Simona Castiglione. Sottobosco

Sottobosco di Simona Castiglione (Ratio et Revelatio, p. 221) è un romanzo a due voci: due sono le protagoniste, due i loro paesi di provenienza, due le lingue. Uno solo il destino: l’alienazione e forse la salvezza.

Vasiliţa viene dalla Moldova. Nel suo paese nalbă, cimbru, ciuboţica-cucului, păpădie sono nomi di piante. Erbe magiche. Suoni magici, fonemi che sembrano giungere da un “linguaggio pregrammaticale” colmo di suggestioni fonosimboliche corpose e istintuali. Crescono abbarbicate a una scarpata o in mezzo a rovi spinosi. Anche i colori e le forme possiedono poteri medicamentosi: rompono il silenzio spettrale del bosco di Vătămăneasa, che i bambini chiamavano “il bosco lupino”. Vasiliţa le raccoglie insieme a Baba Dora, la strega più vecchia del mondo, zoppa, quasi del tutto cieca, ma che “sapeva correre come un demonio dietro ai ladruncoli che volevano portarle via la sua capra”. È da questo “sottobosco” che la giovane donna assorbe la sua nuova forma: dalla terra, dagli alberi e dalle ombre dei lupi che lo abitano.

 

Antonella vive a Padova ma è nata in un paese di mare. È una professoressa con un dottorato in glottologia. Anche lei conosce bene le parole. Non nascono nel bosco come quelle che ha imparato Vasiliţa, ma si trovano nei libri. Sono razionali, scientifiche, esatte. Seguono con precisione i percorsi tortuosi dei fonemi che indicano il pesce e l’attività della pesca nelle antiche lingue indoeuropee. Tentano di definire con precisione l’ambiente che la circondava, il mondo d’acqua in cui era immersa nella sua infanzia: il mare della Sicilia. Un mare selvaggio “dov’è facile ferirsi”, un mare che “ti copre il corpo di un velo sottile di sale perché ti ricordi che gli sei appartenuto, che finché sei rimasto in acqua eri una creatura marina”.

 

Poi le storie convergono, rispecchiandosi l’una nell’altra: Vasiliţa lavora in casa di Antonella affetta da depressione post partum, si prende cura della sua famiglia. Nella convivenza forzata di una prigione domestica, che lentamente allenta le sue sbarre, sino all’incontro delle protagoniste di fronte al mare di Odessa – una sorta di agnizione, in cui entrambe riconoscono le loro vere essenze e forse le loro nuove vite – le donne narrano a vicenda due bildungsroman paralleli, romanzi di formazione traboccanti di dissidi: i matrimoni falliti, i mariti indifferenti, i figli, la libertà perduta. Una fabula all’ordine del giorno.

 

Eppure il libro cela una sorpresa. Prima che nel contenuto, il suo valore si addensa nella forma, nell’intreccio delle voci in prima persona delle due donne, nel singolare impasto di lingue e registri – italiano e “gramelot italo-moldavo” – nell’uso di un lessico lontano da picchi drammatici e densi di pathos, ma in grado di generare una dilatazione semantica che disloca il senso oltre l’immediata referenza.

 

“Cosa ti dicevano Vassi?” chiede Antonella della voce dei lupi che risuonava nella testa della giovane il giorno delle nozze. “Hai vissuto i boschi e hai sognato il mare, Vasiliţa. Ma non avrai né l’uno né l’altro. Verrà una figlia, verrà la guerra. Verrà il dolore, crescerà nero e succoso come le more sopra i cespugli, d’estate”.

Anche Antonella cerca di rispondere alla stessa domanda: “Pensavo che Luigi fosse il mio “anti-Edipo”, quando da fidanzati mi ricopriva di affetto e di attenzioni. Poi più niente, o meglio, il meno possibile, ciò che restava: frattaglie, scampoli di marito e di padre”.

Ma infine cosa rimane alle due donne (e al lettore), se la magia non ha avuto la meglio sullo squallore della miseria, se la psicanalisi non ha sciolto alcun dolore e le forze della natura riaffiorano dai ricordi come piccole luci inafferrabili?

 

Rimangono le parole, i suoni, il racconto. Rimane l’intreccio profondamente umano delle loro voci, la melodia che si impossessa del lettore, come i richiami dal “suono di miele” delle sirene omeriche. Un canto che non paralizza chi l’ascolta per esiliarlo in un limbo di passività, ma si fa seguire fuori dalla storia: sa attirare il lettore nei boschi fiabeschi dell’infanzia, fra onde marine che celano seducenti creature e poi lo riporta nello spazio reale e domestico dei drammi quotidiani – segreti, occulti, tenebrosi – così simili a quelli di ogni individuo.

 

Questo rimane. Così come sopravvive, incrollabile, il potere della parola, poiché innanzi alla sua melodia, come di fronte alla morte – contro il vuoto e il silenzio – ogni condannato può esprimere un ultimo desiderio: che le voci possano ricominciare, che le sirene cantino senza sosta, che si abbia il coraggio di spingere se stessi al di là dei limiti della propria storia.

 

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