Giorgio Falco. La gemella H

La foto in copertina, di Sabrina Ragucci, mostra tre mele appoggiate su un piano. Non sono freschissime; una anzi – la prima da sinistra – mostra pronunciati i segni del tempo. Ma il modo in cui sono riprese – il bianco e nero, lo sfumato dei contorni, l’ombra incerta sul piano – è proprio da una collocazione precisa nel tempo che le allontana.

 

 

Di nuovo delle mele sono chiamate in causa dalla prima frase che si legge (un refrain che tornerà, in seguito, con quieta ma tenace insistenza): «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima». È la frase che canticchia fra sé la protagonista e (per lunghi tratti) voce narrante del nuovo romanzo di Giorgio Falco (il secondo, dopo l’esordio con Pausa caffè – scoperto da Giulio Mozzi nel 2004 – e dopo i magnifici racconti de L’ubicazione del bene nel 2009), La gemella H. Cioè Hilde Hinner: che misteriosamente sin dalla nascita – nel 1933 – si mostra in grado di descrivere la vita propria e della sorella Helga, nata pochi istanti prima di lei.

 

Le loro vite, dopo un tentativo di Hilde di rendersi autonoma nel mondo del lavoro (commessa alla Rinascente, a Milano, in una Ricostruzione brutale quasi quanto la guerra cui era seguita), procederanno in parallelo sino alla fine, quasi. Tanto simili nell’aspetto esteriore quanto divise fra loro, dentro, da una linea sottile e quasi invisibile – ma che, nondimeno, c’è. L’intero romanzo, in effetti, altro non è che il tentativo insistente, pacato quanto sofferto, di dare una consistenza – se non un nome – a quella sottile linea grigia.  
 

Grigio è il colore-chiave – sin dall’immagine di copertina – della Gemella H. E grigia, con scelta precisa quanto coraggiosa, si è fatta per l’occasione pure la scrittura di Falco. Il quale ci aveva abituato a colori metallici, ritmi martellanti, accelerazioni improvvise (che qui riserva solo a brevi parentesi lampeggianti, come la descrizione virtuosistica d’una corsa al galoppo – non al trotto… – all’ippodromo di Merano). La sua lingua ora è invece avvolgente, indugiante, quasi appiccicosa.

 

Se nei libri precedenti aveva fornito l’immagine più efficace di un presente accelerato (il futuro più imminente e minaccioso, che gli ha insegnato a ritrarre James G. Ballard), ora suo partito preso è quello di restituire l’immagine, almeno altrettanto eloquente, di un passato ritardato: un passato che non cessa mai di passare e che del presente, proprio per questo, è in grado di scavare le radici più segrete. Una tinta dominante, questo «grigio piombo» – a un certo punto associato alla «dote etica dell’Adriatico» che ci «ricorda, ogni tanto, chi siamo» – che può ricordare quella di un film altrettanto inquietante di qualche anno fa, Il nastro bianco di Michael Haneke; o quella dei celebri ritratti fotografici di August Sander: il quale sin dagli anni Venti s’era messo in testa di realizzare, attraverso migliaia di immagini di «uomini comuni del XX secolo», un esaustivo Atlante della nazione tedesca suddiviso per categorie (sotto l’occhio impassibile di Sander, che perderà un figlio nel Lager, scorrono tanto i giovani nazisti che le vittime designate, i loro coetanei zingari od omosessuali).

 

Andrea Cortellessa. Giorgio Falco Haneke Il nastro bianco

 

Concludeva un suo celebre saggio del 1931, Walter Benjamin, dicendo che quei lavori di Sander «da un momento all’altro […] potrebbero assumere un’imprevista attualità». Appunto nel ’33, giusto assieme alle gemelle H, nasce il regime nazista: che quel corpo sociale, e quel sistema di coordinate prossemiche e fisiognomiche, trascinerà a un immenso e catastrofico Come-volevasi-dimostrare. Anche Hilde Hinner, dopo un fuggevole flirt con un ragazzo di Monaco che vorrebbe proseguire appunto il lavoro di Sander, progetta forse qualcosa del genere: prende di continuo appunti che vorrebbe un bel giorno sistemare, dando voce per iscritto a parole che non le è consentito pronunciare («Non parlavamo mai di Hitler quando c’era Hitler e vivevamo nella nazione di Hitler: vogliamo parlare di Hitler adesso, al mare?»; «finora ho solo finto, con mio padre, mia sorella, con tutti, mi chiedono una vita normale, parlano solo del presente e della costruzione del futuro, tacciono del passato, da dove veniamo»); per il momento si dedica a sua volta alla fotografia – con la Polaroid scatta ritratti dei clienti, in gran maggioranza tedeschi, della modesta ma fruttuosa pensione che il padre Hans, all’indomani della guerra, ha aperto sulla riviera romagnola. Dopo le prime foto con «sorriso turistico» d’ordinanza, i volti dei clienti ricadono nel lattescente grigiore della loro vita reale. Protestano, «noi non siamo così»; ma Hilde consegna loro la prima foto, quella “giusta” – e «tiene il resto per sé, da archiviare». Come in un casellario giudiziario personale.

 

Noi mangiavamo le mele nello strudel, prima. Ma cos’è successo, in quel prima di cui dopo non si può parlare? Che cosa, prima, ha reso possibile la quiete, il benessere senza domande di dopo? E qual è la linea, innominabile, che discrimina il prima dal dopo? Sono queste le domande cui Hilde vorrebbe dare una risposta. Da dove viene, quella H confitta – come le lettere della Verità sulla fronte del Golem – nel suo destino? In fondo coll’altro Golem – quello che così chiamerà Aleksandr Sokurov, quello circonfuso di colori pallidi al Nido delle Aquile – gli unici, labili punti di contatto sono proprio quelle H insistenti quanto sfuggenti, il nome dell’inseparabile cane Blondi, certe innocenti manie alimentari…

 

 

Mentre la madre si ammala e deve portare con sé le figlie in climi più miti, prima a Merano poi appunto a Milano Marittima, Hans Hinner compie tutti i passi che ne fanno un tipico esponente di quella piccola borghesia piena di insoddisfazioni, e violenza repressa, che costituì il blocco di manovra del movimento nazista. Scribacchino presso una gazzetta locale, nel quieto paesello bavarese di Blockburg (nel quale tutto pare filare a dovere, come nel villaggio di primo Novecento nel film di Haneke), accompagna l’ascesa travolgente del nuovo partito facendo di «Mutter» (Germania, pallida madre…), il suo modesto giornale di provincia, un fanatico foglio di propaganda. Dal quale trae autorevolezza, nella comunità, e soprattutto congrui vantaggi economici.

 

La banca presso la quale ha acceso il mutuo è d’improvviso costretta a condonarglielo (si chiama Blumenstein); i vicini di casa – che hanno una casa più bella, un’automobile più spaziosa, persino un pastore tedesco dal pelo più lucido – d’improvviso si vedono espropriati, sono costretti a svendergli tutto (si chiamano Kaumann). Lo sguardo che dalla scena distoglie Hilde, che continua a trastullarsi in giardino coi suoi balocchi, può ricordare per contrasto quello, altrettanto distante ma fisso nell’orrore, col quale nella scena più traumatica del Pianista di Polanski assistiamo al vecchio in sedia a rotelle gettato dalla finestra dalle SS che rastrellano il Ghetto di Varsavia. Nessuno, a Blockburg, parla di ebrei – men che meno di Soluzione finale. Ma è con quei beni sottratti che, al precipitare della catastrofe, Hans Hinner riesce a riparare in Italia – e rifarsi una vita.

 

Andrea Cortellessa. Giorgio Falco, Roman Polanski Il pianista

 

Papà Hinner resterà in silenzio sino alla fine. Constatando soddisfatto che, ad onta delle apparenze, è «il nostro mondo […] quello che ha vinto». Un mondo sprofondato nel grigiore del quotidiano come «una forma ottusa di rimozione», come fattiva quanto inconsapevole collaborazione con chi lo domina del «soccombente»: il «popolo» che «vuole divertirsi, diventare gente» e «assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi», soldi su cui nessuno fa domande, «soldi ripuliti dall’espiazione del lavoro stagionale […], basta attendere un po’ d’acqua salata per cancellare segni, ricominciare». Ma nella discendenza di Hans, profonda quanto sottile, s’insinua la linea grigia di una differenza. Mentre Hilde non riesce a dar voce alla sua inquietudine, Helga segue in tutto e per tutto la logica paterna, facendosi a sua volta imprenditrice turistica.

 

Se anzi il turismo, come ha insegnato proprio Ballard (e prima di lui Ernst Jünger), è una forma di guerra a bassa intensità, la resistibile ascesa degli Hinner ci fa capire come, più sottilmente, il consumismo piccoloborghese della “villeggiatura” sia un regime totalitario a bassa intensità. Con le stesse ambiguità, le stesse complicità, gli stessi silenzi. Solo una spia, ma decisiva. Helga vuole far assumere dal padre, come cuoco, un fascistello che ha rimorchiato in spiaggia; ma c’è il problema della brava cuoca in servizio alla pensione, una rustica signora romagnola. Allora Helga di soppiatto infila nella borsa della signora Margherita tre mele, e la denuncia come ladra. Una delle mele cade a terra, lasciando senza parole la signora Margherita. La raccoglie Hilde, quella mela. Hilde, che tutto ha visto ma anche stavolta tace. E che quella mela scruta come se in quell’oggetto divinatorio fosse possibile «scorgere nella traccia del passato la predizione del futuro». Fuori dalla rassicurante cosmesi consumistica dello strudel è questo, in effetti, il frutto del Bene e del Male. E in questo specchio opaco, d’improvviso, Hilde si vede appartenere alla Zona Grigia.

 

Col coraggio delle sue scelte, Giorgio Falco ha compiuto un miracolo che pareva impossibile. Un libro assai discutibile come Le benevole di Jonathan Littell è stato osannato per aver capovolto finalmente quello che Daniele Giglioli, nel suo Critica della vittima, ha definito «paradigma vittimario» (cioè l’identificazione autoassolutoria con le vittime della storia); ma in effetti adottare il punto di vista di un carnefice coi connotati iperbolici del Maximilian Aue di Littell non fa che ribadire il paradigma capovolto: noi non siamo così, non somigliamo certo a quel mostro! Nessuno, invece, aveva avuto sinora il coraggio di far proprio il punto di vista della Zona Grigia: di quell’area sdrucciolevole che non comprende solo la complicità delle vittime, come ci ha mostrato Primo Levi, ma anche il silenzio dei testimoni, il mutismo che li rende a loro volta complici.

 

Andrea Cortellessa. Giorgio Falco Le benevole Littell

 

È questo lo specchio ustorio che ci brucia gli occhi: come forse – dopo che Hilde s’è consegnata alla sua verità – impara a fare, alla fine, persino Helga. In questi momenti «è come se il mondo si sdoppiasse, si smarcasse da se stesso, per rivelare ciò che effettivamente è». Quell’immagine allo specchio, dolorosissima, ci trafigge da parte a parte. Prova ardua: come dev’essere stata quella, per chi lo ha scritto, di porre la parola fine a un libro simile. Ma è solo affrontando prove come questa che potremo, forse, finalmente rivelarci a noi stessi.

Una versione più breve di questo articolo è apparsa oggi su «Tuttolibri» de «La Stampa»

 



Andrea Cortellessa. Giorgio Falco incontro Roma


Domani alle 20.00 La gemella H di Giorgio Falco verrà presentato da Severino Cesari e Andrea Cortellessa, nell’ambito del festival LibriCome, al Parco della Musica di Roma nello spazio Officina 3

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