Parigi. Il marzo infinito

#75marzo.

Tre giorni fa la Loi Travail è scandalosamente passata grazie al 49.3 (articolo della Costituzione che consente al Governo di adottare una legge senza il voto del Parlamento) ma le notti passate in piedi sono molte di più, e il Movimento «ne lâche rien» (non molla), anzi. La città si accende di nuove occupazioni e investimenti di spazi fortemente simbolici. Il #73marzo, mentre gli studenti occupavano un’ala delle Beaux-Arts con i militanti di Nuit Debout, l’AG (assemblée générale) si è tenuta tra lo sbocco di un ponte e i semafori spenti sul Quai d’Orsay davanti all’Assemblée Nationale, e faceva un certo effetto vederle giustapposte, queste due assemblee.

…mentre scrivo leggo su Le Monde che l’occupazione delle Beaux-Arts è stata sgomberata dalla polizia stamattina e ho un moto di sconforto, mi dico che è tardi, che questo entusiasmo dovevo scriverlo prima, sbrigarmi prima a raccontarli, questi giorni; poi penso alla disciplina e alla determinazione della piazza, che fa i bagagli e si autosgombera ogni sera per tornare il giorno dopo, adesso ancora più motivata dal colpo di mano di un primo ministro che per applicare una legge iniqua ricorre a uno strumento antidemocratico come il 49.3; e comunque, come dice uno slogan di Nuit Debout, il Movimento non si limita a contrastare la Loi Travail, ma è «contre la Loi Travail et son monde» – mondo cui da 46 giorni oppone la piazza; e tra un’ora inizia lo sciopero dei precari della BNF (la Bibliothèque Nationale), che camionisti, ferrovieri, portuali e lavoratori delle raffinerie seguiranno a ruota.

 

La sera del #59marzo, a ridosso della quarta manifestazione contro il progetto di legge, mentre in un’AG gremitissima si dibatteva con i sindacalisti invitati (tra cui il segretario generale della CGT Martinez) la necessità di indire uno sciopero generale (quello memorabile del maggio ’68 durò tre settimane), con Bertrand siamo andati a trovare i suoi colleghi di Radio France, ora in piedi e in onda da Radio Debout, sulla sinistra del gazebo dell’AG accanto alla Logistique – che fronteggia i problemi pratici delle varie commissioni di stanza sulla piazza – e alla tenda della Cantine, la mensa, dove servono piatti a base di resti di mercato e donazioni cittadine per un prezzo a discrezione dell’utente; abbiamo curiosato sul banchetto di Biblio Debout – con la sua libera circolazione di libri –, ci siamo seduti alla Commission Vocabulaire – la parola discussa era «politique» – e io mi sono distratta a osservare l’operato della Commission Accueil et Sérénité, l’effettiva gentilezza con cui neutralizza gli animi eccessivamente infiammati e/o fradici, un’abilità che le è valsa le lodi perfino del prefetto; mi sono distratta a pensare la complessa struttura di questa occupazione, che assomiglia sempre più a un villaggio e ha una sua avvolgente e dinamica armonia – il #73marzo, di ritorno sulla République a tarda sera dall’Assemblée Nationale, Adil, membro della Commission Écologie, mi indicherà un lampione dicendo: vedi, noi siamo sempre lì. E a un tratto sono arrivati: gli zadistes, insieme agli studenti delle Beaux-Arts, trascinando (su ruote?) una montagna di assi e altro materiale. Bertrand è scattato in piedi e siamo corsi all’albero intorno al quale, in un tempo incalcolabile ma molto breve, una cinquantina di persone coordinate in modo sorprendente hanno costruito un fortino a pianta circolare di una decina di metri di diametro e forse cinque metri d’altezza: qui si sarebbero rinchiuse quando la piazza si sarebbe svuotata e avrebbero resistito alla polizia oltre l’ora consentita. All’ingresso del fortino, un cartello dice «Prenons la place qui est la notre», e io penso: quanto è vero, e quanto questi agili costruttori e arrampicatori lo incarnano, il rapporto con lo spazio, con il cosiddetto suolo pubblico (dalla cima dell’albero uno sta tirando dei fili che collegano la costruzione alla statua di Marianne); sono degli splendidi animali urbani e tutt’intorno la gente è allegra, quasi euforica. E tutt’intorno, i gendarmi e i CRS chiudono la piazza. Alle 22:30, le sette vie d’accesso alla République sono tutte bloccate dalla polizia in assetto di guerra con i furgoni schierati e i lampeggiatori accesi – rimarranno accesi per ore, in un’atmosfera assurdamente fantascientifica.

 

 

La folla gradualmente si dirada e la sproporzionata presenza delle forze dell’ordine è sempre più incombente. Con Bertrand e Silvère circumnavighiamo la piazza e i poliziotti sono tantissimi, il clima chiaramente di attesa: loro aspettano che i cittadini rientrino ordinatamente a casa per intervenire indisturbati, gli occupanti aspettano il mattino. E sono festosi. Qualcuno è riuscito a introdurre un impianto stereo (gli altoparlanti dell’AG vengono rimossi ogni sera all’ora imposta dalla prefettura) e si balla. Bertrand è stanco ma io e Silvère vogliamo restare, ballare e sostenere, ci pare vile lasciarli ora, dopo averci passato la serata; ci pare impossibile che questo popolo in festa possa dar luogo a uno scontro. Qualcuno al microfono grida «chi può resti con noi, chi non può, torni domattina coi croissants!». Seduto sullo zoccolo della statua, un ragazzo di forse vent’anni mi dice, lucidissimo: ho imparato più qui in un weekend che in un anno a scuola o altrove, ho scoperto un sacco di modi di vedere e pensare il mondo, e poi la sera, sempre qui, fai festa e conosci gente nuova; fantastico, no? ma domani si parlerà solo di quello che succede con loro – e indica la schiera di poliziotti all’imbocco di rue du Temple.

 

Sono le due meno un quarto, Bertrand continua a essere stanco, io e Silvère cediamo. Li lasciamo lì festeggianti e prendiamo rue du Faubourg du Temple aprendoci un varco tra i CRS, e per la prima volta lo guardo da molto vicino, il flash ball, questo fucile che coi suoi proiettili di gomma ne ha già accecati più di uno. I miei amici mi salutano 700 metri più su, al civico 84 dove vivo, e appena metto piede in casa l’aria esplode. Le mie finestre affacciano su un cortile interno eppure li sento chiaramente, i botti e le urla. Mezz’ora dopo scendo in strada ed è un teatro di guerra: fumo, sirene, frotte di poliziotti che risalgono la via attaccati ai walkie talkie. Proseguo in compagnia di qualche ubriachissimo – gli habitué notturni di questo quartiere –, supero un automobilista incazzato sceso dalla macchina a spostare un cassonetto imprecando «ils font chier», guardo il bar La bonne bière un po’ più giù sulla sinistra e penso che questa stessa via appena risalita dai casseurs qualche mese fa l’hanno percorsa in senso inverso i terroristi dell’Isis falcidiando gli avventori en terrasse.

 

 

Non mi tornava: non mi tornava, il contrasto tra l’allegria disarmante e disarmata della piazza mezz’ora prima e quello scenario di guerriglia urbana.

Nei giorni successivi ho visto documenti video e letto testimonianze di soprusi della polizia su studenti pacifici ai margini della piazza, e non ho potuto fare a meno di pensare a Genova. Di sentire Genova luglio 2001 nell’aria.

Sono andata alla manifestazione del primo maggio con Silvia e Silvia. Una densità di forze dell’ordine mai vista, mi conferma una delle due silvie, iscritta prima al Parti de Gauche e poi al PC. Ci siamo progressivamente spostate verso la testa del corteo e quando abbiamo raggiunto i liceali, poco prima di Nation – la piazza d’arrivo –, il corteo era fermo. O meglio, decapitato. Mi sono arrampicata su una finestra. La polizia aveva accerchiato i cosiddetti casseurs (manifestanti violenti – pare fossero una cinquantina) spezzando la manifestazione e soprattutto gasando sconsideratamente e indiscriminatamente la folla – quella folla molto eterogenea composta anche da famiglie, e quindi bambini, di qualunque corteo del primo maggio. Lembi tossenti e arrossati di manifestazione cominciavano a staccarsi e ripiegare, indignati quanto il resto dei manifestanti determinati invece ad arrivare alla Nation – perché «non si è mai vista una manifestazione del primo maggio che non arrivi a destinazione» – come pure a mai più votare «questo partito di destra al potere». Hanno gasato ancora. Gli abitanti della via ci hanno aperto i portoni. La polizia ci ha tenuti fermi più di un’ora e siamo arrivati a Nation con la netta sensazione che qualcuno in piazza non ci vuole. Ci hanno voluto en terrasse dopo gli attentati, storditi e consumanti, ma in piazza consapevoli e dialoganti – e, certo, protestanti – no, non ci vogliono proprio. All’uscita dalla piazza un CRS: «madame, retirez les étiquettes, s’il vous plaît». Quali etichette dovrei togliermi? Intende gli adesivi distribuiti dalle varie parti in lotta? Mi vien da ridere. Lui insiste. Non rido più e gli dico vibrante: «tutto ciò è completamente suicida e non ve ne rendete neanche conto». Su rue du Faubourg St. Antoine una delle due silvie, quella avvezza alle manifestazioni, si apre la giacca e indicandosi il petto mi dice: lo vuoi?

 

Non sono una militante, ma mi sono stampata sul petto il suo adesivo con scritto «colère».

 

 

Lunedì #63marzo sono andata al seminario di antropologia visiva che Didi-Huberman tiene all’Institut national d’histoire de l’art, e che quest’anno si intitola Peuples en larmes, peuples en armes: un percorso che indaga le varie forme di «soulèvement» (sollevazione, rivolta) spaziando dall’arte alla filosofia, partendo dal presupposto che il lutto mette in moto il mondo e la potenza del gesto di rivolta risiede nel desiderio. Guardo i dipinti di Goya e penso a quello che sta succedendo, a quello che è successo negli ultimi mesi in questa città e a un tratto mi pare che in questo seminario si specchi l’attualità, e Didi d’altronde non esita a farvi allusione. Questa società francese che pareva intorpidita e depressa si sta scuotendo e torna a essere desiderante, a chiedere altro e di meglio della paura che le è stata propinata per mesi. On vaut mieux que ça (valiamo più di così).

 

Esco motivatissima a raggiungere l’AG, con quella carica, quella felicità direi che ti mettono addosso ogni volta le riflessioni di Didi-Huberman e la generosità con cui condivide i suoi entusiasmi, ma all’altezza di Place des Victoires – siamo nel primo arrondissement e al centro della piazza circolare troneggia una statua equestre di Luigi XIV – il terziario seduto en terrasse prende l’aperitivo, e Place de la République è così lontana che mi sento quasi ridicola. Però ho promesso ad Anna e Marco che ci vado, a sentire che cosa dicono, e ho promesso a me stessa che stasera ci parlo, a un gendarme; perché sospetto che ce li terremo nel quartiere in abbondanza e per lungo tempo, quindi, tant qu’à faire.

Parlando da sola come una pazza cammino provando i possibili «approcci al gendarme», e quando da rue Notre Dame de Nazareth svolto in rue du Temple ci rimango di merda: un cordone di CRS (o gendarmi? che ne so, sono stufa di stare a distinguerli) che fermano i cittadini in transito e frugano le borsette. Mi prendono così in contropiede che le mie prove d’approccio risultano vane. E la piazza, quindi? Sotto chiave, territorio nemico (di chi?), o zona franca. Loro e noi. È avvilente. Raggiungo l’assemblea dove gente senza birra – «à République, le 90% c’est des mecs bourrés», a République il 90% della gente è sbronza, mi dirà un gendarme (o CRS?) all’Assemblée Nationale qualche sera dopo – discute, di cosa?, ma dei soprusi delle forze dell’ordine, naturalmente. E dell’opportunità o meno di dissociarsi dai casseurs. Un esponente della Commission Sdf (senzatetto) prende la parola in difesa della polizia che, dice, nelle banlieues dove a lui e ai suoi colleghi capita di dormire li protegge dalle continue aggressioni notturne. Si dibatte, qualcuno gli fa notare che qui a Place de la République e in generale nei confronti del movimento la polizia non ha più una funzione protettiva, ma meramente (e violentemente) contenitiva. Io penso che intanto questa dicotomia spaziale mette ancora più in evidenza ciò che è in atto, questo esperimento di condivisione e occupazione alternativa del suolo pubblico, questo ridisegnarsi dell’interazione sociale. E inizio a vedere, seduta dentro a un’AG molto concentrata su cui comincia a piovere e in cui qualcuno prende la parola per avvertirci che ci stiamo invischiando in un dibattito focalizzato sulla repressione, che così perdiamo energia e ci scostiamo dagli obiettivi e facciamo il gioco del repressore, inizio a vedere chiaramente come il fattore spazio e il fattore tempo siano fondamentali sia per capire le logiche di un movimento sociale come questo, sia perché tali logiche possano radicarsi e produrre esiti concreti.

 

Torno a casa costeggiando le camionette coi poliziotti dallo smartphone in mano, a riposo su facebook o in qualche altro luogo, e paradossalmente questo primo tratto di rue du Faubourg du Temple, che di solito con i suoi kebabbari e i suoi teatri non esattamente d’avanguardia trovo tetro, mi appare più piacevole: nonostante la dicotomia noi/loro che qualcuno vorrebbe imporre, l’aria si è rimescolata.

 

 

Martedì #64marzo torno a République con Camilla, la compagna di Bertrand che staserà rimarrà a casa con il loro bambino di tre anni e mezzo.

Sedute all’AG, io tendo a fare come al cinema ma lei non si lascia distrarre, è attentissima. Le brillano gli occhi più del solito, da quando c’è Nuit Debout. Come sempre le varie commissioni e i vari collettivi vengono a riferire delle azioni intraprese durante il giorno: hôpital debout è andato non so più in quale ospedale a sostenere il personale sanitario che protesta contro l’introduzione di misure dettate dall’austerity, quelli di lutte debout stanno sensibilizzando gli impiegati delle poste e di altri settori del servizio pubblico sulla necessità di uno sciopero generale… Tra le azioni previste per il giorno successivo, una portavoce del Comité de Soutien des Migrants de la Chapelle chiede rinforzi per il Lycée Jean Jaurès, un liceo dismesso del diciannovesimo arrondissement, da dieci giorni occupato da trecento richiedenti d’asilo e del quale il tribunale amministrativo ha decretato lo sgombero l’indomani all’alba. Chi è disposto a recarsi sul posto in sostegno agli occupanti può unirsi tra cinque minuti a una delegazione del comitato, o altrimenti l’appuntamento è per domattina alle cinque davanti all’entrata principale del liceo. Camilla mi guarda e col suo accento romano mi dice: che facciamo, andiamo?

 

Leggi anche:

Parigi. Il marzo infinito (parte prima)

 

Fotografie dell'autrice.

Maurizia Balmelli è nata e cresciuta a Locarno, Svizzera. Ha vissuto quattordici anni a Torino, un anno a Napoli e da cinque vive a Parigi. Traduce dal francese e dall’inglese per varie case editrici italiane. Tra gli autori tradotti: Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Yasmina Reza, Aleksandar Hemon , Martin Amis.

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