Carmen Pellegrino. Cade la terra

'Mi ha ingannata l’amore'. Immagino Estella ripetere queste parole e mi stupisce che il passo dell’esile protagonista del primo romanzo di Carmen Pellegrino, Cade la terra, non si faccia incerto, mi sorprende che non si guardi i piedi, che non lasci ai lunghi capelli biondi il compito di coprirle il volto. Si muove lineare, invece, senza incertezze: 'Dovevo pensarci prima. Va bene, va bene, dovevo farlo'.

Anche la prosa si muove come Estella, non ha le pause né gli inciampi e gli ingorghi di una punteggiatura complessa, quasi assenti i punti e virgola; i periodi, brevi, sembrano voler dire e basta, suggeriscono una continua contemporaneità, come un incalzare degli eventi che si sovrappongono in un narrare asincrono.

 

Che ne è del tempo? Quel tempo che tuttavia procede, perché la terra cade e il paese scivola a valle e il fango lo sommerge e gli abitanti devono abbandonarlo.

 

L’ha ingannata l’amore. E l’avrebbe ingannata anche il tempo se Estella non fosse rimasta indietro, in quel borgo abbandonato, in quel paese, Alento, raggiunto a diciotto anni bussando a casa de Paolis e diventando l’istitutrice di Marcello. Nel paese che scivola, resta, Estella, e abita, con infinita eleganza e il colletto bianco della festa, un’impossibilità, un tempo che non passa, che non subisce la tirannia di un già finito né quella di un non ancora; resta altrove, fuori dallo scorrere – del tempo e del fango –, fuori da un mondo dove le parole di una lettera non sanno che essere sempre le stesse. Rimane – a suo modo salda, a suo modo lucida – e prepara ogni anno, e ogni anno con infinita cura, una cena sontuosa e ricca per gli abitanti del paese che lì fanno ritorno, dopo averli raccontati nel momento della loro morte, rendendo possibile – con la cena? con le parole? con eros che non subisce più la tirannia di cronos e restituisce vita alla vita? – la loro contestuale sopravvivenza. ‘Finché avrò vita imbastirò la storia di questo paese’, dei ‘malvivi’ suoi abitanti, dei loro ‘giorni inaccaduti’. ‘Se la morte è venuta, è anch’essa passata’.

 

 

Il mondo di morte – fiorente morte – di Carmen Pellegrino è un inno alla vita, proprio perché la va a cercare nel momento della trasformazione, fa essere la trasformazione. Soltanto così le persone accedono all’unico spessore possibile, quello delle parole. Le parole esistono, hanno corpo, sono il corpo: pietre mute e resistenti, sgorgano dal fondo delle cose, trasversali al tempo; vocaboli cercati, adatti non tanto a evocare meglio quanto a essere, a agire il loro potere performante, come i ‘cibi grossolani’ che provano a dare a Marcello la consistenza che non sa avere, o le ‘sedioline di paglia’ che diventano il giaciglio fragile di Mariuccia ammalata e morente, il ‘plof plof’ del passo lento, ‘labellacosa’ a dire il mistero segreto e totale – dell’amore o del cioccolato che sia –, o ancora la descrizione del dispetto fatto da Marcello ad Estella, dove ‘le striscioline di cibo che si stagliavano sul miscuglio’ (di vomito e piscio) diventano ‘le figurine umane nei dipinti fiamminghi’ e  la prosa si infrange nei ‘cerchi di schifo’ sostituendo la descrizione con la sensazione prodotta.

 

Anche dove prevale il tragico, l’autrice non si fa sopraffare da nostalgie sentimentali: la morte della piccola Mariuccia diventa infatti motivo di denuncia del degrado etico, del privilegio arrogante di un medico indifferente al proprio errore. Si sente l’eco di un Gadda mediterraneo, la complessità ingegneristica della prosa accanto alla nitida lucidità visionaria, non scevra da sottili ironici accenni alla storia ‘ridicola’ del Novecento, come quando la madre nel pensare al nome della figlia afferma che il padre, fosse stata un maschio, avrebbe voluto chiamarla Palmiro, perché ‘è il nome di un uomo importante che trova spesso sul giornale’; o ancora nella descrizione della disattenzione di Lucia che infrange la lampadina e con essa il sogno di modernità del padre Consiglio, che per tre giorni l’aveva contemplata con soddisfazione ‘come aureolato della nuova ricchezza, che non rinviava a nessun’altra ricchezza sottostante e perciò valeva come ricchezza in sé’.

 

Cade la terra è un affresco, racconta un transito, un passaggio: il romanzo non è la narrazione di un fatto, ma la narrazione di una sensazione che genera potenziali fatti. Ci sono tante vite: Lucia Parisi, Consiglio Parisi, Mariuccia, Maccabeo. C’è Marcello che insegue il tempo e lascia Estella sola con ‘la sua gonna più resistente’. Estella cammina per il paese, attende che gli invitati prendano posto alla sua tavola, prepara per loro regali che immagina graditi, cuce rattoppi a modo suo.

 

Carmen Pellegrino, con incanto ironia e infinita dolcezza – per rubare le parole alla poesia di Rilke da cui nasce il titolo del romanzo – rovescia le cose, livella i destini, regala la scena a quelli che una scena non l’hanno mai avuta: alle parole reticenti, ai rimasti indietro, alla morte, alla sconfitta, alle possibilità mancate e alla polvere. ‘C’è modo e modo di salvarsi. Della salvezza perpetua ho sempre diffidato, anzi non ci ho mai creduto. La salvezza provvisoria – la salvezza tipica degli scampati, questa salvezza fragile dei sopravvissuti – sento che può appartenermi.’

 

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