Paolo Villaggio, o della Cattiveria

Era la cattiveria l'autentica cifra comica di Paolo Villaggio. Secondo alcuni, anzi, lo era persino troppo. Mi spingerei oltre: la comicità di Villaggio era tetra, indisponente, livida, nichilista, violenta contro tutto e tutti. A cominciare da lui stesso: «Io adoro il successo e soprattutto il denaro», scriveva, evidentemente compiaciuto, nel risvolto di copertina del rizzoliano Il secondo tragico libro di Fantozzi; e ancora, nella nota biografica di un altro titolo della serie, redatta come le altre in terza persona, e come le altre  disseminata di informazioni apocrife: «Ha le braccia corte ed è fisicamente quasi ripugnante […] È cattivo, molto invidioso, timido e arrogante, simula bontà solo per vigliaccheria, molto furbo, calcolatore e di animo volgare».

 

Una volta abbandonata de facto la carriera cinematografica (l'ultimo film da protagonista risale al 2000),Villaggio si era per così dire rassegnato al ruolo di ospite di lusso dei salotti Televisivi. Quand'era al suo meglio, riusciva persino a mettere in imbarazzo l'interlocutore con uscite incongrue, altrimenti si calava serenamente nella parte del cattivo – anzi, per dirla con il titolo della sua autobiografia, del “pezzo di merda” – sparando bordate dall'intento iconoclasta, ormai alquanto spuntate. D'altra parte, come spesso capita ai dissacratori, si era col tempo trasformato in un patriarca bilioso e brontolone, quasi una versione degradata del felliniano prefetto Gonnella, da lui interpretato ne La voce della luna (1990), paranoico e terrorizzato dall'idea di contrarre l'«orrenda malattia» della vecchiezza.

 

 

Per fortuna, prima di appannarsi e diventare semplice maniera, l'intelligente crudeltà di Villaggio ha fatto in tempo a dare vita a una piccola ma indimenticabile galleria di antieroi, carnefici e vittime. Fra i primi, ovviamente, il professor Kranz di Quelli della domenica (1968), prestigiatore tanto arrogante quanto incapace. Fra le seconde, il patologicamente timido Giandomenico Fracchia, sorta di Walter Mitty adattato all'aria pesante dell'Italia anni Settanta, incarnati dall'avanguardistica (per l'epoca) poltrona Sacco. Infine, naturalmente, il ragionier Ugo Fantozzi, «il più grande “perditore” della storia». Una figura talmente emblematica da formare un tutt'uno con il suo interprete: si scrive “Villaggio”, sì, ma si pronuncia “Fantozzi”.

 

Prigioniero della propria creazione, Villaggio ha vestito i panni del ragioniere dal 1975 al 1999, per un totale di dieci film. Troppi? È probabile. Sicuramente spesso sottovalutati o peggio ancora fraintesi, a cominciare la leggendaria invettiva contro La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (tratta da Il secondo tragico Fantozzi, dove l'incrociatore viene ribattezzato “Kotiomkin”), nata come summa autoironica dei tic di una certa cinefilia, alla maniera di alcune famose pagine bianciardiane, e divenuta con il passare degli anni la frase-manifesto del più bieco antintellettualismo.

 

 

Fantozzi è in realtà un personaggio molto più complesso e ricco di sfumature. Pensiamo soltanto a quei momenti in cui lo spietato Villaggio, dopo aver infierito su di lui con un fuoco di fila di gag umilianti (i vari «coglionazzo!» e «merdaccia!», sparati dal Catellani o dal Riccardelli di turno), gli concede il lusso di una effimera ma moralmente significativa rivalsa; oppure a quando rivela, per un attimo, il volto pieno di dignità umana dietro la maschera di gomma del travet, come nell'episodio in cui la figlia Mariangela viene umiliata dai direttori della Megaditta (Lei: «Papà, perché mi chiamavano Cita?»; Lui: «È... è Cita Hayworth! Una famosissima attrice americana. Bellissima»); o ancora, quando sembra fornirgli una rudimentale coscienza di classe («Ma... ma allora mi hanno sempre preso per il culo!») e risvegliare in lui sopiti propositi rivoluzionari, destinati a rientrare in un battibaleno davanti alle parole “alate” del Megadirettore in persona («Mi raccomando: sia sempre rispettoso e fedele»). Ecco, all'interno di scene come queste la malignità di Villaggio sembra farsi malinconica e autenticamente pessimista, come quella dei grandi umanisti delusi.

 

Fra i molti aneddoti ricordati in queste ore, c'è anche quello secondo cui in un'occasione (ma chissà che non si tratti di una delle tante bugie dell'attore) Evgenij Evtušenko aveva paragonato Villaggio addirittura a Gogol'. Un'affermazione a dir poco spericolata, che però ha il merito di ricordare come il creatore di Fantozzi non fosse soltanto un prolifico inventore di gag “fisiche”, ma anche un autore satirico di razza, che, sulla pagina prima e sullo schermo poi, ha contribuito a coniare neologismi entrati in seguito nell'uso comune (lo sottolineava Claudio Giunta in un saggio di alcuni anni fa), ma soprattutto a regalarci immagini icastiche, autentiche allegorie visive: la crocifissione in sala mensa, l'acquario dei sorteggiati, la poltrona in pelle umana, l'uomo parafulmine, le allucinazioni a sfondo mistico, la nuvola da impiegato.

 

 

E se l'utilizzo iperbolico del linguaggio ha effettivamente un che di gogoliano, quella di “dare corpo” ai modi di dire è del resto una tecnica piuttosto comune della letteratura satirica, che rimonta addirittura ai tempi di Swift: guarda caso, un altro umanista profondamente deluso dai suoi simili. «Quale segreto rimorso gli rodeva il cuore?», scriveva Thackeray parlando di lui, ma in termini che andrebbero benissimo anche per Villaggio: «Quale febbre ribolliva in lui per fargli veder tutto il mondo macchiato di sangue?». Chissà se qualcuno ricorda che proprio al decano dublinese e alla sua Modesta proposta si ispirarono Villaggio e Luigi Comencini per Sinite Parvulos, episodio del film collettivo Signore e signori, buonanotte (1976). Qui il comico genovese interpreta un docente di sociologia dal marcato accento teutonico (una variante del solito Kranz), che, invitato a discutere il problema della sovrappopolazione e della penuria di vettovaglie nella città di Napoli, suggeriva di risolvere entrambi i problemi vendendo i bambini delle famiglie povere come cibo per i ricchi.

 

Certo, non tutta l'opera di Villaggio riesce a sfiorare simili altezze. Anzi, si può dire tranquillamente – e con un certo rammarico – che il Nostro, dopo i trionfi dei primi Fantozzi, abbia davvero fatto di tutto per dilapidare le sue qualità d'interprete e di scrittore in film e pubblicazioni spesso imbarazzanti. Allo stesso tempo, però, Villaggio-Fantozzi è riuscito a diventare qualcosa di più. È stato definito l'ultima maschera della commedia dell'Arte: «Un giorno ne faranno marionette, fumetti, pupazzetti soprammobile, diventerà un nome comune sui dizionari», scriveva profeticamente Enrico Giacovelli una ventina d'anni fa. Se non un sostantivo, è sicuramente diventato un aggettivo (“fantozziano” ormai suona come “kafkiano”, “felliniano” o “beckettiano”).

 

 

Infine, Villaggio è approdato con passo sicuro nel web 2.0 sotto forma di gif e di meme, a testimoniare la vitalità di un personaggio che, nonostante lo sfruttamento intensivo cui è stato sottoposto per oltre quarant'anni, rimane più attuale e vivo che mai. Per una singolare coincidenza, anzi, proprio in questi giorni era apparso un mashup tra il nostrano Fantozzi e il nipponico Cowboy Bebop. Dal sottoscala dell'ufficio Sinistri all'empireo vaporwave: non è un'impresa da poco. Altro che merdaccia.

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