comprendendo il ruolo della seconda al servizio della prima. Le EU, forme eccedenti per definizione, sono infatti potenti dispositivi di attrazione della vita privata e quotidiana dei singoli nell’orbita della sfera pubblica, “nella sua accezione più netta e concreta di sistema di potere”. Ma anche il pubblico vi accede per sentire la potenza del mondo e per mezzo di essa sentirsi potente, sia pure nella forma limite del cupio dissolvi, moderna versione dell’esperienza del sublime.

 

Questa tensione e duplicità di senso delle EU è riproposta dai due saggi magistrali che aprono il volume, quello di Donald Sassoon, “A maggior gloria del capitalismo” e quello di Umberto Eco, “Una teoria delle Esposizioni”, riflessione teorica sulle EXPO come gigantesca proposta di comunicazione nei confronti della folla planetaria, a partire dalla visita a Montréal 1967. L’EU come occasione di riflessione critica e apprendimento dal vivo è infatti la ragione sociale di questa nuova fase “socialdemocratica e inclusiva”, in cui si propone come luogo tematico in cui porre i grandi interrogativi comuni dello sviluppo sostenibile e dell’armonia dell’umanità, in stretto legame con la competizione delle metropoli sulla scena globale.

 

L’ultima delle tre grandi partiture del volume – Primo Piano, dopo Storie e Geografie - è infatti dedicato all’Expo milanese, con interventi autorevoli che spaziano dal concept “come nutrire il Pianeta, energia per la vita” alla progettazione incompiuta (Stefano Boeri) e a quella realizzata (Davide Rampello sul Padiglione Zero; Benedetto Selleri e Franco Zagari sul grande cantiere del paesaggio), dalla riflessione sul tema specifico (Carlo Petrini, Cinzia Scaffidi) a quella sulla crisi, crescita e decrescita (Aldo Bonomi, Tito Vagni, Massimo Mazzone, Romano Prodi intervistato da Giampiero Jacobelli), dal contesto metropolitano nell’ex Milano da bere (Nello Barile) al ruolo delle arti (Michelangelo Pistoletto intervistato da Cinzia Scaffidi). Il pericolo che il tema del cibo e di una tavola imbandita globale si trasformassero da questione etica in una grande bouffe di cattivo gusto è infine adombrato nel saggio di Gianfranco Marrone, autore dei recentissimi Gastromania e Buono da pensare. Cultura e comunicazione del gusto (Milano-Roma 2014). Marrone ragiona sul food porn, tendenza imperante nella attuale esibizione visiva, televisiva e instagrammatica delle pietanze, presa tra gli opposti estremismi del junk food e del food design, dove un ambiguo mangiare con gli occhi, soprattutto dolci, sembra avere la meglio su un più autentico e auspicabile spirito di convivialità. Raccontano però le cronache che a EXPO 2015 va benissimo l’ingresso serale: l’albero della vita è rutilante di luci per la gioia di grandi e piccini, ed ecco il megadispositivo universale usato come fiera di strapaese e stracittà, cornucopia di ristorantini fuori porta nel più glocale dei mondi possibili.

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