Palermo Brancaccio (parte seconda)

Il secondo giorno di lavoro l’ho finito con lo scatto al calesse e i tre ragazzi sopra a condurre il cavallo. Il cavallo è una presenza ricorrente nel quartiere. Alcuni anni fa in questo stesso stradone mi ero trovato nel mezzo di una corsa clandestina di trotto. Stavo in auto con un amico, lui guidava; inaspettatamente sbucò un certo numero di motociclisti con le luci dei fanali accesi che arrivavano in senso contrario al nostro. Volevano fare largo gridando e suonando i clacson dei loro motorini, nessuno aveva il casco; ci costrinsero a manovrare verso il bordo della strada per schivarli, poi giunsero i cavalli al trotto agganciati ai calessi.

Tornato a casa la sera, ho cominciato a stilare un promemoria sul lavoro, tanto per memorizzare strade e incontri. 

 

Ph A. Costa.


Dopo alcuni giorni che mi muovevo a Brancaccio apparentemente inosservato, ho avuto il primo contatto con i “guardiani” della zona, dei picciottazzi che mi chiesero se era tutto a posto. Ovvio che per me era tutto a posto. Gli dissi che stavo fotografando il loro quartiere e gli domandai se volevano essere fotografati pure loro, ma mi dissero che non avevano il cellulare e quindi non si fece nessuna fotografia. Credo che il senso della risposta vada cercato in un’eventuale condivisione informatica dello scatto che gli avrei fatto. Allora provai a spiegargli che scattavo in pellicola per un progetto a più lungo termine e le foto fatte le avrei viste io stesso, almeno dopo tre settimane.

 

Ph A. Costa.


Mi augurarono a ‘sto punto un buon proseguimento, e io ringraziando ho proseguito il mio cammino senza riuscire a fotografare persone.

Ero tornato in quel crocicchio il giorno dopo; cominciando a fotografare il paesaggio urbano nella desolazione del primo pomeriggio estivo, all’improvviso ero stato chiamato da un ragazzo, voleva fatta una foto… non mi sembrò vero. Prima però, a mo’ di scherno, mi aveva chiesto se la fotografia lo poteva compromettere al tal punto da finire all’Ucciardone (il carcere cittadino).

 

Ph A. Costa.


Gli scattai un ritratto. Poi, in una strada traversa che raggiunsi sempre camminando, avevo incontrato un bambino; dopo alcuni passi lo superai. S’interessò subito a me che tenevo la macchina fotografica a tracolla. Mi accompagnò affiancato e in silenzio, stava comunque a una certa distanza.

 

Ph A. Costa.


Poi finalmente si decise a chiedermi se ero un turista, chiacchierai con lui facendo finta di essere americano, infine accontentai la sua richiesta di fargli una foto. La giornata di scatti l’ho finita con un ritratto a un minorenne che fumava. Lo conobbi mentre ero seduto in una pensilina aspettando il tram. Erano in due questi amichetti che scorrazzavano per il quartiere da soli, l’altro preferì non farsi fotografare.

 

Qui la prima parte.

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