Pane e verità

Parleremo dei valori simbolici e metaforici del pane, oltre che dei suoi valori materiali. Pane e verità; pane della verità, pane della sapienza. Pane con sale, pane senza sale, pane azzimo. Verità di pane, sapienza di pane. Perché gli uomini sono mangiatori di pane.

 

Se esiste un cibo universale, o, detto filosoficamente, un universale che abbia forma, struttura ed essenza di cibo; se esiste il cibo per eccellenza e per antonomasia, questo è il pane. Quando, nell'Odissea (IX, vv.190-92), Ulisse incontra Polifemo, lo descrive quale mostro gigante che non somiglia a un uomo «mangiatore di pane»; e quando, poco prima, era giunto al paese dei Lotofagi coi suoi compagni, ne aveva mandati alcuni a scoprire quali uomini «mangiatori di pane» (artophagoi) ci fossero in quella terra (IX, vv.82-104). E invece non erano mangiatori di pane quegli strani esseri, ma mangiatori di loto, e nella loro terra cibarsi di quelle strane piante voleva dire dimenticare. Bizzarri davvero, quegli esseri, se per noi esseri pienamente umani mangiare e ricordare invece viaggiano insieme. E quando Ulisse avesse ripreso ancora i suoi viaggi, avrebbe capito di essere giunto nel paese i cui abitanti non conoscevano il mare – gli annunciò la profezia – dal fatto che essi avrebbero interpretato il remo che egli portava in spalla come un ventilabro, setaccio bucherellato per separare il grano dalla pula (XI, vv.121-129). Ora, benché non conoscessero il mare, cosa che doveva apparire ben strana a Ulisse che tanto ne aveva visto e affrontato nei suoi ultimi dieci anni, gli abitanti di quei paesi ben conoscevano il grano per fare il pane – anche se, non conoscendo il sale marino, con quello non lo salavano – manifestandosi in ciò pienamente uomini.

 

Agli inizi della Repubblica di Platone, quando Socrate illustra le condizioni in cui vivranno i cittadini della città ideale, spiega che

 

...per nutrirsi avranno farine d'orzo e di frumento, le cuoceranno nei forni o ne faranno pasta: ed ecco pani e splendide focacce...Distesi sul giaciglio...se ne ciberanno insieme con i figli, innaffiando il tutto di buon vino e vivranno così felici.

Ma Socrate – lo interrompe subito l'irruente ed esigente Glaucone – fai banchettare i tuoi uomini di solo pane, senza companatico?

 

Áneuópsou, senza opson, che significa letteralmente ciò che accompagna il pane, cioè latte, verdura, legumi, pesce, carne, uova. Socrate pazientemente risponde che sì, certo, ci saranno anche sale, il primo companatico e condimento, olive, formaggio, cipolle, fichi, ceci, bacche etc. ma Glaucone definisce questa la dieta di «uno stato di porci», e propone, per uno stato di uomini, cibi raffinati e opulenti e tra questi la carne.

 

Al di là del cambiamento di dieta e alimentazione che ciò comporta, e da cui Socrate mette saggiamente in guardia, ci interessa constatare che Glaucone propone qualcosa che accompagni il pane che in ogni caso già c'è. Il cibo di base, il primo cibo, è proprio quello, il pane. Il pane, prima della carne, è il cibo degli uomini.

 

Pane cibo di Adamo, che coltiverà il grano per produrlo e mangerà pane col sudore della sua faccia (Gen. 3, 18-19), e così farà Caino, suo figlio, agricoltore e mangiatore di pane. La stessa universalità del pane vale per il riso, cibo di base cui gli altri  alimenti si accompagnano per tutta la popolazione della zona del globo che noi diciamo orientale. Tant'è che la parola per riso nel cinese moderno è sinonimo di cibo.

Sarà poi una “piccola cosa” il pane? Una cosa così importante da essere sinonimo di nutrimento materiale e spirituale («non di solo pane»...)? Non sarà invece una cosa grande, grande come una

montagna?

 

Raffaellino del garbo, Moltiplicazione dei pani e dei pesci (dettaglio), S.M. Maddalena de' Pazzi, Roma.

 

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto a causa di questa impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione sotto la mano le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.

 

È l’incipit di una delle poesie in prosa di Francis Ponge, intitolata Il pane. Il carattere fondamentale, l’aspetto decisivo del pane di Ponge è la conformazione della crosta, come se un’immensa massa di pasta fosse stata messa a cuocere in un forno gigantesco e ne fosse uscita, indurita dal fuoco, sotto forma di vallate, creste, ondulazioni, crepacci. Catene di montagne brune imbiancate dalla polvere di farina come neve. Montagne fatte di pane con una crosta dura, da addentare con vigore per poter entrare nel morbido della mollica, affinché il pane possa essere consumato: il pane dev’essere nella nostra bocca meno oggetto di rispetto che di consumo, conclude la sua prosa poetica Ponge. Ciò che viene consumato non è rispettato perché nella consumazione viene distrutto, usato interamente, come dicono le due forme latine che hanno dato origine all’italiano “consumare”: consumere (“prendere”, “usare interamente”) e consummare (“sommare”, “compiere”, da cum e summa). 

Pane, la prima vivanda filosofica, prima perché è importante, scrive la filosofa María Zambrano in un testo del 1986, Dell'aurora, che

 

...il pane del logos, che è come la parola, alimenti tutti, lieviti per tutti.

 

La parola è il primo frutto del seme del logos, ciò che germina dal logos e che, elaborato in forma di pane, va a nutrire la mente di ognuno, rivelandosi materia per vivere e materia per pensare. La parola è l'alimento la cui immagine, ancora nelle parole di María Zambrano,

 

...si riflette nella naturalità misteriosa dei campi di grano, i mari di pane...Pane che è anche parola, il pane che si dà con la  parola, casta, bianca, anima di parola.

 

Pane che riempie di conoscenza la mente affamata, nella quale i concetti importanti  si impastano insieme in ordini, assetti e forme, e non sono più strutture isolate a sé stanti – farina, acqua, lievito – ma si uniscono in uno stretto legame di tipo comunitario e familiare come quello che presenta la forma di pane cotta e pronta per essere mangiata.

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